Flassbeck-Economics : Quella sconcertante “rivelazione” educatamente chiamata “moderazione salariale tedesca”

Sul sito di Heiner Flassbeck , Jörg Bibow commenta l’articolo di un economista tedesco del “consiglio dei saggi”, che 10 anni  dopo  scopre il dumping salariale della Germania! Ultimamente gli economisti mainstream giungono ad ammettere molte evidenze suggerita dai dati – quelle che  gli economisti al di fuori dei loro circoli andavano ripetendo da anni, vedi in Italia Goofynomics di prof. Bagnai  – senza però pagare lo scotto di dover riconoscere pubblicamente il loro ritardo ed i loro  errori ed omissioni.  Infatti per principio questi economisti citano solo se stessi e gli appartenenti ai loro circoli mainstream, e altrettanto si premura di fare la grande stampa, così la interpretazione dei fatti fornita a tempo debito dagli economisti critici (che tra l’altro, se diffusa, avrebbe salvato molte vite umane) scompare, per fare spazio alle loro sconcertanti e tardive “scoperte” dell’acqua calda.  Fortunatamente la rete ancora complica un pochino le cose… 

di Jörg Bibow, 7 Dicembre 2015

Pochi giorni fa Peter Bofinger, uno dei “saggi” della Germania, ha pubblicato un post sorprendente dal titolo ‘Moderazione salariale tedesca e crisi dell’Eurozona’ apparso sul VoxEU.org (vedi qui) e su Social Europe (vedi qui). Il post è stato sorprendente in più di un senso. Prima di tutto, appare sorprendente il fatto che, alla fine del 2015, e non almeno 10 anni prima, un saggio tedesco abbia sentito il bisogno di richiamare l’attenzione sul ruolo della moderazione salariale tedesca nella crisi dell’eurozona. La persistente moderazione salariale tedesca sotto l’euro è un fatto innegabile. Come può esserci una discussione su questo circa 20 anni dopo il suo inizio?

Non meno sorprendente è stata la particolare occasione che ha provocato il post di Bofinger. Bofinger risponde ad una recente pubblicazione del CEPR dal titolo ‘Far ripartire la zona euro: Fase I – condividere una interpretazione della crisi’ (qui la nostra traduzione in italiano, ndt). Si tratta di un saggio di un gruppo di economisti del CEPR che tentano di condividere quella che considerano una ‘narrazione della crisi’ più rispondente ai fatti (invece che basata sul mito o sulla convenienza politica). In particolare, questi economisti rifiutano la versione ufficiale che è ancora popolare oggi tra le più importanti autorità della zona euro, in particolare il ministero delle Finanze tedesco: vale a dire, il mito della ‘crisi del debito sovrano’. La loro narrazione alternativa della crisi mette in luce i grandi flussi di capitali all’interno della zona euro, gli squilibri e l’ “arresto improvviso” che hanno caratterizzato l’implosione finale. Bofinger in generale condivide la proposta di narrazione alternativa della crisi, ma sostiene che manca una cosa piuttosto importante: la narrazione alternativa della crisi del CEPR non presta nessuna attenzione al ruolo della moderazione salariale tedesca, ed è quindi ‘incompleta’. E’ davvero sorprendente che quello che è considerato uno dei principali think tank europei di riflessione politica economica proponga una narrazione della crisi, che si suppone sia basata su dati di fatto, ma che non prende in considerazione il dato più fondamentale di tutti: che sotto l’euro i salari tedeschi hanno smesso di crescere.

