Iniziamo con questo post la pubblicazione del primo numero della rivista euroscettica “That Sinking Feeling”, edita a Bruxelles da parlamentari europei.

In questa prima parte pubblichiamo l’introduzione firmata da Tomasz Poreba, membro del Parlamento Europeo e Presidente di New Direction – fondazione per la riforma europea.

Inoltre, pubblichiamo il contributo di Stefan Kowalec, amministratore delegato di Capital Strategy, società di consulenza strategica polacca, ed ex vice-ministro delle finanze della Polonia.

 

L’euro ha profondamente cambiato l’Europa

 

Di Tomasz Poreba

 

L’introduzione dell’euro avrebbe dovuto rafforzare il processo di integrazione europea. Purtroppo, anche se l’euro è diventato uno dei simboli più visibili dell’Unione europea, il numero delle sue conseguenze continua a crescere.

L’euro ha distorto il funzionamento di economie come quelle della Spagna, del Portogallo, dell’Italia e della Grecia. Inoltre i paesi dell’Europa meridionale, come membri di un’Unione monetaria, non possono utilizzare la svalutazione monetaria, lo strumento più potente per far fronte a una grave depressione economica.

La storia economica ci insegna che avere la propria moneta è essenziale per un paese che affronta una grave crisi economica, ma opportune riforme devono seguire la svalutazione per rendere sostenibile la ripresa.

Senza dubbio l’euro ha profondamente cambiato l’Europa. Una riflessione approfondita sulla natura e sulle conseguenze dell’Unione monetaria in Europa è inevitabile.

Oggi più che mai, possiamo vedere che l’euro ancora non ha migliorato la situazione economica nell’Unione Europea. E’ sempre stato chiaramente un progetto politico piuttosto che economico. La moneta unica, invece di accelerare la prosperità dell’Europa, ha approfondito le divisioni tra Stati membri dell’UE. L’introduzione dell’euro ha significato la scomparsa del rischio di tasso di cambio all’interno dell’eurozona e un improvviso e massiccio afflusso di capitali verso l’Europa meridionale. Di conseguenza, i salari sono cresciuti molto più rapidamente della produttività e l’Europa meridionale ha perso la sua competitività internazionale. Il problema della competitività è centrale nella crisi dell’eurozona.

L’euro ha colpito non solo i paesi della zona euro, ma anche il resto dell’economia europea. Anche l’Europa orientale è stata influenzata dalle conseguenze economiche dell’euro, poiché i suoi maggiori partner

commerciali hanno una crescita economica sotto il loro potenziale a causa dall’euro e delle politica di salvataggio dell’euro. Per di più, l’euro è responsabile di continui appelli a trasferire più poteri a Bruxelles e diminuire il ruolo del principio di sussidiarietà nel progetto europeo.

Con tutte le opinioni e le analisi incluse nella rivista New Direction, mi auguro che questa pubblicazione sarà uno strumento utile nella sensibilizzazione delle ramificazioni economiche e politiche della moneta unica per l’Unione europea.

 

L’euro è un ostacolo all’integrazione europea

 

Di Stefan Kowalec

 

L’Europa può essere orgogliosa dei suoi successi nella seconda metà del XX secolo. Dopo la terribile esperienza di due guerre mondiali, la creazione dell’Unione Europea e del mercato comune sono stati notevoli successi politici ed economici. Tuttavia, questi risultati sono attualmente in pericolo a causa degli effetti negativi dell’introduzione dell’euro.

Quando scoppiò la crisi dell’euro nel 2010, uno dei principali problemi dei paesi del sud dell’eurozona è stata la perdita di competitività internazionale.

È stato stimato che per riguadagnare competitività e sistemare i loro saldi commerciali e le partite correnti, Grecia, Portogallo, Italia e Spagna dovevano abbattere i loro stipendi del 20-30%. Se questi paesi avessero avuto le proprie valute, tali miglioramenti sostanziali in termini di competitività si sarebbero potuti ottenere relativamente rapidamente tramite svalutazione della valuta, come fatto dalla Polonia, che è un membro dell’UE ma non dell’eurozona. Al picco della crisi finanziaria mondiale nel 2008/2009, lo zloty polacco si è deprezzato di circa il 30%. Così, anche se gli stipendi in Polonia nella valuta nazionale sono rimasti invariati, in termini di valute dei partner commerciali del paese, sono diminuiti del 30%. Questo è stato probabilmente il fattore più importante che ha permesso alla Polonia di godere di crescita economica nel 2009, quando tutte le altre economie dell’UE erano in recessione. Oggi, la Polonia continua a beneficiare del miglioramento della competitività ottenuta mediante l’aggiustamento del tasso di cambio nel 2008/2009.

