Come riporta il Telegraph, volano gli stracci all’interno dell’”Unione” Europea. Ancora non si sono spenti i conflitti nati a causa dell’ennesima crisi greca, che il problema rifugiati mette di nuovo uno stato contro l’altro. Gli eurocrati, invece di seguire il clima e allentare la presa sugli stati, tentano di scippare la sovranità alle diverse nazioni, stavolta riguardo alla gestione dei confini. La situazione economica nel frattempo è sempre fragile: nonostante una serie di circostanze favorevoli, l’Europa fatica a produrre perfino una crescita anemica. Se qualche fattore esterno iniziasse ad andare storto, la campana potrebbe suonare proprio per l’unione monetaria.

 

Di Ambrose Evans-Pritchard, 9 settembre 2015

 

L’Unione europea si va sbriciolando lungo diverse linee di frattura, afflitta da una crescente battaglia culturale riguardo i flussi migratori prima ancora di aver superato l’amaro conflitto al cuore dell’Unione monetaria.

“Suona la campana, è giunto il momento,” ha detto Jean-Claude Juncker, il capo della Commissione europea, nel suo discorso sullo stato dell’Unione.

“Dobbiamo guardare gli enormi problemi che deve ora affrontare l’Unione europea. La nostra Unione non è in una buona condizione,” ha detto.

Sarebbe forse indelicato sottolineare che la causa di questo semi-collasso esistenziale è una serie di mosse che portano la sua firma:

La fatidica decisione di varare l’euro a Maastricht nel 1991 senza prima stabilire un’Unione politica europea per renderla praticabile, e farlo nonostante gli avvertimenti chiarissimi degli esperti facenti parte della Commissione e della Bundesbank che questa avrebbe inevitabilmente portato ad una crisi – la “crisi benefica” come supponevano maliziosamente i seguaci dell’unione monetaria.

L’escalation di trattati di Amsterdam, Nizza e Lisbona, ognuno dei quali ha maggiormente concentrato il potere nelle mani di un sistema istituzionale deforme, privando della linfa parlamentare gli antichi Stati nazionali, gli unici baluardi di un’autentica democrazia in Europa.

Soprattutto, la distruzione della fiducia ribaltando il categorico “No” degli elettori francesi e olandesi alla costituzione europea nel 2005, imponendo comunque lo stesso trattato attraverso un Putsch, mentre un disgustato ma complice primo ministro britannico firmava il documento in una camera privata a Lisbona, al riparo dalle telecamere.

Si potrebbe pensare che la corretta conclusione da trarre è che a questo punto l’Unione Europea può salvarsi solo abbandonando il metodo Monnet caratterizzato da trattati striscianti e tentativi irresponsabili di imporre un’integrazione oltre i dovuti limiti e ritirarsi invece nell’ambito più sicuro degli Stati-nazione, ove possibile.

Ma no, il Presidente Juncker intende invocare i poteri dei trattati per obbligare i paesi ad accettare 160.000 profughi pro-quota, che siano d’accordo o meno, o più propriamente che pensino o meno che sia altamente pericoloso, dato lo stato di guerra totale che esiste ora tra la civiltà liberale occidentale e il fondamentalismo jihadista.

Personalmente, credo che le nazioni europee dovrebbero aprire le porte a coloro che fuggono dalla guerra e della persecuzione, con un’adeguata selezione, in base ai trattati internazionali sui rifugiati e in armonia con la tradizione morale.

Quei paesi divisi delle linee di Sykes-Picot sulla mappa del Medio Oriente nel 1916 dopo la disgregazione dell’Impero ottomano, o quelli precipitati nel caos dopo il rovesciamento di regimi duri ma stabili in Iraq e Libia, hanno particolare diritto ad essere considerati. Ma il punto è chi ha l’autorità finale per decidere.

Guerra politica fig 1

Richiamando il diritto dell’UE di imporre quote minacciando sanzioni, Bruxelles ha incautamente portato a galla la realtà che gli Stati hanno rinunciato alla sovranità riguardo le loro frontiere, la loro polizia e i loro sistemi giudiziari, proprio come hanno rinunciato alla sovranità economica aderendo all’euro.

Si è trattato di un grosso shock che ha creato una nuova frattura tra l’est e l’ovest europeo, che si aggiunge a quella tra sud e nord riguardo l’unione monetaria. Salvo alcune sfumature, i popoli dell’Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia e Stati baltici non accettano la legittimità delle richieste che vengono loro fatte.

C’è un paradosso nella crisi in Europa. L’ex premier Mario Monti di Italia dice che tutti e tre i drammi immediati che affliggono l’Europa, riguardano questioni in cui le persone – in un certo senso – desiderano aderire più strettamente all’Unione.

Per i rifugiati che arrivano in proporzioni bibliche, il territorio dell’UE è la terra promessa. La crisi ucraina è scoppiata perché l’Ucraina voleva aderire al club. La perenne saga greca si sta protraendo perché il popolo greco vuole rimanere nell’euro.

Questo è vero, ma è non significa niente se il progetto si sta disintegrando nel suo nucleo. Il Front National di Marine Le Pen in Francia non ha perso tempo a cogliere gli eventi, puntando sul fatto che quasi tutti i rifugiati sono in realtà dei migranti, e sostenendo inoltre che la Germania li sta lasciando entrare solo per farli lavorare come “schiavi economici”.

La Le Pen continua a dominare i sondaggi in Francia, solida come la roccia al 29% nell’ultimo sondaggio di Figaro nonostante l’espulsione di suo padre dal partito in un sorprendente spettacolo di parricidio politico.

