Wolfgang Münchau sul Financial Times scrive un editoriale molto duro —anche se a tratti ambiguo— sui mali dell’Europa. Münchau ammette di essere stato tra i primi sostenitori del progetto euro (che ora considera un errore); questi sostenitori fin dall’inizio si dividevano a suo dire in due categorie: quelli che già sapevano che non avrebbe funzionato, e quelli che lo hanno fatto apposta per costringere i paesi europei alla deflazione dei salari e dei prezzi. (Nonostante questi presupposti, che riteniamo gravissimi, Münchau sembra ritenere l’intero progetto ancora riformabile — a voi il giudizio.)

 

di Wolfgang Münchau, 01 novembre 2015

La moneta unica è una trappola, e l’espansione verso est ha distratto l’UE dal vero problema.

Non c’è stato praticamente anno nel quale l’UE non sia stata sull’orlo di qualche crisi: la crisi bancaria, la crisi del debito sovrano, l’annessione della Crimea da parte della Russia, adesso la crisi dei rifugiati. Si può sempre puntare il dito contro i singoli politici e affibbiare la colpa a qualcuno. Ma è piuttosto improbabile che tutta la sfilza dei fallimenti si possia spiegare come il prodotto del caso o della malvagità di alcuni.

Per quanto mi riguarda attribuisco questi fallimenti a due errori catastrofici che sono stati commessi tra gli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio. Il primo è l’introduzione dell’euro, il secondo è l’espansione dell’UE da 15 a 28 paesi, avvenuta una ventina di anni fa. Potreste essere d’accordo con l’uno o l’altro di questi due punti, o magari con nessuno dei due. Ma sono in pochi ad essere d’accordo su entrambi.

Io ero tra quelli che hanno sostenuto l’unione monetaria al tempo della sua introduzione. I sostenitori dell’euro, a quel tempo, venivano da due gruppi diversi, che hanno stretto tra loro un accordo “faustiano”.

Coloro che facevano parte del primo gruppo credevano che l’euro, così com’era, sarebbe fallito, e speravano che sarebbe stato poi in qualche modo riaggiustato. Gli altri pensavano che il sistema avrebbe resistito rigidamente, e avrebbe piegato le economie dei suoi paesi membri verso nuove forme. Quest’ultimo gruppo riteneva che, per sopportare il rigore di un sistema di cambi fissi che assomigliava nientemeno che al Gold Standard, i paesi avrebbero dovuto adeguarsi agli shock economici attraverso aggiustamenti interni dei salari e dei prezzi — una direzione, essi credevano, che i paesi membri dell’euro sarebbero stati costretti a prendere.

L’ammissione che l’euro è stato un errore non deve essere scambiata per il desiderio di distruggerlo. Ciò sarebbe ancora più catastrofico. È solo il riconoscimento che siamo intrappolati in un sistema monetario disfunzionale.

Ma cosa c’entra tutto questo con l’espansione dell’UE? Il mio non è un argomento contro uno specifico stato membro, con le cui azioni si può essere magari in disaccordo. Non è nemmeno un argomento sul principio dell’espansione di per sé, che è fondamentale per l’UE. Il mio punto polemico è sulla velocità di questa espansione, sui criteri che vengono richiesti ai nuovi aspiranti membri per entrare. Proprio come i paesi hanno un limite alla capacità di assorbire nuovi immigrati, così l’UE ha un limite alla capacità di assorbire nuovi paesi membri. Non ho idea di quale sia il numero esatto in un dato periodo di tempo, ma di sicuro non è 13 nuovi paesi membri in un solo decennio.

L’espansione ha influenzato la capacità dell’Europa di reagire agli shock degli anni seguenti in due modi. Primo, ha costretto l’UE a distogliere l’attenzione in un momento critico nel quale avrebbe dovuto concentrarsi sul creare le nuove istituzioni che erano necessarie per far funzionare l’euro. Secondo, l’espansione ha implicato che i paesi UE che non erano nell’eurozona si siano trovati improvvisamente in maggioranza. Questo cambiamento ha naturalmente riformato il programma stesso dell’UE. Mi ricordo bene l’ossessione che c’era in quegli anni sulla competitività, una questione economica tipica dei piccoli paesi. I dibattiti sulle riforme da applicare ai trattati europei in quegli anni si concentravano sul votare o meno diritti e protezioni delle minoranze. La più diffusa opinione dei funzionari europei e dei membri del parlamento europeo era che l’eurozona stessa non avesse bisogno di riaggiustamenti.

A quel tempo sarebbe stato relativamente semplice istituire un’unione bancaria. Ma una volta che è arrivata la crisi, le banche hanno patito perdite enormi, i paesi non erano più in grado di mettere in condivisione i loro programmi di garanzia dei depositi, figurarsi crearne uno solo per tutti. Dopo l’inizio della crisi il dibattito sul meccanismo comune di garanzia dei depositi si è mescolato a quello sui trasferimenti fiscali. La crisi era dunque giunta a interrompere brutalmente il lento, progressivo e onorabile processo di integrazione.

Un ottimista a questo punto potrebbe obiettare che si deve dare tempo al tempo. Le crisi vengono e passano. L’UE resterà al suo posto. Forse è così, ma chiedetevi questo: perché il periodo tra gli anni ’50 e la fine degli anni ’90 è stato più stabile del periodo che è venuto dopo?

Nei primi anni della Comunità Economica Europea, i rischi di sicurezza esterna venivano gestiti dalla NATO. Praticamente non c’era rischio per la stabilità finanziaria, dato che le regolamentazioni erano estremamente stringenti a confronto con gli standard attuali. Anche se gli shock economici, come quello della crisi del petrolio e dell’inflazione negli anni ’70, non erano meno gravi di quelli attuali, i paesi europei avevano la capacità di assorbire gli shock grazie a meccanismi di tasso di cambio flessibili.

Oggi invece Bruxelles si trova improvvisamente a dover gestire i propri interessi di politica estera e a far funzionare la seconda più grande economia del mondo. L’UE non è istituzionalmente pronta né per una cosa né per l’altra. Nemmeno i suoi leader politici, per quanto li riguarda, sono intellettualmente pronti.

Ci dobbiamo aspettare di vedere altre crisi, altre azioni unilaterali da parte dei paesi membri, una accresciuta volontà di andare verso gli opt-out, l’invocazione di circostanze eccezionali che sospendono le azioni intraprese a livello comunitario, ancora più violazioni di regole, e molto altro.

Il vero rischio non è quello di una rottura formale. Questa sarebbe tecnicamente difficile, anche se ciò non deve consolarci. Il vero rischio è che l’UE vada semplicemente verso il progressivo dissolvimento e diventi un fantasma.