Il Prof. Jacques Sapir sul suo blog Russeurope commenta un documento di lavoro prodotto dalla direzione del PCF ad uso dei  militanti sugli eventi in Grecia, smaccatamente volto a orientarne il pensiero distorcendo la realtà. Intanto, esso ignora completamente l’opposizione della sinistra di Syriza, di cui non si fa cenno, ed  evocando il TINA (there is no alternative, non c’è alternativa) di Margaret Tatcher presenta la posizione di Alexis Tsipras come l’unica possibile.  Ma è la sezione del documento intitolata “Per quanto riguarda l’uscita della Grecia dalla zona euro”, in cui si  svolge un’ analisi economica sulle conseguenze di un  “Grexit”, che conferma in maniera eclatante l’idea di una presentazione altamente orientata, fino al punto di essere disonesta, della situazione in Grecia.  Riportiamo qui questa parte del post.

di Jacques Sapir · 28 luglio 2015

[…] Concentrerò la mia attenzione sulla sezione “Per quanto riguarda l’uscita della Grecia dalla zona euro” (pag. 4 e 5 )

Le conseguenze immediate di un Grexit

Un “Grexit” significherebbe una svalutazione minima stimata al 40% e quindi una perdita di potere di acquisto del 40% e un aumento del costo del debito del 40%. Questo non può portare alcun guadagno di competitività in un paese dove i salari sono diminuiti del 25% e dove il sistema produttivo non è in grado di soddisfare la domanda aggiuntiva.

Davvero non si sa come gli autori di questo documento possano determinare in questo modo il probabile deprezzamento del tasso di cambio della dracma in caso di “Grexit”. Data la svalutazione interna già effettuata dal 2010, e il riequilibrio delle partite correnti della Grecia, un deprezzamento tra il 15% e il 25% appare più probabile. Non vi è quindi nulla a sostegno di questa tesi, se non il desiderio di presentare un’immagine “catastrofica” di un possibile Grexit. Infatti la situazione attuale delle partite correnti in Grecia suggerisce che questa svalutazione sarebbe di molto inferiore al 40%.

Poi c’è nel testo un errore grossolano, talmente grossolano che c’è da pensare che sia fatto apposta per provocare una reazione di rifiuto. E’ quando si dice che un deprezzamento del 40% comporterebbe un calo del potere di acquisto del 40%. Ciò equivale a sostenere che tutti i consumi di beni e servizi di tutta la popolazione sono rivolti a beni importati. Ovviamente non è così. Tranne per il 10% più ricco della popolazione, per cui la quota di consumo di beni importati arriva fino al 70%, per il resto della popolazione è noto che questa quota si situa a meno del 50%, e per i poveri (diciamo per il 50% dei meno ricchi), sappiamo che la quota importata è di circa il 20 o addirittura il 15%. Ciò significa che un deprezzamento del 40% – che è da considerare tuttavia come una ipotesi eccessiva – comporterebbe una perdita di potere di acquisto del -28% per i più ricchi, ma  del -8% -6% per i più poveri. In effetti, la perdita di potere d’acquisto si concentrerebbe essenzialmente sui più ricchi. In realtà, un deprezzamento della valuta induce un cambiamento all’interno della popolazione, e colpisce di più le categorie sociali che sono in gran parte importatrici. E’, anche, un meccanismo di giustizia sociale all’interno di una popolazione.

Secondo errore grossolano, il seguente passaggio: “Questo non può portare alcun guadagno di competitività in un paese dove i salari sono diminuiti del 25% e dove il sistema produttivo non è in grado di soddisfare la domanda aggiuntiva.” In primo luogo il problema è soprattutto quello dell’elasticità import / export; sorvoliamo. Ma la questione della competitività dell’economia greca implica di conoscere i settori di esportazione. Questo dimostra che gli estensori del documento non hanno alcuna idea, o non hanno nemmeno cercato di farsene una, sulla situazione della Grecia sotto questo aspetto. Infatti, le risorse delle partite correnti della Grecia comprendono quattro voci importanti:

  • I ricavi del settore turistico (considerati come delle “esportazioni”, dato che i turisti non residenti vengono in Grecia). Ora, è ovvio, e corroborato da molti studi, che l’industria del turismo trarrebbe grande beneficio da un massiccio deprezzamento della dracma, soprattutto attirando dei turisti fuori stagione (ad esmpio turisti britannici e del Nord Europa), che oggi vanno in Croazia o in Turchia.

  • I ricavi del settore della cantieristica navale. Sappiamo che questo è uno dei settori “esportatori” dell’economia greca. Attualmente, il settore è in crisi a causa della concorrenza della Croazia e della Turchia (che da 3 anni hanno svalutato la propria moneta in misura significativa). Con un deprezzamento della dracma del 25%, è probabile un ritorno del giro d’affari ai livelli del 2010, grazie alla qualità riconosciuta del settore.

  • I ricavi dell’industria greca. L’industria greca è poco sviluppata, ma ha alcune aree di eccellenza, aree che sono ben lontane dal lavorare a pieno regime degli impianti. Infatti, il tasso di utilizzo della capacità degli impianti sembra essere intorno al 60-65%. In caso di deprezzamento della dracma è possibile un aumento sino all’ 80% .

  • I ricavi dell’agricoltura greca. L’agricoltura greca è in gran parte esportatrice, sia verso i Balcani, che verso i paesi arabi o i paesi della zona euro. Nei primi due casi i suoi margini di esportazione sono limitati a causa del prezzo dell’Euro.

