Pubblichiamo oggi altri due interventi della rivista “That Sinking Feeling” (ecco le traduzioni della parte 1 e parte 2). Il primo intervento è di Zdzisław Krasnodębski, filosofo sociale, professore all’università di Brema e parlamentare europeo, che sottolinea come l’euro non sia stato un fattore unificante, bensì una fonte di conflitti tra i Paesi che l’hanno adottato. Per il contributo in italiano di Alberto Bagnai, professore di Politica Economica all’Università di Pescara e autore di due bestseller sull’eurocrisi, rimandiamo al suo blog. Infine l’intervento di un nostro consueto ospite: Jacques Sapir – professore di economia all’Università EHESS di Parigi, esperto di economia russa e autore di diversi libri riguardo la crisi europea – che sottolinea lo stretto legame tra l’introduzione dell’euro e la deriva antidemocratica del continente: la moneta unica ha inevitabilmente imposto politiche controproducenti. Non si può rifiutare l’austerità senza rifiutare l’euro.

 

Disunione Monetaria Europea

Di Zdzisław Krasnodębski

 

Oggi l’opinione che l’Unione monetaria è stata un fallimento è ampiamente condivisa dalla maggioranza degli economisti. Come è potuto accadere questo errore – ora così evidente? Frits Bolkestein, ex Commissario Europeo per il mercato interno, ha sostenuto in una conferenza di Varsavia in maggio quest’anno che l’”euro” è stato un atto “romantico”, farina del sacco dei politici, non degli economisti.

Tuttavia, quando è stato creato il progetto dell’Unione monetaria, la stragrande maggioranza degli economisti non ci vedeva grandi rischi, e alcune voci critiche, principalmente dagli Stati Uniti, furono soppresse efficacemente.

I circoli finanziari europei sostennero il progetto della moneta unica europea con entusiasmo, sperando in costi di transazione ridotti, in nuovi profitti e in una nuova spinta per l’economia. Quindi non è stato così, ossia che da un lato c’erano politici sconsiderati e romantici e dall’altro economisti sobri, razionali e che avevano familiarità con “le inevitabile leggi dell’economia” e sapevano dall’inizio che l’euro avrebbe potuto non essere un successo.

L’unione monetaria è stato il prodotto delle élite – politiche, economiche e accademiche, incluse quelle delle università economiche – che credevano che quanta più ci fosse stata «unione», tanto meglio sarebbe stato per lo sviluppo economico, che “più Europa” è sempre meglio che “meno Europa”, che l’integrazione può muoversi solo in avanti verso un’Unione sempre più stretta, e che “non ci sono alternative”. E dove non c’è alcuna alternativa, non c’è anche nessuna politica – come disse Hannah Arendt – e non solo lei.

Pertanto si può dire che non è stata la politica, ma – al contrario – la sua assenza, che ha portato alla creazione dell’euro. La conseguenza dell’assenza di politica è stata un indebolimento della democrazia. Infatti, se a quel tempo si fosse tenuto un dibattito pubblico e si fossero usati gli strumenti della democrazia diretta, l’euro non sarebbe mai stata realizzato, perché la maggior parte dei cittadini dell’UE, soprattutto in Germania, erano contrari.

L’euro si è rivelato una trappola. Invece di unificare economicamente – e di conseguenza politicamente – l’Europa, ha aumentato drammaticamente il divario economico tra il centro europeo e la periferia, minando l’intero “progetto europeo”. Sostenere che la Grecia è un caso speciale non resiste alla prova dei fatti – Spagna, Portogallo e Italia stanno ancora combattendo con enormi debiti e alto tasso di disoccupazione, mentre la crescita economica in questi paesi è ancora troppo bassa.

Attualmente, la crisi minaccia anche paesi che non hanno avuto problemi di debito eccessivo come i greci – ad esempio, la Finlandia e l’Olanda. È quindi sbagliato sostenere che altri paesi – a differenza della Grecia – benché appartenenti all’eurozona sono stati in grado di riformarsi e superare le difficoltà. Antonio Soy la ha dimostrato in modo convincente con l’esempio della Spagna.