Guerra politica fig 2

C’è un’alta probabilità che il suo vantaggio aumenti quando l’entusiasmo inizieranno a sbiadire l’iniziale di generosità e i buoni sentimenti all’interno della società francese, e si dovrà tornare a sgobbare.

L’eurozona è ancora in una depressione economica strutturale. Non fatevi ingannare dalla breve ripresa ciclica in atto. Arriva in grande ritardo rispetto a una fase di espansione globale che è già piuttosto datata ed è troppo anemica per fermare la rivolta politica che infesta gran parte dell’Europa meridionale.

La Banca Centrale Europea prevede una crescita dell’1,4% quest’anno e 1,7% l’anno prossimo. E’ una ripresa costruita sulla sabbia, dato che tutte le stelle sono brevemente allineate in favore di quello che dovrebbe essere un boom esplosivo. La politica fiscale è neutra dopo anni di serraggio pro-ciclico. La BCE sta conducendo 60 miliardi di € al mese di quantitative easing. L’euro si è svalutato del 24% contro il dollaro lo scorso anno. I prezzi del petrolio si sono dimezzati. Eppure anche questo mix di stimoli non riesce a chiudere l’output gap.

Guerra politica fig 3

La spaccatura tra Nord e sud nell’unione monetaria si è mostrata splendidamente lo scorso fine settimana al forum Ambrosetti sul lago di Como – un raduno delle élite EU – dove un alto funzionario francese ha accusato i tedeschi in faccia di condurre una “guerra di religione”, distruggendo l’Unione monetaria in un rigurgito calvinista di purificazione morale del debito.

Anche se la “favola morale” Teutonica su cosa c’è di sbagliato nell’unione fosse vera – e Parigi la rifiuta – è troppo tardi per chiudere un gap di competitività del lavoro del 20-30% tra le due metà dell’Unione monetaria solo forzando un aggiustamento a sud.

È proprio tale politica asimmetrica che ha spinto l’eurozona in un vortice deflattivo degno degli anni ‘30. È stato controproducente, in ogni caso. Gli effetti deflazionistici hanno spinto verso l’alto i rapporti debito/PIL ancora più velocemente.

La spinta della Germania per la “competitività” è una copertura per quello che in realtà è stata una compressione dei salari, che ha messo fuori gioco gli altri paesi all’interno dell’unione monetaria attraverso una tattica “beggar-thy-neighbor” (frega il tuo vicino).

Il funzionario francese ha detto che tali politiche sono un gioco a somma zero in un’Unione monetaria. Non devono essere confuse con aumenti genuini di “produttività”, la vera misura del progresso economico.

La fissazione ideologica di Berlino col rischio morale – la sua insistenza che non si dovrebbe rilassare l’austerità fino a quando le riforme non saranno complete, per timore che qualcuno faccia marcia indietro – è in palese contraddizione con la letteratura accademica. Le riforme hanno bisogno di uno stimolo supplementare che ne attutisca l’urto.

I funzionari tedeschi presenti hanno sorriso come angioletti, senza l’intenzione di concedere un solo centimetro di terreno ideologico. Non solo sono certi della loro causa morale, ma ritengono anche che le politiche dell’unione stanno funzionando. Basta guardare alla Spagna. Essa ci mostra cosa può fare un paese.

I francesi potrebbero replicare che la Spagna ha rilanciato la sua industria automobilistica – che ora lavora per tutto il giorno, “su tre turni” ed esporta l’85% della produzione – saccheggiando la produzione dalla Francia con un taglio del 27% dei salari spagnoli. Questa strada conduce a una corsa al ribasso.

Per quanto riguarda la Grecia, nulla è stato risolto. Vedremo se ci sarà un governo malleabile ad Atene dopo le elezioni della prossima settimana. I creditori devono ancora chiarire cosa intendono per riduzione del debito, sempre che la concedano, e il Fondo Monetario Internazionale si rifiuta di partecipare all’ultimo pacchetto di prestiti da 86 miliardi di euro fino a quando non lo faranno.

Il livello di austerità concordata non può essere umanamente ottenuto. L’avanzo primario è diventato ancora una volta un quadratino da spuntare, un imbroglio da avvocati. Le condizioni per la Grecia sono ancora più dure rispetto a quelle largamente respinte con un referendum greco nel mese di luglio. “Sono impossibili da applicare,” ha detto Yanis Varoufakis, l’ex ministro delle finanze.

“Il FMI non pensa che possa funzionare, né lo pensa il Tesoro USA, e so che Wolfgang Schäuble non lo pensa perché me lo ha detto. Il sistema bancario in Grecia non è funzionante. I prestiti che non vengono restituiti sono il 45% e qualsiasi ricapitalizzazione verrebbe sprecata. Entro sei mesi ripercorreremo daccapo la stessa identica crisi ancora una volta”, ha detto.

Il rischio è che l’economia globale sprofondi in un’altra recessione entro i prossimi 18 mesi, prima che l’eurozona si sia davvero rimessa in piedi, dato che gli indici di indebitamento sono molto superiori rispetto al 2008, la disoccupazione è ancora bloccata a quasi l’11% e gli investimenti ancora 4,5 punti percentuali del PIL inferiori ai livelli pre-crisi (dati del FMI)

Come ha avvertito la Banca mondiale questa settimana, è sufficiente un errore dalla Federal Reserve che inizia a irrigidire la politica monetaria, per scatenare una reazione a catena attraverso mercati emergenti.

Al progetto europeo è rimasto pochissimo capitale economico e politico per difendersi, se qualcosa in questo momento andasse storto. Come ha detto il Presidente Juncker, la campana suona.