Counterpunch pubblica un efficacissimo articolo in cui viene smontato pezzo per pezzo il mito delle “ripresa” irlandese, già sbugiardato da Bagnai (qui e qui, ad esempio) e più volte affrontato anche da noi (quiqui, ad esempio). I numeri della “ripresa” irlandese si basano sulla distorsione indotta sugli indici della contabilità nazionale (PIL e PNL) dal gigantesco settore dell’elusione fiscale delle multinazionali che fa perno sull’isola di smeraldo; l’economia reale patisce invece un crollo della domanda interna del 20% dal 2008, nuovi picchi di emigrazione giovanile e un riapparire della povertà alimentare. Mentre i profitti di multinazionali e top 1% vanno alle stelle e politici e mass media vendono una ripresa che è solo per pochi fortunati, gli irlandesi vivono in una situazione di difficoltà economica che per certi versi riporta alla mente il periodo della Grande Carestia.

di Cillian Doyle, 1 maggio 2015

Avete sentito le notizie? La cara vecchia Irlanda è nel bel mezzo di una grande ripresa economica. Be’, questo secondo il governo, i media mainstream, le multinazionali e anche Angela Merkel. Sì, uno ad uno sono si sono messi in fila ad applaudire il simbolo propagandistico dell’austerità europea. Il loro rincuorante racconto suona così: dopo aver sperimentato una delle più grandi crisi economiche della storia e dopo aver ingoiato l’austera medicina imposta dalla Troika, l’Irlanda è diventata – a dispetto di ogni logica economica – l’economia europea  con la più rapida crescita (vedi grafico 1 dei dati Eurostat).

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Il nostro primo ministro Enda Kenny parla di una ‘Fenice Celtica’ che risorge dalle ceneri. I media nazionali e internazionali esultano per il fatto che ‘L’Irlanda è sulla via del ritorno‘, ‘La ripresa economica continua a correre‘ e ‘L’Irlanda mostra all’Europa in difficoltà la strada da seguire‘. Le multinazionali (MNC) pensano che le cose stiano andando così bene che dovremmo tagliare di nuovo le tasse ai ricchi – cosa sulla quale il governo è completamente d’accordo. Mentre Angela Merkel ci ha accreditato come una ‘storia di straordinario successo‘ – quella che i Greci avversi all’austerità dovrebbero imitare.

Ma, ahimè, questa è solo una versione dei fatti, e ce n’è sicuramente un’altra, anche se è un racconto meno pubblicizzato e più deprimente. E’ quello che potrebbe essere descritto come l’esperienza quotidiana di un comune irlandese. Non è in alcun modo il racconto del trionfo sulle avversità che il governo sta strombazzando. Al contrario, è una storia sulle difficoltà economiche in atto, una tragedia e una farsa.

La presunta ‘ripresa’ sulla quale insistono i nostri leader è completamente estranea alle centinaia di migliaia di persone comuni che sono costantemente scese in piazza per protestare contro le loro politiche. E’ estranea al numero sempre crescente di persone che hanno arretrati sui mutui a lungo termine e rischiano di perdere le loro case, o alle persone che le hanno già perse. Ed è estranea alle 10.000 persone che proprio questo mese hanno fatto sparire l’intero lotto di visti di lavoro per il Canada in meno di 12 minuti, unendosi così ai 170.000 nostri ragazzi che hanno lasciato il paese dal 2010 ad oggi.

Come possiamo quindi conciliare questi due racconti così contrastanti e discordanti? Potrebbe trattarsi di una ripresa che è davvero in corso, ma che deve ancora ‘ricadere’ dall’alto su tutti i settori dell’economia? Oppure l’impoverimento e la stagnazione sono una dura realtà che viene semplicemente nascosta dalle cifre sulla crescita riportate nei titoloni, che proprio non tornano?

Statistiche flessibili contro fatti ostinati

Il governo fa in fretta ad indicare i nostri dati sulla crescita, del 4,8% per il PIL e del 4% per il PNL, ma che cosa ci dicono realmente questi dati? In breve, non molto. La posizione unica dell’Irlanda all’interno del meccanismo globale dell’evasione fiscale ha reso l’indicatore standard del livello economico, il PIL (prodotto interno lordo), del tutto inutile come misura della salute dell’economia. E’ stato ben documentato che le attività di elusione fiscale del settore multinazionale (MNC) con sede in Irlanda portano a distorsioni massicce di questo indicatore statistico. Così i nostri politici, gli analisti e i commentatori si sono rivolti al PNL (prodotto nazionale lordo) per un avere un quadro più preciso della salute dell’economia.

Ma il PNL non è altro che il PIL dopo aver preso in considerazione tutto il denaro che fluisce dentro e fuori dal paese in un dato periodo di tempo – e anch’esso soffre dello stesso tipo di distorsioni causate dall’elusione fiscale delle multinazionali. Prendiamo ad esempio il caso della società di consulenza manageriale Accenture che, insieme a molti altri grandi gruppi internazionali, ha scelto di trasferire la propria sede in Irlanda.

Ora, questo tipo di ‘quartier generale’ può consistere in un piccolo ufficio con un solo telefono (vedi: Brassplate Company [società “fantasma”, in italiano, ndT]), cosa che potrebbe portarvi a credere che le conseguenze per l’economia nazionale siano nulle – ma vi sbagliereste. Anche se tali imprese non esercitano alcuna attività economica al di là del loro bilocale, i loro enormi profitti sono tuttavia conteggiati nella contabilità nazionale (PIL e PNL).