Anche Peter Bofinger sembra esserne rimasto sconcertato. Egli fornisce un’analisi molto interessante delle profonde conseguenze economiche della moderazione salariale tedesca all’interno dell’Unione monetaria europea a partire dalla fine degli anni ’90. Egli parte dalla tesi secondo cui ‘per il funzionamento ideale dell’EZ, il costo del lavoro per unità di prodotto di ciascuno Stato membro dovrebbe aumentare in linea con l’obiettivo di inflazione della BCE‘, e poi passa a dimostrare che, invece, il costo del lavoro tedesco è rimasto sostanzialmente piatto per i dieci anni precedenti la crisi della zona euro. Secondo Bofinger, questa deviazione persistente dall’obiettivo di stabilità dei prezzi della BCE è stata la causa di quegli stessi squilibri all’interno della zona euro che, secondo la narrazione della crisi proposta dagli economisti CEPR, sono stati al centro della crisi dell’eurozona.

Secondo Bofinger, la moderazione salariale tedesca ha operato attraverso i seguenti canali. In primo luogo, l’inflazione tedesca è rimasta persistentemente al di sotto del tasso obiettivo della BCE e della media della zona euro. I differenziali di inflazione hanno trasformato il tasso di interesse nominale unico stabilito dalla BCE in un amplificatore di divergenze: condizioni finanziarie relativamente restrittive in Germania hanno contenuto la domanda interna, mentre  condizioni finanziarie relativamente più facili negli stati membri con inflazione superiore alla media hanno amplificato la domanda interna di questi paesi. In secondo luogo, la moderazione salariale ha depresso in maniera diretta i redditi dei lavoratori e la domanda interna tedesca, cosa che di conseguenza ha anche frenato le importazioni tedesche. In terzo luogo, la moderazione salariale tedesca ha migliorato la competitività di prezzo della Germania e le sue esportazioni nel corso del tempo. Infine, la moderazione salariale ha causato uno spostamento nella distribuzione del reddito della Germania, aumentando i profitti e il risparmio d’impresa a scapito dei lavoratori.

Bofinger fa riferimento a un certo numero di fonti mainstream di buona reputazione che hanno fornito evidenze empiriche a sostegno della sua analisi. Egli conclude che ‘una narrazione della crisi dell’EZ che non tiene conto degli effetti della moderazione salariale tedesca è incompleta. La Germania è di gran lunga la più grande economia dell’EZ ed è un’economia molto aperta, con forti legami commerciali verso tutti gli altri stati membri dell’EZ. Sarebbe difficile dimostrare che una così forte svalutazione interna, che è considerata un fattore determinante del successo della Germania negli anni 2000 (Dustmann et al. 2014), non abbia avuto ripercussioni significative sul resto della EZ.’ Molto difficile, infatti!

Complimenti. C’è ben poco da criticare sul post di Bofinger. La Germania e l’Europa possono essere felici di averlo nel consiglio tedesco dei “saggi”. Personalmente, ormai non sono più infastidito dal fatto che i miei contributi su questo tema siano ampiamente ignorati nei circoli mainstream, cioè, dagli economisti che si ha occasione di leggere sui media mainstream. Per una questione di principio gli economisti mainstream non reputano necessario citare chiunque non sia un membro del circolo mainstream. Questa società votata alla ammirazione reciproca risulta alquanto conveniente, in quanto permette al mainstream di risparmiarsi un sacco di cose imbarazzanti. Gli economisti mainstream potranno scoprire la verità con un ritardo di 20 anni e non essere accusati di plagio o di niente del genere.

Per la cronaca, anche prima dell’adozione dell’euro ho evidenziato il ruolo della strategia di compressione salariale olandese all’interno del meccanismo di cambio negli anni ’80 e ’90. Mentre il paper vero e proprio è stato pubblicato solo nel 2001, ho iniziato a presentare l’analisi in occasione di varie conferenze, già nel 1998. Al più tardi nel 2005 ho iniziato a mettere in evidenza i pericoli di un’impennata degli squilibri intra-zona euro in conseguenza della strategia di compressione salariale tedesca sotto l’euro. (Vedi qui e qui e qui e anche qui).

