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BCE: La Rigidità dei Salari e il Ruolo delle Riforme Strutturali nell’Eurozona

Questo bollettino della Banca Centrale Europea getta via la maschera della decenza. Il problema — sostiene con incredibile sincerità nella sua violenza — è che nonostante la disoccupazione aumenti non si riesce ad abbassare i salari dei lavoratori quanto si vorrebbe, ed è proprio a questo che sono finalizzate le “riforme strutturali”: ridurre i salari, ridurre la sindacalizzazione, ridurre la contrattazione collettiva, aumentare flessibilità e mobilità.
(Dopo Padoa-Schioppa e le sue riforme strutturali per avvicinarci alla “durezza del vivere“, ecco un’altra prova che le carte sono tutte sul tavolo. Ci dicono in faccia cosa ci stanno facendo. Chi non capisce è doppiamente colpevole.)

(Segnaliamo in proposito anche la tempestiva traduzione e commento de Lo Smemorato)

 

Bollettino Economico BCE, Issue 8 / 2015 – Box 4

Questo inserto discute il ruolo delle riforme strutturali e delle istituzioni del mercato del lavoro nell’aggiustamento dei salari all’interno dell’eurozona, concentrandosi in particolare sulla rigidità dei salari verso il basso. A parte la possibilità che la produttività dei lavoratori possa essere influenzata negativamente dai bassi salari, come sostenuto dalla “teoria dei salari di efficienza”, la rigidità dei salari verso il basso ha anche altre importanti conseguenze macroeconomiche. L’evidenza empirica sembra a sostegno dell’idea che l’aggiustamento del fattore lavoro sia più lenta quando i salari sono rigidi, e che le riforme strutturali possano facilitare questo processo di aggiustamento.

La reattività dei salari al tasso di disoccupazione nell’eurozona sembra essere significativamente diversa a seconda dei periodi considerati. Il Grafico A mostra che nel periodo di maggiore crescita del PIL, prima della crisi, i salari reagivano in modo abbastanza forte ai cambiamenti del tasso di disoccupazione. Poi, nella prima fase della crisi, definita “Grande Recessione”, questa relazione si indebolisce decisamente, suggerendo una rigidità dei salari verso il basso. La reattività dei salari alla disoccupazione si è successivamente rialzata durante la seconda fase della crisi (caratterizzata dalla recessione iniziata verso la fine del 2011), ma è rimasta comunque molto più debole rispetto al periodo pre-crisi.

Grafico A tr2

La reattività dei salari all’aumento di disoccupazione nei vari momenti del ciclo economico sembra essere in parte spiegata dalle rigidità dei salari verso il basso che caratterizzano i diversi paesi dell’eurozona. L’evidenza riguardo la rigidità dei salari a livello micro è ben nota, ed è a sostegno della constatazione che è effettivamente difficile tagliare i salari [1]. Questo viene confermato anche dai recenti risultati della terza serie di sondaggi a livello delle imprese condotta dal Wage Dynamics Network. A livello macro, Heinz e Rusinova (2011)[2] hanno mostrato che i salari sembrano reagire meno alla disoccupazione nel momento in cui c’è un divario positivo nella disoccupazione. Ciò è confermato da un recente studio di Anderton e Bonthuis (2015)[3], che mostra una minore reattività dei salari verso il basso a seguito di maggiore disoccupazione durante le fasi di contrazione economica. Il Grafico B mostra l’andamento nel tempo del parametro di rigidità dei salari stimato da Anderton e Bonthuis (2015); l’andamento sembra essere coerente con quanto riportato nel Grafico A: entrambi suggeriscono un’evidenza del fatto che la rigidità dei salari verso il basso si sia ridotta col protrarsi della crisi.

Grafico B tr

Le istituzioni del mercato del lavoro sembrano giocare un ruolo importante nell’aggiustamento dei salari. La tabella fornisce una panoramica delle caratteristiche della contrattazione salariale nei diversi mercati del lavoro all’interno dell’eurozona, e conferma la sostanziale eterogeneità tra i paesi in termini di istituzioni del mercato del lavoro. Alcuni di essi, come i paesi baltici, sono tipicamente considerati “flessibili”, grazie al loro processo decentralizzato di contrattazione salariale e ad una sindacalizzazione relativamente ridotta. Tuttavia, molti altri paesi dell’eurozona sono caratterizzati da forte presenza sindacale (per esempio Belgio, Malta e Finlandia), elevato livello di coordinazione del processo di contrattazione salariale (per esempio Belgio, Germania, Olanda, Austria e Finlandia) e salari minimi stabiliti per legge (per esempio Grecia, Spagna, Francia, Lettonia, Portogallo e Slovacchia). Assieme ai programmi di indicizzazione a livello dell’intera economia e ad una legislazione molto serrata per la tutela del lavoro (vedi Grafico C), tutto ciò può comportare la rigidità dei salari verso il basso.

