A.E Pritchard racconta l’ennesima crisi politica dell’eurozona in Portogallo, dove sembra destinata al potere una coalizione di sinistra con elementi euroscettici. Ovviamente “i mercati” e gli eurocrati hanno già provveduto a “sgridare” i portoghesi per aver osato votare qualcosa di diverso da quello che Bruxelles avrebbe voluto. Secondo l’autore, il ciclo economico mondiale si potrebbe presto invertire, e una nuova recessione troverebbe l’eurozona in una situazione ben peggiore di quanto fosse prima della crisi Lehman. Infatti, in questi anni di relativa ripresa mondiale, i paesi aderenti all’unione monetaria si sono autoinflitti una crisi che ne ha impedito il recupero. Una nuova svolta negativa manderebbe in pezzi il dilaniato corpo di questa tremenda costruzione artificiale.

 

Di Ambrose Evans-Pritchard, 21 ottobre 2015

 

Alla fine, la miccia delle politiche dell’eurozona di debito e deflazione si è consumata ed è esplosa in un altro paese. Il Portogallo ha aderito alla rivolta contro l’austerità.

La traballante impalcatura della disciplina fiscale e della sorveglianza economica imposta dalla Germania al Sud Europa sta cadendo a pezzi sul fronte più vulnerabile.

Antonio Costa, il leader socialista portoghese e figlio di un poeta di Goan, ha rifiutato di andare avanti con ulteriori riduzioni salariali per i lavoratori pubblici, o di sottomettersi passivamente ad una coalizione di destra schiacciata dall’ormai defunta «Troika» UE -FMI .

Contro ogni pronostico, ha sospeso la storica contrapposizione del suo partito con i Comunisti del Portogallo e ha messo insieme una triplice alleanza con il Blocco di Sinistra. Il trio ha reclamato il proprio diritto di governare il paese, e insieme hanno la maggioranza assoluta nel Parlamento portoghese.

Il verdetto dei mercati è stato rapido. “Saremmo molto restii ad investire nel debito portoghese,” ha detto Rabobank, descrivendo la svolta degli eventi come uno shock politico.

Il Presidente ha il potere costituzionale di ridare l’incarico di governo alla vecchia guardia – e in realtà potrebbe farlo nei prossimi giorni – ma questo renderebbe il paese ingovernabile e sarebbe un pericoloso azzardo in una democrazia giovane, che ricorda ancora la relativamente recente dittatura di Salazar.

“La maggior parte del popolo portoghese non ha votato per la coalizione uscente. Vuole un cambiamento,” ha detto Miriam Costa dell’Università di Lisbona.

Joseph Daul, capo del blocco conservatore al Parlamento europeo, ha avvertito che il Portogallo deve ora affrontare sei mesi di caos e rischia di finire come la Grecia.

Entrambi gli alleati di sinistra dell’onorevole Costa vorrebbero un ritorno all’Escudo. Tutti hanno concluso che le tremende acrobazie greche concertate da Alexis Tsipras hanno mostrato senza ombra di dubbio che è impossibile avere una politica economica sovrana dentro i vincoli della moneta unica.

Il leader comunista, Jeronimo de Sousa, ha richiesto la “dissoluzione dell’unione monetaria” per il bene di tutti, prima che essa combini ulteriori danni alla base produttiva dell’economia europea.

Il suo partito chiede un taglio del 50% del debito pubblico del Portogallo e un taglio del 75% sul pagamento degli interessi e punta a stracciare il trattato di Lisbona e il Fiscal Compact. Vuole nazionalizzare le banche, invertire la privatizzazione dei sistemi di trasporti, energia e telefonia e prendere il controllo delle “leve di potere dell’economia”.

Catarina Martins, capo del Blocco di Sinistra, è più moderata ma dice che se il popolo portoghese deve scegliere tra “la dignità e l’euro”, la dignità dovrebbe prevalere. “Qualsiasi governo che rifiuti di obbedire a Wolfgang Schäuble deve essere pronto all’eventualità che la Banca Centrale Europea chiuda le sue banche”, ha detto.

Su questo ha sicuramente ragione. La lezione del dramma greco è che la BCE è il bullo politico dell’unione monetaria, disposta a mettere in ginocchio i ribelli staccando la spina al sistema bancario di una nazione.

Questi due partiti si sono per ora sottomessi ai sapientoni dell’eurozona, accettando vagamente di rispettare le regole di bilancio dell’UME. Ma questa lisciata di pelo è priva di significato.

