Baghdad, Beirut, Parigi – e un po’ di Storia

L’orrendo massacro di Parigi è purtroppo la realtà quotidiana di molti paesi, come Iraq, Siria, Libano o Afghanistan, da anni. Da anni, ma non da sempre. Sì, perché in passato molti paesi sembravano “normali”. Questo duro articolo di OpenDemocracy ne ripercorre un po’ di Storia, mostrando come nell’ultimo secolo sia stato proprio l’Occidente ad aver sistematicamente, ferocemente aggredito e distrutto (ora con la guerra, ora col debito) quei paesi da cui oggi – nello sbalordimento di molti – tracima la violenza. E l’unica reazione che la nostra ipocrita e incapace classe politica ci propone è sempre la stessa: altra guerra, altra distruzione, altra violenza.

 

di Vijay Prashad, 15 novembre 2015

È stata una settimana di orribili carneficine – bombe esplose a Beirut e Baghdad, e poi il massacro a sangue freddo a Parigi. Ciascuno di questi atti di terrore ha lasciato cadaveri e vite segnate. Non ne viene nulla di buono – solo il dolore delle vittime, e poi ancora altro dolore nel vedere i potenti rifugiarsi in soluzioni convenzionali che danno un altro giro alla ruota della violenza.

Come si può reagire a questi drammi? Per prima cosa c’è l’orrore e l’indignazione. Sono istintivi. Piangiamo i morti: i giovani genitori di Haidar Mustafa (di 3 anni) che lo hanno protetto col loro corpo salvandogli la vita, ma finendo fatti a pezzi, in un’esplosione a Beirut. A Parigi i terroristi hanno ucciso Djamila Houd (41 anni) che lavorava per Isabel Marant, in un bar. C’è un volto per ciascuna delle vittime. Ciascuno di questi volti comparirà nella stampa e sui social media. Li vedremo sorridenti, come a parlarci dei loro giorni migliori e delle loro promesse. Nessuno di loro ha avuto alcun ruolo attivo in un conflitto. Il loro assassinio non ha nulla a che fare con le loro storie.

Saremo sconcertati dall’incomprensibilità di queste morti – una tale perdita di vite umane. Cercheremo delle spiegazioni. È già chiaro che gli autori di tutti questi attentati – a Baghdad, Beirut e Parigi – appartengono all’ISIS o “Daesh”, il gruppo che controlla larga parte dell’Iraq e della Siria, ma anche parti della Libia e dell’Afghanistan (con gruppi affiliati in Nigeria e in Somalia). L’ISIS, come Al-Qaeda, è un’organizzazione con dei tentacoli – non ha un vertice unico, solamente delle articolazioni ispirate ad agire nella rabbia. Se è l’ISIS, perché stanno colpendo in questi luoghi?

Per coloro che abitano in Occidente, gli attentati a Baghdad e Beirut non prenderanno molto tempo – dopotutto, i media occidentali sembrano suggerire che gli attentati di questo genere sono la norma in posti così. Quasi fossero una cosa naturale. Solo in ottobre sono morti 714 iracheni per atti di terrorismo. Numeri di questo genere si ripetono identici fin dal 2003, l’anno in cui gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq. Per undici anni l’Iraq si è quindi trovato di fronte ad un enorme e continuo spargimento di sangue, con la popolazione gettata in una specie di trauma comatoso. C’è poco interesse per la gente che vive qui, la cui vita e la cui morte – causata direttamente dalle guerre degli occidentali – è appena una nota a piè di pagina tra le preoccupazioni globali.

Il presidente francese François Hollande ha reagito agli attacchi di Parigi con parole dure: “condurremo una guerra spietata“. Ma l’Occidente – Francia inclusa – è già in guerra con l’ISIS e gruppi simili. Chi altro verrà attaccato? Come cambierà la strategia? I leader occidentali saranno in grado di assumere una prospettiva di ampia di quella guidata dalle reazioni emotive ai fatti presenti, e saranno in grado di vedere in prospettiva quali saranno le conseguenze di altra guerra? L’intellighènzia occidentale e la sua classe dirigente saranno in grado di riconoscere che alcune scelte strategiche fatte dall’Occidente sono servite solo a esarcerbare i conflitti e a evocare minacce ancora più grandi? È difficile.

Le espressioni da macho tipo “guerra spietata” definiscono bene la dimensione della classe dirigente odierna. Ha poco altro da offrire. Carne rossa per le nostre emozioni, ecco tutto.

Da dove sono venuti gli attentatori dell’ISIS? La tentazione è quella di dare la colpa alla religione o alla razza, per distogliere l’attenzione da altre e più importanti aree d’indagine. L’amnesia è l’ordine del giorno. Ciascun attacco terroristico in Occidente riporta tutto al punto d’inizio. Nessuno deve fare caso alla coalizione islamica globale, sostenuta dall’Occidente stesso e dall’Arabia Saudita, il cui mestiere è stato quello di distruggere le forze nazionali laiche e il comunismo all’interno del mondo arabo tra gli anni ’60 e ’70. Tutti quelli che erano sul lato giusto della Storia sono caduti sotto i colpi della spada, distrutti come anti-islamici, al fine di difendere gli emirati arabi del Golfo e il regno Saudita, assieme agli interessi occidentali per il petrolio e il potere.

Non si deve poi parlare dell’assalto occidentale e saudita in Afghanistan negli anni ’70, prima che ci fosse l’intervento sovietico, al fine di abbattere la repubblica comunista in quel paese. Nessuno deve parlare della creazione dei “Mujaheddin”, il cui nocciolo è poi esploso in quella piaga che è Al-Qaeda. Perché fare poi si è fatta ancora la guerra in Iraq, e poi in Libia e in Siria, che hanno distrutto gli stati e li hanno trasformati – come già l’Afghanistan – in un campo da gioco per gli “jihadisti”, i figli della Guerra Fredda?