Poi c’è il problema delle principali istituzioni finanziarie situate nell’Irish Financial Services Centre (IFSC) [centro per i servizi finanziari irlandese, ndT] che stanno attualmente gestendo alcuni dei più grandi fondi di investimento del mondo. L’Irish Funds Industry Association (IFA) [associazione del settore fondiario irlandese, ndT] ha recentemente annunciato che i ‘patrimoni domiciliati in Irlanda nel 2014 hanno raggiunto un nuovo picco di 1.6 trilioni di euro‘. Valgono più dell’intero valore di tutti i beni e servizi finali prodotti in Australia l’anno scorso.

E anche se si potrebbe pensare che è un’ottima cosa, l’effetto sull’economia reale è stato trascurabile – a parte le distorsioni del nostro PNL. Non sono parole mie, è stata la Banca centrale a dichiarare che ‘gli sviluppi del settore finanziario, che sono per la maggior parte scollegati dall’economia nazionale, rappresentano una porzione significativa della crescita del PNL‘.

Quindi, adesso potreste avere la sensazione che PIL e PNL non ci diano una grande visione sulla salute dell’economia reale irlandese, ma lasciatemelo dire, c’è di peggio. La metodologia con cui viene redatta la contabilità nazionale (PIL e PNL) recentemente è stata modificata per gonfiare le cifre. Come l’hanno fatto? Be’, adesso le merci che non sono nemmeno state prodotte qui vengono conteggiate come se lo fossero.

Ancora una volta è la Banca centrale irlandese che possiamo ringraziare per aver portato la nostra attenzione su questa piccola peculiarità sottolineando che ‘le merci di proprietà di un ente irlandese, fabbricate e spedite da un paese straniero sono ora registrate come esportazioni irlandesi‘. In altre parole, prodotti che non hanno mai visto il suolo irlandese o toccato le mani dei lavoratori irlandesi vengono registrate come se fossero nostre esportazioni. L’unico criterio è che  sono di proprietà di una ‘entità irlandese’. Un termine così elastico che può essere allungato per adattarsi a qualsiasi scopo. Direi che questa roba non si poteva fare, ma sembra che qualcuno l’abbia già fatta.

La lenta morte della domanda interna

L’unico mezzo per comprendere il vero stato di salute dell’economia è quello di esaminare la domanda interna – o ciò che ne resta. La domanda interna, che costituisce circa i tre quarti dell’economia, è composta dalla spesa per gli investimenti pubblici e i servizi pubblici e dalla spesa dei consumatori. Quindi questa non soffre quel tipo di distorsioni, attribuibili alle multinazionali, di cui risentono indici come il PIL e il PNL.

I due grafici seguenti mostrano perfettamente la natura superficiale di questa ‘ripresa’. Come possiamo vedere nel 2008 la domanda interna è colata a picco  ed è praticamente rimasta lì. La spesa dei consumatori – che è la principale componente della domanda interna – in realtà è sotto i livelli del 2009. Dato che il reddito disponibile è diminuito del 20% dal 2008, in gran parte come risultato della caduta dei salari, dell’aumento delle imposte e dei tagli alla spesa sociale (in altre parole, dell’austerità), non c’è da meravigliarsi che l’Irish Small and Medium Size Enterprise Association (ISME) [associazione irlandese delle piccole e medie imprese, ndT] proprio questo mese abbia descritto la ripresa del governo come ‘ molto lenta e irregolare‘. Ma veramente non c’era da aspettarselo? Se si deprimono i redditi delle persone fino al punto di rottura, da dove arriverà la domanda? E se non c’è la domanda, allora non c’è ripresa.

Il nocciolo della questione è che non si può tassare e tagliare per uscire da una recessione allo stesso modo in cui non si può fare la dieta e morire di fame per uscire da una carestia. Ma con oltre mezzo milione di irlandesi che stanno patendo la povertà alimentare – provate a dirlo al governo.

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Una ripresa molto “irlandese”

Avete mai sentito l’espressione “è un po’ Irish”? Il Dizionario Collins definisce la parola ‘Irish’ (irlandese) – nella sua forma di aggettivo – come qualcosa di ‘assurdo o illogico’. Beh, giudicando con quello standard, questa è una ripresa molto “irlandese”.

Oh, certo, per alcuni c’è stata una ripresa. Le 250 persone più ricche d’Irlanda hanno visto aumentare la loro ricchezza aggregata del 16% raggiungendo l’enorme cifra di 75 miliardi nel solo ultimo anno, quindi è giusto dire che per loro sta andando bene. Poi ci sono le multinazionali, i cui enormi profitti continuano a godere dell’immunità fiscale de facto. E le cose si stanno mettendo bene anche per i politici, che stanno progettando di darsi un aumento di stipendio come riconoscimento per aver architettato questa grande ‘ripresa’.

Definitemi vecchio stile, se volete, ma per me una ripresa non è una ripresa fino a quando le vite delle persone che compongono la massa di quella economia non iniziano a migliorare. Sembriamo ancora molto lontani da quel punto. E per questo motivo la maggior parte degli irlandesi non crede in questa ripresa; perché gli irlandesi non la vedono e certamente non la vivono.