Heiner Flassbeck, che ho avuto modo di conoscere nel 2006, prima in una conferenza a Lugano nei primi mesi del 2006, curata da me e da Andrea Terzi, e poi durante il mio primo incarico alla Globalization and Development Strategies Division dell’UNCTAD nell’estate del 2006, aveva prodotto lo stesso tipo di analisi e di argomentazioni anche molto prima. In effetti, già in un articolo del 1993 (in un libro intitolato Währungsunion oder Währungschaos, Gabler, a cura di Peter Bofinger) egli aveva chiaramente identificato il problema dei salari come un problema cruciale per il funzionamento dell’unione monetaria. Nel 1997 (qui l’originale in tedesco) aveva già individuato il divario emergente nel costo unitario del lavoro come un pericolo incombente per l’Unione monetaria, che poi si è verificato solo nel 1999. Nel 2005 ha pubblicato (con Friederike Spiecker) un articolo che conteneva tutti gli argomenti della risposta di Peter Bofingers (qui in tedesco). Un articolo simile è stato pubblicato da entrambi gli autori in lingua inglese nel 2011 (qui). Il suo contributo alla conferenza del 2006 a Lugano era intitolato “Le divergenze salariali in Eurolandia – una dinamica esplosiva” (un riferimento può essere trovato qui), dove il disastro era stato previsto in tutti i suoi elementi analitici.

Nel frattempo, almeno due ben noti economisti mainstream anglosassoni con una tendenza ‘keynesiana’, Paul Krugman (vedi qui e qui) e Simon Wren-Lewis (vedi qui), hanno indirizzato l’attenzione dei loro lettori verso ciò che hanno educatamente chiamato “moderazione salariale tedesca” e sul suo ruolo nel contesto della crisi della zona euro. Forse loro credevano di star dicendo qualcosa di nuovo, o forse no. Non credo che lo stesso Bofinger creda di aver detto nulla di nuovo per quanto riguarda la moderazione salariale tedesca. Ma ripeto, la cosa sorprendente è che egli semplicemente abbia dovuto dirlo. In ogni caso, è bene ed è importante che egli abbia fatto ‘suo’ questo argomento – dal momento che sarà letto da molte persone, e forse non tutti chiuderanno la mente ai suoi argomenti. Purtroppo, questo sarebbe sia la risposta ‘ufficiale’ che la risposta mainstream standard verso ogni suggerimento che ci possa essere qualcosa che non va nei salari tedeschi. Il mainstream semplicemente non riesce a capire che i salari possono essere troppo bassi. Nel loro mondo i salari possono essere solo troppo alti.

Per quanto riguarda l’articolo del CEPR, esso è fondamentalmente condivisibile – almeno quando ‘completato’ con quel cruciale dato mancante evidenziato dal Bofinger nella sua risposta. Così il vero grande enigma che ancora rimane è in primo luogo come questi economisti mainstream abbiano potuto ignorare il ruolo della moderazione salariale tedesca. Mi limito qui a fare tre brevi commenti.

In primo luogo, sembra essere tipica degli economisti mainstream una generale mancanza di comprensione del ruolo macroeconomico dei salari e del mercato del lavoro. Ci sono alcuni brevi cenni nel pezzo del CEPR sui fattori che possono far cresceere i salari e i costi, e quindi danneggiare la competitività. Ma c’è davvero un assoluto silenzio su ciò che è accaduto in Germania. Davvero notevole! Rileggete il paragrafo riassuntivo di Bofinger e chiedetevi come sia possibile che economisti mainstream – abbastanza regolarmente in realtà – riescano ad eccellere nel vedere gli alberi e non la foresta!

