Sapir: La Grecia, la sinistra e la sinistra della sinistra

In un recente post del suo blog, Jacques Sapir analizza l’effetto della crisi greca sulla sinistra socialdemocratica europea e cerca di tracciare una genealogia dell’ideologia che la guida dagli anni ’80. A 30 anni dalla sbornia storica che si sono presi (gli anni di piombo in Italia, la vittoria del thatcherismo in UK, il crollo dell’Unione Sovietica e l’avvento del mondo unipolare a guida liberista), nella crisi che ha svelato il vero volto dell’Unione Europea, i partiti socialdemocratici possono ancora negare che decenni di compromessi sui propri principi hanno generato un mostro?

di Jacques Sapir, mercoledì 22 luglio 2015

Il diktat estorto alla Grecia dall’Eurogruppo e dalla Commissione Europea è una tragedia per la Grecia. Questo accordo non risolverà nulla e addirittura peggiorerà la crisi che la Grecia sta attraversando. Il debito greco non era sostenibile nel 2010. Né nel 2012. E ancora non si sta attenendo a questo diktat. La solvibilità del paese non è affatto assicurata, perché non è garantita nemmeno la sopravvivenza dell’economia. Qui vi è la prova, negata dai negoziatori di Bruxelles, che un paese può rimborsare solo quello che la sua economia gli consente. In realtà, a sembrare estremamente evidente è addirittura il contrario, poiché le misure imposte dal diktat, in combinazione con le politiche della Banca Centrale Europea, andranno ad aggravare la crisi economica in Grecia. Ma le condizioni che hanno circondato questo disastro hanno conseguenze che vanno oltre la Grecia. Adesso stiamo guardando il naufragio della socialdemocrazia europea e un momento cruciale per quella che viene chiamata la «sinistra radicale».

Il naufragio della Social-Democrazia Europea

La Social-Democrazia Europea, con il suo grande sogno di un’Unione Europea riformata, di un euro “di sinistra”, è naufragata tra gli ultimi giorni di giugno e i primi di luglio [1]. La Social-democrazia europea si è rivelata una forza per imporre l’austerità, una forza che ha contribuito a schiacciare un tentativo di costruire un’altra direzione economica in Europa. Questo naufragio ha un solo precedente: quello dell’agosto 1914, o, meglio ancora, 1918. Come allora, la socialdemocrazia tedesca è stata la prima ad andare a picco, non c’è bisogno di dirlo. Il fantasma di Ebert, e della sua collaborazione con Noske, è tornato a tormentare i corridoi della Cancelleria a Berlino [2]. La collusione tra la SPD e la destra tedesca sulla Grecia è stata evidente [3]. Dobbiamo tenere a mente le dichiarazioni di Martin Schulz, che chiedeva il rovesciamento di un governo, il governo greco eletto democraticamente, e le disastrose e simili dichiarazioni di Sigmar Gabriel, leader della Spd, alleato con Angela Merkel nel governo tedesco. Ma questo fenomeno va ben oltre il caso della Germania. In Gran Bretagna, gli eventi degli ultimi giorni hanno aggravato la crisi latente all’interno del partito laburista, che già si era ripreso malamente dall’episodio di Tony Blair [4]. Questi eventi peggioreranno anche la crisi interna del PD in Italia, un partito che rastrella con continuità da una parte degli ex «eurocomunisti» fino al centro-sinistra proveniente dalla Democrazia Cristiana.  Gli esempi si potrebbero moltiplicare.

In Francia, dal modo con cui la maggior parte del cosiddetto Partito «socialista» è stata dietro al diktat, dai modi e nelle parole usate dal primo ministro, Manuel Valls, al momento del voto in Parlamento, si può vedere che questa logica di collaborazione con il nemico ha raggiunto il punto più basso. E’ significativo che gli “agitatori” del cosiddetto Partito “socialista” hanno votato, in maggioranza, con il resto del partito. Anche il Partito Comunista Francese, che è l’unico partito del Fronte di Sinistra ad essere rappresentato in Parlamento, ha esitato. Ricordiamo che il lunedi mattina, Pierre Laurent stava chiamando per un voto a sostegno del diktat prima che il presidente del gruppo, André Chassaigne, tenendo conto delle reazioni della base e di numerose associazioni locali [5], chiedesse un voto contrario. Questo passaggio di Pierre Laurent è in realtà il più rivelatore, non solo della politica ridotta ad interessi elettorali e finanziari, ma anche del peso dell’ideologia europeista all’interno del PCF. Bisogna capire come questa ideologia è nata, e perché gli eventi di questi ultimi giorni l’hanno gettata in una crisi così violenta.