La possibilità che un altro programma di ripresa migliorerà la situazione sono minime. Perfino i due principali protagonisti degli eventi recenti – il primo ministro greco Alexis Tsipras e il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, come la maggior parte degli economisti, rimangono scettici. Le precedenti “riforme” hanno causato una riduzione del 25% del PIL greco dal 2008, un tasso di disoccupazione generale del 25% e giovanile superiore al 50%. Non c’è alcun segno che la situazione possa fondamentalmente cambiare in futuro. Il FMI ha dichiarato apertamente la necessità di ristrutturare parte del debito greco.

Durante l’ultimo atto della “tragedia greca” è caduto un altro tabù. Il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha proposto un Grexit temporaneo. Finora, nessuno a un così alto livello aveva osato ufficialmente proporre uno scenario di uscita. È interessante osservare che prima di questa drammatica inversione a u, coloro che avevano sostenuto il Grexit come unica strada per una ripresa reale greca nel dibattito politico tedesco erano stati presentati come populisti. L’obiettivo della proposta di Schäuble era soprattutto di esercitare pressioni politiche sulla Grecia ed è stato uno degli esempi delle nuove dinamiche di potere in Europa.

L’unione monetaria ha forti implicazioni politiche. L’Euro ha cambiato l’Unione Europea, ma non nel modo in cui ci si aspettava. Invece di integrarla, ha causato tensioni interne e spaccature economiche, che disintegrano Europa.

Sono più visibili le conseguenze politiche: la Grecia è diventata un protettorato, gestito da istituzioni finanziarie e dalla Commissione. Il nuovo status della Grecia contraddice i principi democratici dichiarati dell’Unione Europea. Come Jürgen Habermas ha sostenuto sul Guardian: “la retrocessione de facto di uno Stato membro allo status di protettorato, contraddice apertamente i principi democratici dell’Unione Europea” (The Guardian, 16 luglio 2015).

Il destino della Grecia è, tuttavia, solo uno dei sintomi, anche se drammatico, di un profondo cambiamento nella configurazione politica in Europa. Si può parlare di una nuova geografia politica. In questa nuova geografia politica la differenza tra centro e periferia è diventata politicamente più visibile, perché il sogno dell’integrazione economica grazie all’integrazione europea si è rivelato illusorio. Stavolta la periferia più travagliata non sono i paesi dell’Europa postcomunista centrale e orientale – con l’eccezione della ribelle Ungheria – ma i paesi dell’Europa meridionale.

In questo nuovo scenario, la Polonia ha guadagnato in reputazione ed è diventata oggetto di lode eccessiva – una rara storia di successo. Non è un caso che Donald Tusk abbia ottenuto la carica di Presidente del Consiglio europeo. Questa storia di successo sarebbe stata impossibile, se la Polonia avesse rinunciato alla moneta nazionale. Fortunatamente l’annuncio di Donald Tusk che nel 2012 la Polonia sarebbe entrata nell’eurozona, non ha avuto seguito. Mentre qui vicino, nella periferia europea all’interno dell’Unione, i problemi economici contribuiscono alle tensioni politiche; nella periferia più distante dall’Unione – i suoi vicini a est e a Sud –guerre e conflitti interni, lo stato islamico emergenti e l’espansione russa rappresentano una minaccia militare per l’Unione.

(Il concetto di espansione russa è un po’ zoppicante, tuttavia NdVdE).

Nella nuova geografia politica la Germania è salita al potere ed è diventata il centro dell’Europa. L’Unione monetaria ha rafforzato la Germania unita. La Francia è diventata il socio junior del “direttorato” ed è sempre più frustrata.

E’ lecito tuttavia dubitare che la Germania sia in grado di guidare efficacemente, e di conseguenza di svolgere il ruolo di “potenza egemone liberale.” Fino ad ora bisogna dare ragione a Hans Kundnani che sosteneva che “la Germania non ha creato stabilità… ma instabilità”.

In questo nuovo ruolo la Germania non dovrebbe più essere solo un “Zahlmeister”, il cassiere dell’Europa, ma un “Zuchtmeister”, il suo supervisore.

