L’ascesa del precariato, il Brave New World del Lavoro

Nel suo Free Lunch sul Financial Times, Martin Sandbu commenta la serie di articoli pubblicati dal giornale inglese sul “Nuovo Mondo del Lavoro”.  Se la propaganda sottolinea la romantica libertà del lavoro freelance, la realtà, soprattutto in Europa, è ben diversa. Ci avevano detto che ridurre i “privilegi” dei garantiti avrebbe ridotto la disoccupazione e migliorato la situazione per tutti, ma come poi è andata, è un’altra storia. Una storia, tra l’altro, che non avrebbe dovuto essere una sorpresa… 

di Martin Sandbu, 6 agosto 2015

La fine del lavoro a lungo termine in Europa non dovrebbe essere una sorpresa.

Il Brave New World del lavoro

Sul FT è in corso di pubblicazione una  affascinante serie  di articoli sul “nuovo mondo del lavoro”. Il messaggio principale, come spiega l’esauriente reportage di Sarah O’Connor, è lo straordinario aumento dell’occupazione a tempo determinato tra i giovani lavoratori. Si veda in proposito il grafico qui sotto, e si leggano le cifre riportate da Valentina Romei: gli occupati a tempo hanno molta più probabilità di essere poveri, e meno della metà è arrivata a un lavoro a tempo indeterminato dopo tre anni.

Shot Capture - Free Lunch_

In alcuni ambienti la si mette giù con una nota positiva, come la nascita della “gig economy” (il termine gig fa riferimento alla singola performance di un gruppo musicale, e in questo contesto sta ad intendere una prestazione temporanea e di breve durata, ndt), in cui i giovani preferiscono la libertà del freelance ai legami di un lavoro stabile. Ma attenzione a pensare che nel mondo del lavoro lo stile Uber da pari a pari rappresenti la vera storia. La serie del FT include un confortante rapporto sull’Ucraina, dove centinaia di migliaia di giovani competenti hanno trovato un lavoro migliore attraverso piattaforme freelance. Ma altrove la crescita della gig economy può essere più propaganda che realtà effettiva – anche negli Stati Uniti.

In Europa, l’aumento del lavoro temporaneo è un fatto molto più sinistro, che riflette un aumento della precarietà anziché un’autonomia. Dall’articolo di O’Connor: “In Francia, i posti di lavoro permanenti rappresentano solo il 16 per cento dei nuovi contratti, in calo rispetto ad un quarto nel 2000. In Spagna, quasi sette giovani lavoratori su 10 hanno contratti a tempo determinato. Nella zona euro la quota dei lavoratori precari di età tra i 15 e i 24 anni è la più alta mai registrata, al 52,4 per cento.” L’esperienza spagnola, come riferito in un altro articolo, è particolarmente impressionante. Sin da prima della crisi, la quota di nuovi posti di lavoro con contratti di durata superiore a un mese è scesa, mentre i contratti a termine estremamente breve sono diventati più comuni. Circa un quarto dei nuovi posti di lavoro sono ora offerti con contratti che durano meno di una settimana.

Free Lunch_ The rise of the precariat

Non è questo che ci era stato detto che sarebbe successo. Un punto importante del programma di riforme imposte ai paesi periferici della zona euro, tra cui la Spagna, era di superare i “mercati del lavoro duali” che separano i lavoratori privilegiati e ben tutelati, con comodi posti di lavoro permanenti, dagli outsider abbandonati al rischio inerente alle situazioni di lavoro precario. L’idea era che, indebolendo le tutele per i privilegiati, i datori di lavoro sarebbero stati più disposti ad assumere nuovi lavoratori a tempo indeterminato. E tuttavia – almeno per i giovani che entrano nel mercato del lavoro – le riforme (per le quali la Spagna è stata lodata) sembrano aver reso il nuovo lavoro più precario, non meno. Che cosa è andato storto?

Forse nulla. L’ispirazione per molte di queste riforme è stato il programma di riforme della Germania dei primi anni 2000 – le riforme Hartz del mercato del lavoro. A parte casi particolari, l’impostazione generale di rendere il mercato del lavoro più flessibile riducendo le tutele è oggi comunemente vista come la chiave del successo economico tedesco (la crescita economica è accelerata e la disoccupazione è scesa) e come un esempio da seguire per il resto d’Europa. Per coloro che vogliono comprendere i dettagli dell’esperienza economica tedesca, il paper di Christian Dustmann et al, dal titolo “Da Malato d’Europa a Superstar Economica” è una buona analisi accademica. Come viene spiegato nel paper, non solo le riforme Hartz, ma la natura decentralizzata dei sindacati tedeschi hanno contribuito a produrre questi effetti.

Ma, come anche mostra il loro documento, l’aumento dei tassi di crescita e il calo della disoccupazione non hanno portato a un aumento dei salari. Ecco un grafico tratto da un’altra valutazione delle riforme Hartz, di Tom Krebs e Martin Scheffel:

Free Lunch_ The rise of the precariat 2

La crescita è decollata. I salari non si sono mossi – in realtà sono scesi – per circa 15 anni. E come mostrano i dati OCSE, l’incidenza del lavoro temporaneo è aumentata, anni prima che lo stesso fenomeno accadesse nella periferia. Così la Spagna e gli altri paesi che seguono la ricetta tedesca non dovrebbero essere sorpresi se ottengono risultati simili, con una ripresa che lascia i lavoratori a languire in un “precariato” crescente. Se questo è considerato un successo, a cosa assomiglierebbe un fallimento? Forse alla Grecia.

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