Solo l’incredulità è la reazione a quelli che ci ricordano della violenza occidentale, dai bombardamenti aerei sulla Libia del 1911 fino a quelli, ancora sulla Libia, del 2011 – non si contano nemmeno i morti. “Non è una guerra” scriveva un giornalista nel 1911, “è una carneficina“. In pochi andranno sulle mensole della libreria a cercare “La Senna Tinta di Rosso” di Leila Sebbar, il lancinante racconto di come il governo francese, nell’ottobre 1961, massacrò centinaia di manifestanti pro-algerini a Parigi.

Leggerete queste parole e direte: stai forse dando la colpa a quelli che sono morti, per essere morti? Vi indignerete. Non vi indignerete per la storia di questi paesi, per tutti i morti che hanno causato, per tutta la miseria che hanno progettato, inflitto e poi negato. Non vi chiedete perché migliaia di europei siano andati in Siria a combattere in questi ultimi anni, o perché il ministro degli esteri francese, Laurent Fabis – è sembrato reticente a includere la filiale siriana di Al-Qaeda nella lista dei gruppi terroristi?

Non vi chiedete chi abbia influenzato questi giovani, consacrati dai loro governi per andare a combattere altrove, e poi ispirati dai clerici sauditi che gli hanno detto non solo di combattere in Siria, ma di tornare poi a casa a creare il caos? Penserete che sia tutto inventato, che io voglia giustificare il massacro.

Non c’è nessuna giustificazione. C’è solo la messa in scena di una storia spietata che viene sepolta sotto i cliché ufficiali.

Dopo l’11 settembre l’amministrazione Bush ha deciso di ignorare la Storia. Sembrava quasi un crimine voler suggerire che le guerre che si stavano facendo avrebbero solo esacerbato il problema – avrebbero gettato benzina sul fuoco dell’odio. Pochi giorni dopo quella violenza scrissi “non viene niente di buono dal terrore. Non è mai venuto e non verrà mai”. Ciò che dicevo includeva non solo il terrore causato da quelli che hanno attaccato gli Stati Uniti, ma anche il terrore che sarebbe venuto di conseguenza. Ciò che è uscito dalle guerre di Bush non è stata la soluzione alla violenza – “Missione Compiuta” come ha detto Bush con arroganza – ma altre guerre senza fine.

C’è forse un altro modo? Dopo gli attacchi a Mumbai nel 2008 (causarono 164 morti), il governo indiano non corse a fare la guerra. Aprì invece delle indagini sugli attacchi e svelò la trama e la sua esecuzione. Si aprirono colloqui diplomatici con il Pakistan, che l’India accusava di ospitare gli organizzatori dell’attacco. La pratica è ancora aperta. La pazienza è all’ordine del giorno. Nessun affrettato attacco missilistico avrebbe potuto rimediare all’attentato di Mumbai. Avrebbe solo prodotto un’altra escalation di conflitti, e portato India e Pakistan verso un’intollerabile guerra. Molto meglio proseguire con cautela.

Sono tutti d’accordo che il problema dell’ISIS e di Al-Qaeda non prevede delle risposte semplici. L’Occidente non ha voluto affrontare il problema dei suoi maggiori alleati in Medio Oriente – il regno Saudita e gli emirati del Golfo, che continuano a oliare gli ingranaggi del sistema integralista, e i cui sceicchi continuano a fomentare nelle menti dei giovani le idee più pericolose – tra cui un settarismo dell’odio. Nessun paese occidentale ha messo abbastanza pressione affinché questi paesi facessero qualcosa. Nessun paese occidentale ha chiesto al partito di governo della Turchia di lasciar perdere le proprie ambizioni interne per permettere che le milizie curde combattessero l’ISIS. Nessuna potenza occidentale ha ammesso che il continuo supporto logistico fornito per procura ai propri alleati, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, ha alimentato il ciclo dell’estremismo.

Nessuno ha preso sul serio le richieste di alcuni stati membri dell’ONU, di rivedere gli accordi commerciali e le politiche di finanziamento, in modo da non essere soffocati nel caos e non diventare il terreno fertile del terrore. Nel 1992, il leader liberale del Mali, Alpha Oumar Konaré, chiese all’Occidente un condono del debito odioso che gravava sul proprio paese. Non avrebbe potuto portare il proprio popolo fuori dalle divisioni e dalla povertà se avesse dovuto pagare le banche ogni mese, e se i suoi contadini non avessero avuto sollievo dai trattati commerciali punitivi. Nessuno lo ha ascoltato. Gli Stati Uniti lo hanno spazzato via, dicendo che “la virtù è la ricompensa di se stessa” – che in pratica vuol dire “paga!“. Konaré non potè portare avanti il suo programma. Rassegnò le dimissioni. Il paese implose. Al-Qaeda si impossessò di Timbuktu, la sua seconda più grande città. I francesi la bombardarono nel 2013. Il paese è ancora in pezzi. Questo è il risultato di una serie di cattive decisioni politiche. Nessuno se ne cura più. Ora tutti pensano alla presenza di Al-Qaeda in Maghreb e ai suoi movimenti.

I leader politici occidentali sono come dei bambini che si baloccano coi loro giocattoli. Non vedono la sofferenza umana e gli esiti spaventosi delle loro politiche.

Viviamo in tempi spietati. C’è una violenza tremenda. E una tristezza terribile.

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