Non deve solo pagare, ma anche disciplinare. Come “superpotenza centrale” deve integrare con pazienza ma severamente l’Europa, avendo cura del centro. Il leader che prende decisioni dure ma necessarie, deve fare i conti con il fatto che sarà oggetto di avversione, o addirittura odio. Infatti, possiamo osservare il crescente sentimento anti-tedesco in Europa. Non si tratta di una situazione psicologica facile per i tedeschi stessi, che non sono abituati a tale ruolo. L’insensata, caotica politica relativa ai rifugiati dimostra che questo peso psicologico è troppo grande. Ma il problema non è solo se la Germania sia in grado di svolgere il nuovo ruolo e in che modo. Il problema è: il ruolo di “Zuchtmeister” può davvero essere riconciliato con l’idea di Europa? Per molte nazioni europee, inclusa la Polonia, non è accettabile. Esso viene rifiutato sia dalla sinistra europea sia dalla destra. Per esempio Habermas sostiene nell’intervista citata sopra che quando il ministro delle finanze Schäuble ha minacciato la prospettiva di un’uscita della Grecia dall’euro, si è rivelato il capo della disciplina europea.

Il governo tedesco ha quindi manifestato per la prima volta apertamente il proprio rivendicare l’egemonia tedesca sull’Europa – questo, in ogni caso, è come le cose vengono percepite nel resto d’Europa, e questa percezione definisce la realtà che conta. Temo che il governo tedesco, tra cui la sua fazione socialdemocratica, abbiano sperperato in una sola notte tutto il capitale politico che una Germania migliore aveva accumulato in mezzo secolo – e con “migliore” intendo una Germania caratterizzata da una maggiore sensibilità politica e una “mentalità post-nazionale”. I conservatori in Europa non si aspettano una “mentalità post-nazionale” dalla Germania, ma il rispetto per gli interessi, la sensibilità e la sovranità delle altre nazioni europee.

Tenendo conto di tutto questo, ci si può aspettare che in futuro le controversie politiche in Europa diventeranno più agguerrite. La polarizzazione politica diventerà più forte. Alcuni Stati membri si daranno da fare per rafforzare la loro sovranità e formare diversi blocchi all’interno dell’Unione. Questa tendenza sarà accompagnata da una pressione da parte del centro di rispondere alla crisi con una maggiore centralizzazione, con la costruzione di un’Unione politica ed economica secondo l’opinione che solo un’ulteriore integrazione, e l’introduzione di una politica economica e fiscale comune, sia in grado di risolvere i problemi.

 

L’euro e la deriva antidemocratica

Di Jacques Sapir

 

Quest’estate in Europa abbiamo assistito a una drammatica deriva verso una forma di governance antidemocratica. Molti osservatori lo hanno giustamente fatto notare. Ma questa deriva è effettivamente in corso da molti anni. La crisi greca l’ha svelata, ma non l’ha creata.

A posteriori si può dire che la svolta decisiva è stata, in Europa, l’implementazione dell’euro (o, in altre parole, l’unione economica e monetaria). Non si tratta solo di un problema di governance.

In realtà le istituzioni sono state profondamente modificate in questa direzione antidemocratica. Si tratta di un cambiamento importante che interessa tutte le istituzioni, da quelle economiche a quelle politiche.

Le istituzioni economiche dei paesi che hanno adottato l’Euro sono state progressivamente modificate. Ciò che oggi chiediamo “austerità” è semplicemente il risultato di questo cambiamento istituzionale. L’austerità è la figlia legittima dell’euro; e dal 2010 è diventata la sua figlia preferita. Dopo aver tentato di evitarla negli anni tra il 1999 e il 2007, Paesi come Francia, Spagna, Italia, Portogallo e Grecia sono stati costretti, secondo diversi ritmi e a condizioni specifiche caso per caso, a indossare la camicia di forza dell’austerità. Il dominio della tematica austera sulla vita politica di questi paesi è concomitante con l’euro.

L’unione economica e monetaria ha anche indotto, e si può supporre che questo fosse in realtà il vero obiettivo di chi mise in atto l’euro, importanti cambiamenti nelle forme e nei metodi di governance politica. La deriva verso un sistema di sistematica negazione della democrazia è il risultato di questi cambiamenti. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che la moneta unica non è solo uno strumento di finanziarizzazione. Essa è progressivamente diventata una cosa autonoma, un metodo di governo con conseguenze sempre maggiori, giorno dopo giorno, sul funzionamento politico dei paesi. I parlamenti nazionali sono stati progressivamente privati delle loro prerogative sovrane, soprattutto – ma non solo – a causa del fiscal compact, ratificato nel settembre 2012. Questa espropriazione della sovranità popolare e della democrazia opera per il profitto di un solo paese, la Germania. Ha profonde conseguenze politiche sia sulla rappresentazione del popolo sia sui meccanismi politici all’interno dei vari paesi, nonché tra di loro. Questo è uno dei principali fattori che promuovono la tendenza anti-democratica nei paesi europei.