In secondo luogo, in un pezzo come questo le seguenti tipologie di intervento mainstream di routine non mancheranno: ‘la rigidità dei fattori e dei mercati dei prodotti ha reso il processo di recupero della competitività lento e doloroso in termini di perdita di produzione’. Naturalmente, ci risiamo, c’è la storia infinita delle ‘rigidità strutturali ” che, per esempio, hanno anche guidato la troika ad imporre “riforme strutturali” nei paesi in crisi, ecc. Agli economisti mainstream piace vivere nel loro mondo fantastico di prezzi perfettamente flessibili (anzi: livello dei prezzi !) e credere fermamente che qualsiasi cosa che si allontani da questo ideale deve sicuramente essere un problema. Agli economisti mainstream sembra che i tagli salariali non possono che favorire l’occupazione e far uscire dalla crisi i paesi della zona euro in difficoltà. Be’, provate a farlo quando non ci sono vicini in giro da fregare – e rischierete di finire in deflazione, invece. Forse si potrebbe pensare che Draghi allora, semplicemente, esporterà la deflazione della zona euro attraverso il deprezzamento dell’euro. Ma il punto rimane che la deflazione salariale può al massimo spingere le esportazioni – ma con il rischio di compromettere in modo duraturo la domanda interna. Che era in realtà proprio l’esperienza della Germania da ‘malato dell’euro’ prima della crisi.

In terzo luogo, il pezzo del CEPR sembra considerare i flussi di capitale come l’unica e sola forza trainante dietro tutti i problemi, e in questo contesto presenta alcune osservazioni stranamente confuse sugli squilibri delle partite correnti, come squilibri risparmio-investimento. In termini di calcolo del reddito nazionale i due sono ovviamente equivalenti. I guai cominciano, tuttavia, quando gli economisti mainstream confondono quelle identità contabili ex post con rappresentazioni di fattori causali. E le cose vanno davvero male quando vedono il risparmio come la fonte dei flussi di capitali che generano investimenti da qualche altra parte. Perché questo non è altro che una sciocchezza incredibile basata su quello che molto tempo fa ho soprannominato  ‘fallacia dei fondi mutuabili’  (vedi qui e qui e, naturalmente, Keynes fece notare questa fallacia molto tempo fa, in effetti). Ai giorni nostri gli economisti mainstream rimangono saldamente ancorati alla teoria sbagliata dei fondi mutuabili, fonte di infinite confusioni intellettuali.

Non vi è dubbio che i flussi di capitali hanno avuto un ruolo di primo piano nella crisi della zona euro. Ma in qualche importante misura tali flussi di capitali sono stati essenzialmente dei facilitatori passivi piuttosto che delle forze trainanti durante la fase di accumulo degli squilibri. La maggior parte delle “bolle” del credito nei paesi della zona euro che più tardi sono stati colpiti dalla crisi sono state inizialmente causate dalle banche locali. La caratteristica particolare dell’unione monetaria è stata la facilità con cui queste banche hanno potuto ricorrere al mercato interbancario e obbligazionario in euro per finanziare l’espansione delle loro attività di credito – data l’assenza di rischio di cambio e la profonda integrazione dei mercati monetari in euro, come promosso in particolare dalla BCE.  La cosa fondamentale qui è la fornitura iniziale di mezzi finanziari che ha permesso alla produzione e alla spesa di andare avanti, in primo luogo. Le banche possono creare la moneta necessaria ‘dal nulla’ – e possono scegliere di crearne tanta, se hanno fiducia che il rifinanziamento nel suo insieme non sarà un problema e permetterà loro di lucrare un buon profitto. L’eccesso di spesa negli paesi in deficit di partite correnti (per esempio, la Spagna) è necessario perché ci sia in primo luogo reddito e risparmio nei paesi in surplus di partite correnti (ad esempio, la Germania). E prima che tutto questo possa accadere, qualcuno deve rifornire gli spendaccioni del denaro necessario ad avviare la spesa. I flussi di capitale c’entrano in tutto questo, ma non sono necessariamente il fattore ultimo. La narrazione della crisi presentata da Bofinger suggerisce che le condizioni finanziarie relativamente più facili nei paesi in crisi dell’euro hanno indotto i prestiti, la spesa, e le bolle, mentre le banche tedesche erano felici di riciclare le note eccedenze di esportazione della Germania – dato che la loro attività di prestito interno era piatta, e proprio a causa dei danni che la moderazione salariale tedesca stava facendo alla domanda interna tedesca.

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