L’Europa come unico orizzonte?

L’Unione Europea, ribattezzata «Europa» al prezzo di un evidente gioco di prestigio, era diventata il cuore del progetto della socialdemocrazia dagli anni ’80. Il crollo dell’Unione Sovietica ha anche dato una certa urgenza al «sogno» europeo della socialdemocrazia. Infatti, quest’ultima poteva vedere, in un tale progetto di tipo “federale”, la possibilità di imporre misure sociali su ciò che all’epoca venivano chiamate le «forze della reazione», che negli anni ’80 erano identificate con il thatcherismo in Gran Bretagna. La sconfitta della socialdemocrazia tradizionale in Gran Bretagna ad opera di Margaret Thatcher sembrava in un certo senso validare questo progetto. Convinta, soprattutto in Francia e in Italia, che «politiche economiche diverse» non erano possibili nel quadro nazionale, ripose le proprie speranze nella politica su scala europea. L’assenza di qualsiasi seria analisi delle ragioni del fallimento della politica dell’Unione della Sinistra in Francia nel 1981-1983 fu certamente un fattore importante per la svolta presa dalla sinistra francese, che era stata uno delle meno «sociali-democratiche» in Europa. Altri fattori hanno giocato un ruolo importante, come ad esempio gli “anni di piombo” in Italia.

Ma la chiamata a raccolta all’idea europea era in realtà antica. Dagli anni ’50, nella socialdemocrazia aveva preso piede l’idea che solo un’organizzazione fortemente integrata dell’Europa occidentale poteva impedire il ritorno della guerra nel continente europeo. Si deve anche sottolineare il fortissimo anti-comunismo della SPD in Germania Ovest, che ha portato ad accettare il quadro del trattato di Roma (e della NATO) come l’unico suscettibile di garantire il sistema sociale dell’Europa Occidentale, che al tempo nessuno pensava di cambiare, ma di portare ad evolvere. Va preso anche atto del fatto che molte socialdemocrazie del Sud Europa (in Spagna e Portogallo in particolare) erano sottoposte all’influenza della SPD.

Eppure, la piega presa negli anni ’80 va ben oltre questo. C’è stata una trasformazione qualitativa che ha trasformato l’«Europa» dall’essere un elemento importante per l’ideologia dei partiti dell’Internazionale Socialista ad un elemento dominante e centrale. Si tratta di una ideologia surrogata, che fa alleare i vecchi strumenti del mestiere internazionalisti (o meglio, le formulazioni internazionaliste, perché ci sarebbe molto da dire sulla realtà dell’internazionalismo nella socialdemocrazia) con un «grande progetto», che si estende su più generazioni. Le varie social-democrazie europee, seguite da quello che era sopravvissuto del comunismo istituzionale, quindi fecero della «costruzione europea» l’alfa e l’omega del loro progetto politico [6]. Questo ha avuto effetti importanti sul movimento operaio, e la CFDT in Francia iniziò la sua involuzione, trasformandosi in un sindacato di collaborazione di classe, una dinamica che ha accelerato a partire dal 1995. Ma anche all’interno della CGT, questa evoluzione potrebbe essere rilevata con la potente ascesa di un tropismo “europeo”. Questo tropismo è già stato scosso, almeno in Francia, dal fallimento del referendum del 2005. Il risultato, che avrebbe potuto essere raggiunto solo a causa di una frangia di elettori del cosiddetto Partito «socialista» che ha votato «no», è stato vissuto come un vero e proprio dramma all’interno del partito. Invece di trarne una lezione, e capire che questo tropismo «europeo» poteva solo portare con sé nuove catastrofi, i leader del partito hanno deciso di perseverare.

A questo va aggiunto che, essendo le cose come erano, l’Unione Europea aveva bisogno di dotare il progetto di una certa credibilità. Questo è precisamente ciò che è andato a picco con la crisi greca.

