Social Europe: Oltre i Barconi, I Doveri Morali dell’Europa Verso i Rifugiati

Su social network e testate giornalistiche ci colpiscono messaggi politici lanciati tramite orribili immagini da pedopornografia della morte. S’impone quindi una riflessione razionale. Questo articolo di Paul Collier pubblicato su Social Europe torna ora utile. Su 10 milioni di sfollati siriani, solo una piccola parte (che ne ha i mezzi) tenta di imbarcarsi per l’Europa. Una soluzione a questa immensa tragedia deve però riguardare tutti. L‘Europa potrebbe favorire le condizioni per una ripresa economica post-bellica della Siria, iniziando da subito a fare investimenti mirati nelle zone di confine, dice Collier piuttosto che attirare masse di disperati con false promesse. (Articolo segnalato su Twitter dal prof. @AlbertoBagnai)

 

di Paul Collier, 15 luglio 2015

Una parte del mondo è tuttora funestata da conflitti e povertà. L’Europa è un’oasi di pace e prosperità. Non sorprende che molte persone che abitano nella prima delle due vogliano andare a vivere nella seconda. La politica europea nei confronti di queste persone è disastrosamente confusa. Eppure le soluzioni non sarebbero difficili da trovare.

Mi concentrerò sui profughi siriani, che rappresentano circa il 40 percento del totale, ovvero la singola componente più ampia. Circa 10 milioni di siriani sono attualmente sfollati. Di questi, circa 5 milioni sono fuggiti dalla Siria. Gli altri 5 milioni, che sono ancora in Siria, non dovrebbero essere dimenticati: il semplice fatto di non essere fuggiti dal loro paese non implica che siano in minori difficoltà: potrebbero semplicemente non avere altre possibilità. Delle vere soluzioni al problema dovrebbero essere mirate ad aiutare anche loro. Dei 5 milioni che sono fuggiti dalla Siria, solo il 2 percento circa [cioè circa centomila persone, NdT], si sono imbarcate per l’Europa. Difficilmente questo piccolo gruppo è il più bisognoso: per ottenere un posto in un barcone si deve essere in grado di muoversi a sufficienza, e si devono possedere abbastanza risorse da pagare migliaia di dollari agli scafisti. Una vera soluzione deve funzionare tanto per questo 2 percento quanto per il restante 98 percento. Molte persone tra queste ultime sono attualmente rifugiate in paesi confinanti: Giordania, Libano e Turchia. Il fulcro della questione è come dare a queste persone una vita migliore.

Recentemente ho fatto visita al più grande dei campi per l’accoglienza dei rifugiati in Giordania, lo Za’atari. Avendo lavorato in Africa, sono rimasto positivamente sorpreso dalla qualità materiale della vita. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati si prende cura molto bene di queste persone. Eppure queste persone non possono lavorare. Il campo di fatto è una gigantesca “Via dell’Assistenzialismo” dove le persone perdono non solo le loro case, ma anche la loro autonomia. Essendo disoccupati, i capifamiglia perdono progressivamente la loro autorevolezza, le figlie scivolano verso la prostituzione, i figli verso il ritorno in Siria dove sono adescati, con buone retribuzioni, dai gruppi armati. È fondamentale che i rifugiati possano lavorare, ma è anche comprensibile che la Giordania non voglia permettergli di entrare in competizione coi lavoratori locali per i posti di lavoro. Molti finiscono per guadagnarsi da vivere nelle frange del lavoro illegale. È altrettanto comprensibile, dato il particolare e intricato sistema legittima autorità che la Giordania è riuscita a costruire in una regione geografica afflitta dal caos, che questo paese non voglia permettere ai siriani di stabilirsi sul proprio territorio in modo permanente. In ogni caso, i rifugiati siriani non vogliono stabilirsi in Giordania: vorrebbero poter tornare a casa propria in Siria.

La soluzione a questa tragedia degli sfollati è che l’UE inizi ora a ragionare su come favorire la ripresa economica della Siria dopo il conflitto. Se in Siria il conflitto seguirà il tipico andamento, entro alcuni anni una parte del paese sarà tornata alla pace. Ma la pace dopo il conflitto è spesso insicura: la ripresa dell’occupazione si dovrà stabilizzare. Possiamo iniziare a preparare la ripresa della Siria dopo il conflitto creando ora delle zone di occupazione nei paesi vicini. Per esempio, ad appena dieci minuti dallo Za’atari c’è un’area industriale enorme e praticamente vuota, ma fornita delle infrastrutture necessarie. Questa potrebbe diventare al contempo un’oasi per le imprese siriane che non possono continuare a lavorare nel proprio paese, e un’area in cui imprese da tutto il mondo potrebbero insediarsi per produrre per il mercato europeo, dando lavoro sia ai siriani che ai giordani. La UE potrebbe incentivare questo sviluppo combinando aiuti finanziari con un accesso privilegiato al proprio mercato.

Quando in Siria sarà tornata la pace, queste imprese potrebbero poi trasferirsi con la propria forza lavoro siriana, e intanto continuare le proprie attività in Giordania con la forza lavoro giordana. Le autorità giordane potrebbero supportare questo tipo di soluzione perché offre sia un’alternativa credibile a quell’insediamento permanente che essi temono, sia perché potrebbe attrarre in Giordania imprese da tutto il mondo. Il modello potrebbe poi essere replicato in altri paesi vicini alla Siria. Per essere efficace, ciò dovrebbe avvenire il più possibile vicino ai confini siriani. Questo darebbe una speranza ragionevole ai 5 milioni di sfollati siriani nel mondo, ma anche agli altri 5 milioni di sfollati interni: un rifugio sicuro vicino ai proprio confini risulterebbe più attraente, e la ripresa, quando verrà, potrebbe essere più rapida. Certo, costerebbe molti soldi all’UE, ma sarebbe comunque un’alternativa moralmente ragionevole all’attuale disgrazia.

Le navi dei migranti sono il risultati di una politica vergognosa, in cui il dovere di soccorrere il bisognoso si è totalmente distaccato da un’altra regola morale altrettanto fondamentale: “non indurre in tentazione”. Al momento attuale, l’UE sta offrendo ai siriani la prospettiva del paradiso (la vita in Germania), ma solo se prima sono in grado di pagare gli scafisti e mettere in pericolo la propria vita. Solo il 2 percento cede a questa tentazione, ma lo stesso, inevitabilmente, migliaia muoiono annegati. Questa politica è talmente irresponsabile da essere moralmente più simile all’omicidio colposo che alla virtù dell’accoglienza. Questa politica fa la fortuna di pochi, uccide migliaia, e ignora milioni. Certo, quelli che stanno sui barconi che affondano devono essere ripescati dal mare e soccorsi, ma devono poi essere portati in campi profughi sicuri e deve essergli dato un lavoro da fare, e la prospettiva di ritornare in Siria appena sarà ritornata la pace. Solo dopo che una tale politica sarà istituita, la UE avrà moralmente il diritto alla tranquillità. Sarà solo affrontando in modo appropriato la crisi degli sfollati che non ci saranno più annegati: le persone verrano salvate senza nemmeno la necessità di salire su una barca.

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