I paesi dell’eurozona in crisi non possono migliorare la loro competitività attraverso la svalutazione della moneta. Quindi, hanno cercato di attuare una cosiddetta ‘svalutazione interna’, che è in realtà una normale politica di deflazione. Il principale strumento di questa politica è la stretta fiscale ossia ridurre la spesa pubblica e aumentare le tasse per indebolire la domanda interna con la speranza che questo si tradurrà in una diminuzione dei prezzi e dei salari.

Tuttavia, come gli economisti sanno da decenni, gli stipendi non sono flessibili verso il basso. Quando la domanda cala, le aziende riducono l’occupazione, e i tagli dei salari nominali sono rari. La politica di svalutazione interna ha provocato un calo del PIL e dell’occupazione. Rispetto al 2007, il PIL nel 2014 era il 74% in Grecia, il 91% in Italia, il 93% in Portogallo e il 95% in Spagna. In confronto, questo stesso rapporto era il 105% in Germania, il 108% negli Stati Uniti e il 124% in Polonia.

I deficit commerciali e delle partite correnti nei paesi del sud sono stati eliminati per la maggior parte, ma ciò è stato in gran parte l’effetto della repressione della domanda interna. I salari sono diminuiti molto meno del necessario. Nella situazione attuale, le partite correnti possono essere bilanciate solo se le economie del sud non sfruttano il proprio potenziale, e tassi di disoccupazione rimangono a livelli elevati. Un maggiore utilizzo delle potenzialità economiche dei paesi comporterebbe automaticamente una ricomparsa di un notevole deficit delle partite correnti. Di conseguenza, i Paesi del Sud hanno davanti a sé la continuazione delle politiche di ‘svalutazione interna’ nei prossimi anni.

Esiste una terribile somiglianza tra le politiche di ‘svalutazione interna’ odierne applicate per difendere l’euro e le politica di deflazione applicate per difendere il gold standard nel periodo tra le 2 guerre mondiali. In Gran Bretagna, una politica di sei anni di deflazione (1925-1931) non è stata in grado di correggere prezzi e salari, che erano sopravvalutati di circa il 10%, ovvero tre volte meno della sopravvalutazione che i paesi del sud dell’eurozona devono attualmente affrontare.

Alla fine, nel 1931, la Gran Bretagna, afflitta da un tasso di disoccupazione del 20%, ha lasciato il gold standard e ha permesso alla sua moneta di deprezzarsi. In Germania, la politica di deflazione del cancelliere Heinrich Brüning ha spianato l’ascesa di Hitler. Oggi, gli economisti ammettono che aggrapparsi al gold standard è stato un fattore chiave nell’aggravarsi e nella diffusione della Grande Depressione a livello internazionale, che ha quasi condotto alla scomparsa della democrazia in tutto il mondo.

Molti pensano che i problemi dell’euro sono il risultato del fatto che l’architettura dell’UME non è ancora completata, in quanto la moneta unica non è stata accompagnata da un’unione fiscale e un’unione politica più forte. I leader europei sembrano credere che ulteriori progressi nell’unione fiscale doterà l’eurozona di strumenti efficaci di prevenzione e correzione, che sostituiranno efficacemente la mancanza delle monete nazionali. Ma questo è un errore. L’unione fiscale non fornisce tutti gli strumenti per sostituire l’adeguamento del tasso di cambio nel miglioramento della competitività di un paese. Un’unione fiscale potrebbe semplicemente attivare la raccolta delle risorse necessarie al finanziamento del deficit permanente di alcune delle regioni più povere o meno competitive. E’ così che funzionano le unioni fiscali negli stati federali come gli Stati Uniti e il Canada, dove alcuni Stati o province sono destinatari permanenti di trasferimento fiscali. Stati o territori americani come il Mississippi, la West Virginia, il New Messico e Puerto Rico ricevano trasferimenti federali ogni anno che superano il 10% del PIL locale (media per il periodo 1990-2009).