Il principio di realtà

In effetti, l’Unione europea ha mostrato un volto orribile. O, più precisamente, alcune delle sue istituzioni hanno dimostrato di non essere affatto «neutrali» ma di avere quello che si potrebbe chiamare un «contenuto di classe» o, se si vuole usare un linguaggio meno qualificato, di essere sostanzialmente al servizio dei ricchi. Ciò riguarda, naturalmente, prima di tutto le istituzioni monetarie, cioè la zona euro. Le istituzioni dell’Unione Economica e Monetaria, e in particolare il fatto che alcuni di esse siano «de facto» istituzioni senza una esistenza giuridica (come l’Eurogruppo), assicurano il predominio non solo di un certo tipo di politica all’interno dell’UEM, ma anche il dominio della finanziarizzazione sui paesi della UEM. Il fatto che queste istituzioni siano attualmente consolidate all’interno della UE, anche se numerosi paesi europei non fanno parte della zona euro, aggrava solo la situazione. Abbiamo visto chiaramente non solo che è impossibile intraprendere qualsiasi altro tipo di politica diversa dall’austerità nel quadro della zona euro, ma soprattutto che tale quadro è politico e che il suo intento è imporre la propria legge a tutti i paesi. Infine, abbiamo avuto la conferma che, lungi dal costituire un contesto per placare le tensioni tra i paesi, la zona euro ha avuto l’effetto di esacerbarle.

Possiamo ben vedere che non sono possibili politiche alternative nel contesto della zona euro. Probabilmente si potrebbe dire lo stesso per la UE per come esiste oggi. Le condizioni dei negoziati del TTIP/TAFTA mostrano che questo trattato, che sta per essere concluso alle spalle dei popoli, funzionerà solo per il maggior profitto delle grandi imprese multinazionali. L’UE non fornisce alcuna protezione da questo mercato planetario. Al contrario, contribuisce alla sua realizzazione. La comprensione di tali fatti sta ormai penetrando sempre più profondamente all’interno dell’elettorato, ma anche all’interno di alcune frazioni dell’apparato socialdemocratico. Questo è il caso in Francia, nelle pieghe del cosiddetto partito “socialista”.

La socialdemocrazia sta venendo messa a confronto con la realtà. Sognava un processo di costruzione europea e oggi si sta svegliando con un mostro. Peggio ancora, scopre che ella stessa è uno dei genitori del mostro. Si può quindi comprendere la sbornia storica, di cui è caduta vittima la socialdemocrazia europea. Ma la socialdemocrazia può negare il risultato di quasi 30 anni di molteplici e ripetuti compromessi sui suoi principi?

L’Unione Europea e, naturalmente, la zona euro, si riveleranno la Nemesi della socialdemocrazia europea. Ma nello stesso tempo i vari partiti della “sinistra radicale” si trovano ad affrontare un momento cruciale. Infatti, dalla rapidità della loro reazione, dipenderà la loro capacità di prendere piede nell’elettorato di questa social-democrazia o, al contrario, rimarranno a guardare altre forze che lo fanno. Anche in politica, la natura aborre il vuoto.

Note

[1] Evans-Pritchard A., « EMU brutality in Greece has destroyed the trust of Europe’s Left », The Telegraph, 15 July 2015,  http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/ambroseevans_pritchard/EMU-brutality-in-Greece-has-destroyed-the-trust-of-Europes-Left.html

[2] F. Ebert, capo del SPD, schiacciò nel sangue, con la complicità della Reichswehr e dei Freikorps la rivolta della sinistra socialista guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht

[3] Mounk Y., « Germany’s Social Democrats Are Colluding in Greece’s Destruction—And I’m Leaving The Party », The Nation, 16 July 2015,http://www.thenation.com/article/germanys-social-democrats-are-colluding-in-greeces-destruction-and-im-leaving-the-party/

[4] Jones O., « The left must put Britain’s EU withdrawal on the agenda”, The Guardian, 14 July 2015,http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/jul/14/left-reject-eu-greece-eurosceptic

[5] Posso testimoniarlo in considerazione del numero di commenti provenienti da responsabili di sezioni locali e dipartimentali del PCF, che sono sbarcati su RussEurope tra lunedi 13 e martedì 14.

[6] Vedere « Quand la mauvaise foi remplace l’économie: le PCF et le mythe de “l’autre euro” », 16 June 2013, note on RussEurope, http://russeurope.hypotheses.org/1381

 

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