L’eurocrisi del Fondo Monetario Internazionale

Come mai il FMI si è fatto invischiare così malamente nella vicenda greca? E perché nel gestirla ha ignorato le lezioni del passato? Su Project Syndicate, la Dr.ssa Woods dell’università di Oxford fornisce una chiave di lettura: il FMI è dominato da USA e UE, che decidono anche dei soldi di tutti gli altri. Non solo: il Fondo ama immischiarsi in queste faccende, così da evitare di diventare irrilevante. Questi ultimi errori però, potrebbero definitivamente sgretolare la sua residua credibilità agli occhi delle potenze emergenti.

 

Di Ngaire Woods, 27 luglio 2015

 

OXFORD – nel corso degli ultimi decenni, il fondo monetario internazionale ha imparato sei lezioni importanti su come gestire le crisi del debito sovrano. Nella sua risposta alla crisi greca, tuttavia, ciascuna di queste lezioni è stata ignorata. La partecipazione del fondo nel tentativo di salvataggio dell’eurozona potrebbe aver migliorato il suo curriculum e aver guadagnato favori in Europa. Ma la mancata adesione del Fondo – e dei suoi azionisti europei – alle proprie “best practice” potrebbe alla fine rivelarsi un errore fatale.

Una lezione importantissima ignorata nella débâcle greca è che quando un piano di salvataggio diventa necessario, dovrebbe avvenire in una volta sola e definitivamente. Il FMI lo ha imparato nel 1997, quando un salvataggio inadeguato della Corea del Sud ha reso necessaria una seconda tornata di negoziati. In Grecia, il problema è ancor peggiore, dato che gli 86 miliardi di euro del piano ora in discussione vengono a valle di un piano di salvataggio di 110 miliardi di euro nel 2010 e un di un altro di 130 miliardi di euro nel 2012.

Il FMI stesso ha molti vincoli. I suoi prestiti sono limitati a un multiplo dei contributi di un paese al suo capitale e, misurati in questa maniera, i suoi prestiti alla Grecia sono i più alti della sua storia. I governi dell’eurozona, tuttavia, non hanno tali vincoli e ppiù probabilmente ertanto erano liberi di mettere in atto un programma sostenibile.

Un’altra lezione che è stata ignorata è di non salvare le banche. Il FMI l’ha imparato sulla sua pelle negli anni ottanta, quando ha trasferito i prestiti bancari deteriorati ai governi latinoamericani sui propri libri contabili e su quelli di altri governi. In Grecia, i prestiti deteriorati emessi dalle banche francesi e tedesche sono stati spostati sulle finanze pubbliche, trasferendo l’esposizione non solo sui contribuenti europei, ma anche su tutti i membri del FMI.

La terza lezione che il FMI non è stato in grado di applicare in Grecia è che l’austerità spesso porta ad un circolo vizioso, dato che i tagli alla spesa causano contrazioni dell’economia molto maggiori di quelli che si avrebbero senza di loro. Siccome il FMI presta denaro a breve termine, c’era un incentivo a ignorare gli effetti dell’austerità per arrivare alle proiezioni di crescita che implicano una capacità di rimborso. Nel frattempo, gli altri membri dell’eurozona, che cercano di limitare l’entità dei finanziamenti, trovano anch’essi comodo trascurare l’impatto disastroso dell’austerità.

Quarto, il FMI ha imparato che le riforme vengono più probabilmente implementate quando sono poche e focalizzate. Quando un paese richiede assistenza, è allettante per i creditori chiedere un lungo elenco di riforme. Ma un governo devastato dalla crisi avrà difficoltà a gestire richieste multiple.

In Grecia il FMI, insieme ai suoi partner europei, ha richiesto al governo non solo di tagliare le spese, ma anche di mettere in atto riforme di difficile attuazione nel campo delle tasse, delle pensioni, dell’apparato giudiziario e del mercato del lavoro. E, anche se le misure più urgenti non avranno un effetto immediato sulle finanze della Grecia, il FMI non può far altro che enfatizzare i tagli alla spesa a breve termine per aumentare le probabilità di essere ripagato – anche se questo approccio rende più difficili da attuare le riforme a lungo termine.

Una quinta lezione è che le riforme hanno scarse probabilità di successo a meno che il governo sia davvero motivato ad approvarle. Regole che vengono percepite come imposte dall’esterno avranno quasi certamente esito negativo. Nel caso della Grecia, considerazioni politiche nazionali hanno fatto sì che i governi europei maltrattassero sfacciatamente il governo greco. Anche il FMI ha cercato di dimostrare di essere duro con la Grecia quanto lo era stato con Brasile, Indonesia e Zambia – anche se facendolo si è dato, in ultima analisi, la zappa sui piedi.

La sesta lezione che il FMI ha ignorato è che il salvataggio di paesi che non controllano per nulla la propria valuta comporta rischi aggiuntivi. Come il fondo ha appreso in Argentina e in Africa occidentale, questi paesi sono privi di uno dei mezzi più semplici per adeguarsi ad una crisi del debito: la svalutazione.

Non avendo preavvertito la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e la Spagna riguardo i pericoli di entrare in un’area valutaria unica, il FMI avrebbe dovuto considerare se fosse corretto o necessario intervenire nella crisi dell’eurozona. La logica nello scegliere di intervenire evidenzia i rischi connessi alla sua decisione.

La ragione più ovvia per le decisioni del FMI è che l’Europa non riusciva a risolvere i propri problemi e aveva il potere e l’influenza di trascinare il Fondo a bordo del salvataggio. Il capo del FMI è sempre stato un europeo e i paesi europei godono di una quota sproporzionata di voti nel Consiglio del FMI.

Altrettanto importante, tuttavia, è il fatto che il FMI ha preso tale decisione nel mezzo di una sua crisi esistenziale. Storicamente, la più grande minaccia al FMI è stata la sua irrilevanza. Divenne quasi ridondante negli anni settanta, quando gli Stati Uniti sganciarono dall’oro il dollaro, solo per essere salvato nel 1982 dalla crisi del debito messicano, che lo ha trasformato nel bagnino finanziario globale.

Un decennio più tardi, l’importanza del FMI aveva riiniziato a calare, ma si riprese grazie al suo ruolo nella trasformazione delle economie dell’ex blocco sovietico. Al momento della crisi dell’euro, il fondo stava scomparendo ancora una volta a seguito della crisi dell’Asia orientale, dato che i suoi clienti paganti fecero tutto il possibile per evitare di rivolgersi a lui.

La partecipazione del FMI alla crisi dell’eurozona ha ora dato alle potenti economie emergenti un motivo in più di insoddisfazione. Dopo che gli Stati Uniti avevano ostacolato le loro richieste di avere più voce in capitolo nell’ambito del Fondo, ora scoprono che l’organizzazione ha obbedito agli ordini dell’Europa. Sarà difficile per il FMI riconquistare la fiducia di questi membri sempre più prominenti. A meno che gli Stati Uniti e l’Unione Europea non cedano la loro presa, il più recente tentativo del fondo di rimanere importante, potrebbe infine rivelarsi l’ultimo.

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