Il Fiscal Compact della UE richiede al Portogallo di tagliare il debito pubblico dal 127% al 60% del PIL entro venti anni, pena sanzioni, con tagli paralleli in Italia, Spagna, Francia e Belgio, che si alimentano a vicenda e verosimilmente intrappoleranno l’Unione monetaria in un vortice recessivo per un’altra generazione.

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Per il Portogallo questo comporta un surplus primario di bilancio di tale entità da non poter essere minimamente compatibile con l’agenda economica della sinistra.

Le stesse proposte dell’onorevole Costa – appena più moderate – lo mettono in rotta di collisione con la Commissione Europea. Ha promesso di “voltare pagina sull’austerità”, invertire i tagli della Troika, annullare la riforma del lavoro, rivedere la privatizzazione dei trasporti pubblici e della distribuzione dell’acqua e avviare un pacchetto espansivo di 55 punti dominato dalla spesa nell’assistenza sanitaria e nell’istruzione.

La crisi portoghese ha preso alla sprovvista le élite europee. L’Eurozona si sta godendo un piccolo rimbalzo ciclico, guidato dalla felice combinazione di basso costo dell’energia, euro svalutato e credito a basso costo. Il QE della BCE ha inondato il sistema di liquidità, anche se l’Europa ha ancora un piede nella deflazione.

I leader europei pensavano che la crisi fosse finita e credevano alla loro stessa propaganda, ossia che il Portogallo avesse imboccato con successo la via verso la sicurezza aderendo strettamente ai termini della Troika. Ma questa è sempre stata un’illusione.

William Buiter, il capo economista di Citigroup, dice che il Portogallo ha molte delle stesse ‘patologie’ economiche della Grecia, con rapporti di debito già oltre il punto di non ritorno e una nuova crisi di solvibilità quasi inevitabile al prossimo contrattempo.

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La somma del debito pubblico e privato del Portogallo è al 370% del PIL. Si tratta del secondo debito più alto del mondo sviluppato dopo il Giappone, ma il Giappone è creditore nei confronti del resto del mondo, mentre il Portogallo ha passività nette esterne del 215% del PIL. “È necessaria una soluzione sistemica al problema della leva finanziaria eccessiva”, dice il Fondo Monetario Internazionale.

Il FMI loda il “miracolo dell’export” del Portogallo ma avverte che i progressi sono stati molto pochi. Mentre le esportazioni sono aumentate dal 30% al 40% del PIL dal 2010, non c’è stato un simile progresso nel “valore aggiunto interno”, che è ciò che importa per la competitività. ” Non ha avuto luogo un riequilibrio durevole dell’economia e il settore nontradable (ossia quello dei beni non commerciabili NdVdE) è ancora dominante,” ha detto.

“Il Portogallo deve affrontare un forte problema di crescita. La crescita della produttività è diminuita nel corso degli ultimi cinquant’anni. La popolazione in età lavorativa del Portogallo diminuirà, e lo stock di capitale del paese è in contrazione a causa di insufficienti investimenti” ha detto.

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È questo mix di debito elevato e crescita cronicamente bassa che è così tossico, aggravato da forze deflazionistiche che avvelenano la dinamica del debito. Il FMI dice che l’unico modo sicuro per sfuggire alla trappola di ristagno all’interno dei vincoli UME è uno shock di riforme radicali del mercato. Ma le riforme sono già in stallo. E ora sembrano inattuabili.

La rivolta anti-austerità in Portogallo è un assaggio di cosa potrà accadere in una serie di stati dell’UME quando l’espansione economica globale si spegnerà, come potrebbe tranquillamente succedere entro un paio d’anni, guardando ai precedenti storici.

I danni sociali e politici causati della crisi autoinflitta dall’eurozona dal 2008 al 2014 sono ancora in fermentazione, un’atmosfera infiammabile se la regione dovesse essere presto colpita da una nuova recessione.

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L’unione monetaria è, sotto tutti i punti di vista, in uno stato peggiore di quanto fosse prima della crisi Lehman. I livelli del debito sono aumentati del 35% del PIL. Il livello di disoccupazione è bloccato all’11%. La credibilità della leadership dell’eurozona è a brandelli.

Potenti forze populiste sono in attesa dietro le quinte in Spagna, Italia e Francia. Gli eventi in Portogallo hanno dimostrato che ogni elezione in Europa meridionale è ora un “evento a rischio”. I nodi politici stanno venendo al pettine e l’economia starà a galla ancora per poco.