In Europa, Germania e Italia hanno tentato di stimolare le regioni non competitive attraverso trasferimenti fiscali, senza successo. Nonostante abbiano speso enormi somme di denaro dei contribuenti (annualmente pari al 16% del PIL regionale del sud Italia e del 25% del PIL regionale nella Germania orientale), le economie italiana e tedesca hanno ottenuto molto poco.

In realtà, il tentativo di migliorare la competitività delle zone depresse all’interno di un’unione monetaria tramite trasferimenti fiscali è già di per sé una contraddizione. L’afflusso di fondi ai paesi che stanno cercando di recuperare competitività attraverso politiche di svalutazione interna sabotano la politica stessa. Mentre una politica di svalutazione interna vuole diminuire la domanda interna al fine di diminuire i salari e i prezzi interni, i trasferimenti fiscali in arrivo aumentano la domanda interna e contribuiscono agli aumenti di salari e prezzi e così rendono più difficile riguadagnare la competitività.

Quindi, ancora una volta, l’unione fiscale non è un modo per risolvere i problemi della non-competitività di alcuni paesi, ma piuttosto è un modo per finanziare definitivamente i deficit derivanti da tali problemi.

L’unione fiscale può limitare il rischio di politiche irresponsabili di bilancio, ma non eviterà problemi di competitività da altre fonti. Qualsiasi paese dell’eurozona potrebbe perdere ad un certo punto la sua competitività a causa di motivi che non è facile poter diagnosticare ed eliminare ex ante. Un esempio recente è la Finlandia, che fino a poco fa era considerata una delle economie del Nord più robuste dell’eurozona e grazie al successo di Nokia è stata considerata un simbolo di un’economia moderna e competitiva. Oggi, ha un problema strutturale di non-competitività. Nel 2014, il PIL della Finlandia era solo il 95% di quanto era nel 2007. Se la Finlandia non fosse stata nell’eurozona, la sua moneta si sarebbe deprezzata, facilitando in tal modo un’uscita dalla stagnazione economica.

Dopo la famosa dichiarazione di Presidente della BCE Mario Draghi nel 2012, che “… la BCE è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro…”, l’eurozona è ben protetta dagli scossoni del mercato. Tuttavia, la BCE non è in grado di isolare la zona euro dalla crescente insoddisfazione dei cittadini dei paesi membri. Alcuni paesi membri dell’eurozona sono intrappolati nella stagnazione economica e soffrono perché non possono migliorare la loro competitività attraverso un adeguamento del tasso di cambio. Altri devono prendere parte a diversi salvataggi e sono costretti a compromessi sui loro valori di prudenti politiche finanziarie. Questa situazione aumenta l’animosità tra gli Stati europei e rafforza le tendenze populiste, nazionaliste e anti-europee. Il panorama politico in alcuni paesi sta diventando sempre meno prevedibile. Qualsiasi elezione generale in un paese membro può potenzialmente scuotere l’eurozona.

Né l’UE né il mercato comune richiedono una moneta unica per il loro funzionamento. Entrambe le istituzioni esistevano e operavano con successo prima dell’introduzione dell’euro. Se non vogliamo assistere all’euro che distrugge l’Unione Europea e il mercato comune, dobbiamo smontare l’eurozona in maniera controllata, e abbiamo bisogno di concordare un nuovo sistema di coordinamento valutario in Europa. Questo compito è impegnativo, ma fattibile. Tuttavia, richiede volontà politica e leadership, che è attualmente mancano. Tuttavia, se l’attività di smantellamento dell’eurozona non è intrapresa e compiuta dai leader pro-Europa e pro-mercato nei paesi dell’UE, sarà fatta dai loro successori anti-Europa e anti-mercati. In quest’ultimo caso, anche l’Unione europea e il mercato comune saranno distrutti.

Lo smantellamento dell’eurozona non risolverà tutti i problemi dell’Europa, ma consentirà di tornare a un percorso di crescita. Allo stesso tempo consente di liberare energie e capitale politico che sono attualmente impegnati nella difesa dell’euro. Ciò consentirà ai politici di concentrare la loro attenzione sulla risoluzione di altri problemi e sulle sfide di sviluppo che attendono l’Europa.