Il messaggio, che nei circoli europeisti a Bruxelles e altrove cercheranno di rifilare attraverso i media è chiaramente che non esisteva alcuna alternativa all’austerità e al dominio antidemocratico da parte di persone provenienti dell’Eurogruppo. E, ironia della sorte, saranno i politici che si fingono “di sinistra” che faranno più uso di questa strategia, da François Hollande a Pierre Laurent (capo del partito comunista francese), a Pierre Moscovici. Ma ciò non corrisponde affatto alla verità. L’esistenza del «piano B» redatto dall’ex ministro greco delle finanze, il signor Varoufakis, è una prova che un altro tipo di politica era possibile. Tuttavia, dobbiamo capire che quest’altra politica implica, prima o poi, un’uscita dall’euro e – forse – dall’Unione Europea. Quello che la crisi greca, che evidentemente è tutt’altro che finita, ci insegna, è che non c’è nessun altra politica possibile all’interno dell’euro. Questa evidenza ha colpito duramente i personaggi di sinistra che, in tutta onestà, tenevano atteggiamento «pro-euro» e anti-austerità. Questi due atteggiamenti sono incompatibili, come possiamo vedere oggi. O si accetta l’austerità, potendo solo negoziarne alcune sfumature, come il peso delle catene e la durata della schiavitù, e allora si può mantenere l’euro; oppure si rifiuta l’austerità, ma questo poi comporta un’uscita dall’euro.

L’euro è diventato un ostacolo per la democrazia (come abbiamo visto in Grecia) come pure per politiche che favoriscano i lavoratori e si oppongano alla finanza. Tuttavia, queste questione non esauriscono il problema. L’euro ha, in realtà, accentuato e generalizzato il processo di finanziarizzazione dell’economia, che abbiamo conosciuto per quasi 15 anni. È a causa dell’Euro che le grandi banche europee sono andate a cercare i mutui subprime negli Stati Uniti con le conseguenze che conosciamo dalla crisi del 2008. Quindi, non solo l’eurozona ha condannato parte dell’Europa a una crescita molto debole, ma inoltre non l’ha affatto protetta – al contrario di ciò che i politici stanno sostenendo molto imprudentemente – dalla crisi finanziaria del 2007-2009. Quindi, il risultato è chiaro. Anche se è vero che è possibile implementare politiche nefaste fuori dall’euro, l’euro stesso implica politiche nefaste. Di fatto, nessun’altra politica economica è possibile finché si rimane nell’euro. Questa è in realtà una delle lezioni della crisi greca. Così lo smantellamento dell’eurozona risulta infatti essere un compito prioritario. Grazie alla crisi greca abbiamo avuto un importante chiarimento del dibattito, che sia in Grecia o in Europa o in Francia in particolare. Si deve notare, sulla questione dell’euro, un’importante evoluzione all’interno delle forze della sinistra, anche in Francia, guardando all’evoluzione del partito “di sinistra” di J-L. Mélenchon e soprattutto di Eric Coquerel. Questo è anche ciò che un articolo pubblicato su The Guardian il 14 luglio, ossia un giorno dopo la capitolazione di Tsipras, ha invitato a una «uscita della sinistra» o un «lexit». È anche il senso dell’articolo di Oskar Lafontaine, ex leader della SPD e membro fondatore di Die Linke, che, nel 2013, ha invocato la dissoluzione dell’Euro. E’ anche, implicitamente, il significato dell’appello di Stefano Fassina, che era uno dei leader del PD in Italia (ed ex Vice-Ministro dell’economia del governo Letta), un appello che è stato rilanciato sul blog di Yanis Varoufakis. Fassina ha effettivamente auspicato una grande unione di tutte le forze democratiche, siano esse di sinistra o di destra, contro l’euro. La vera domanda che ci si deve porre pertanto è di sapere se lo smantellamento dell’euro sia una priorità. E, su questo punto, Fassina così come Oskar Lafontaine e molti altri stanno rispondendo affermativamente.

Ed è simbolico e importante che un uomo come Romano Prodi, che è stato presidente della Commissione Europea e Primo Ministro d’Italia, si stia riferendo ai recenti avvenimenti come a un «Blitz tedesco». La crisi greca ha scosso nel profondo le traballanti fondamenta della costruzione europea.