Ovviamente un deprezzamento della dracma darebbe un notevole impulso all’economia greca. Inoltre, sarebbe possibile aumentare gli investimenti rispetto al PIL. La spinta si trasformerebbe allora in un circolo virtuoso in cui i maggiori investimenti porterebbero a una maggiore produttività nei settori dell’esportazione, che potrebbero aumentare la loro quota di mercato. L’economia greca riprenderebbe a crescere e la disoccupazione, che colpisce oggi oltre il 26% della popolazione, si ridurrebbe rapidamente.

Vediamo che gli autori del testo del CEN (Comitato Esecutivo Nazionale del PCF) non hanno presentato un quadro oggettivo, e semplicemente onesto, delle conseguenze del Grexit ai loro lettori.

Conseguenze finanziarie

“Ciò avrebbe come effetto immediato un aumento dei prezzi importati quindi più austerità salariale, un debito privato più costoso, maggiore difficoltà a finanziare gli investimenti e, infine, una sottomissione ancora più forte alla finanza”

Per quanto riguarda il debito della Grecia, è chiaro che un Grexit indurrebbe un default sovrano. Ma questo non significa che la Grecia non rimborserebbe nulla. Sappiamo che dopo un default, i creditori e i paesi debitori si mettono d’accordo su un forte taglio del debito, che può arrivare fino all’ 80%, come in Russia dopo il default del 1998. Se assumiamo che il taglio del debito sia solo del 66%, che riflette un deprezzamento della moneta di -25% , questo dà:

Debito attuale: 315 miliardi di euro

Debito ricalcolato in dracme dopo una svalutazione della dracma di -25%: 420 miliardi di dracme

Debito al netto del taglio del 66%: da 138,6 miliardi di dracme.

Se l’accordo post-default includesse una perdita di valore nominale dell’ 80% (come nel caso della Russia) si ottiene: 84 miliardi di dracme.

Anche nel caso meno vantaggioso, il debito greco sarebbe ridotto al 70% del PIL (200 miliardi di euro = 200 miliardi di dracme).

Per quanto riguarda l’aumento dei prezzi, determinato da prezzi più elevati all’importazione, uno studio del mio ottimo collega Alberto Bagnai (che saluto) mostra che sarebbe pari allo 0,3 della svalutazione, arrivando al 7,5 % nel giro di circa 3 anni. Ancora una volta, niente di catastrofico, e certamente non paragonabile agli effetti del terzo memorandum.

Per quanto riguarda la questione degli investimenti, mi riferisco alla mia nota sull’intervista di Pierre Laurent, ove ho mostrato come, in realtà, un deprezzamento della dracma sarebbe molto favorevole agli investimenti. [4] Ancora una volta, vediamo che gli autori del documento di lavoro del CEN si prendendo delle libertà inaccettabili con la realtà, e questo non può essere spiegato che con la volontà ideologica di screditare qualsiasi politica di uscita dall’euro.

Conseguenze per l’Europa

“Inoltre, un “Grexit”innescherebbe massicci attacchi speculativi per far uscire altri paesi dalla zona euro, a partire dall’ Italia (2.070 miliardi di euro di debito), la Spagna (966 miliardi di euro ), il Portogallo (219 miliardi di euro) e, forse, la Francia. Si arriverebbe a una corsa senza fine di ogni paese alle svalutazioni competitive, contro i salari e deflazioniste,  che rafforzerebbe ulteriormente la guerra economica per conquistare quote di mercato a spese dei partner europei.”

Il rischio di attacchi speculativi è reale, ed è probabile che un Grexit causerebbe una rottura della zona euro. Ma questa rottura sarebbe in gran parte positiva per tre paesi, Italia, Francia e Portogallo. Se questa frammentazione può essere anticipata (e perché non dovrebbe?), i governi potrebbero accordarsi su una uscita complessiva, e fissare dei limiti al deprezzamento delle loro valute. Infatti, il crollo dell’euro penalizzerebbe un solo paese: la Germania, che vedrebbe il suo surplus commerciale ridursi molto rapidamente. Tutto questo è stato calcolato molte volte e i calcoli hanno dimostrato che le conseguenze di una rottura dell’euro non sarebbero, nemmeno in questo caso, “apocalittiche”, come hanno scritto i redattori del documento. Possiamo vedere qui molto bene in azione l’ideologia europeista, che sostiene che, fuori dall’euro, non c’è salvezza.

Un discorso essenzialmente ideologico

La vera natura del documento del CEN si può notare nel seguente estratto: “Ma il Grexit è il modo migliore per legittimare la retorica nazionalista diell’estrema destra (Alba Dorata in Grecia, FN in Francia …)“. Cioè, se la signora Marine Le Pen dice che a mezzogiorno ad Atene c’è il sole, tutti noi dovremmo precipitarci a prendere cappotti e ombrelli e gridare che ad Atene piove e fa freddo. Tale è il livello di ragionamento in cui è caduto il comitato esecutivo nazionale del PCF nel suo documento di lavoro. Questo la dice lunga sul terrore che sembra essersi impadronito dei suoi redattori, ma anche molto lunga su fin dove i membri del CEN siano disposti ad arrivare per indurre i quadri e gli attivisti del loro partito a imboccare un vicolo cieco. Perché, è bene ribadirlo, il Grexit non è affatto di proprietà di un partito, ma è una soluzione politica ed economica, da trattare da un punto di vista politico ed economico, e non ideologico.

Il Comitato esecutivo nazionale del PCF ha espresso un documento che è fortemente ideologico. E questo la dice lunga sulla confusione della direzione del PCF (o di una sua parte) nei confronti della realtà, una realtà che essa non esita a distorcere o nascondere. Perché all’interno del partito ci sono abbastanza persone valide e preparate da poter pensare che queste distorsioni della realtà, e queste menzogne, non siano il frutto dell’ignoranza, ma piuttosto di una linea politica.