Tabellatr

I paesi dell’eurozona, specialmente quelli più colpiti dalla crisi, hanno compiuto ampi programmi di riforme strutturali. Ciò è confermato dai cambiamenti nella legislazione a tutela dell’occupazione (vedi Grafico C); le riforme del mercato del lavoro sono state realizzate in misura maggiore dai paesi in difficoltà. Queste riforme hanno incluso la decentralizzazione del processo di contrattazione salariale collettiva, con maggiore contrattazione a livello delle aziende, riduzione dei programmi di indicizzazione salariale automatica, riduzione degli accordi collettivi, aumento della flessibilità negli orari di lavoro e riduzione dei costi di licenziamento e assunzione (vedi anche il Box 2 dell’Articolo 1).

Grafico C tr2

Le riforme del mercato del lavoro hanno la potenzialità di aumentare la reattività dei salari [alla disoccupazione] durante i periodi di ristagno economico. Anderton e Bonthuis (2015), per esempio, hanno trovato che in presenza di una legislazione molto serrata per la tutela del lavoro e di forte copertura sindacale, i salari possono rispondere in misura minore all’aumento della disoccupazione. Pertanto, la riduzione di questi indicatori durante la crisi può spiegare in parte la diminuzione della rigidità dei salari verso il basso che è mostrata nei Grafici A e B [3]. Per esempio, Font et al. (2015)[5] spiegano che la reattività dei salari reali alla disoccupazione in Spagna è sembrata crescere dopo la realizzazione delle riforme del mercato del lavoro del 2012-2013. Hanno trovato anche che la tendenza pro-ciclica dei salari è minore per le persone assunte da molto tempo, cioè per quelle con contratti permanenti o per i lavoratori anziani, che sono più protetti contro gli aggiustamenti salariali durante le fasi di recessione economica. Inoltre, Martin e Scarpetta (2012)[6] hanno fornito evidenza del fatto che la regolamentazione del mercato del lavoro ha effetto su una serie di altri canali di propagazione, tra cui la riallocazione del lavoro e perfino la produttività (si veda anche il Box 5), il che può influenzare indirettamente l’evoluzione dei salari.

Raccogliere una forte evidenza empirica riguardo gli effetti di alcuni tipi di riforme può essere difficile, specialmente quando si sta considerando l’evoluzione dei salari in termini aggregati. Le difficoltà sorgono, per esempio, quando si deve distinguere l’impatto delle riforme sui salari dall’impatto di altri cambiamenti avvenuti nella composizione dell’occupazione o nel consolidamento fiscale. Sono quindi necessarie ulteriori analisi per capire pienamente i fattori sottostanti che guidano l’aggiustamento salariale nell’eurozona durante il periodo di crisi [7].

Per aumentare la resilienza dell’economia agli shock, i salari devono riflettere adeguatamente le condizioni del mercato del lavoro e gli sviluppi della produttività, e ciò sottolinea l’importanza delle riforme che conducono a una maggiore flessibilità salariale e alla differenziazione tra lavoratori, aziende e settori. Oltre ai fattori menzionati sopra, l’aumento dell’efficienza delle politiche attive del mercato del lavoro, così come l’aumento della mobilità del lavoro all’interno e tra i paesi dell’eurozona, sarà importante per ridurre i problemi di deficit delle competenze professionali e la disoccupazione strutturale, aumentando così la reattività dei salari alla disoccupazione.

 

Note:

[1] Si veda, ad esempio, Babecký, J., Du Caju, P., Kosma, T., Lawless, M., Messina, J. e Rõõm, T., “Downward Nominal and Real Wage Rigidity: Survey Evidence from European Firms”, Scandinavian Journal of Economics, Wiley Blackwell, Vol. 112(4), pp. 884-910, dicembre 2010. Si veda inoltre Boeri, T. and Jimeno, J.F., “Unemployment in Europe: What does it take to bring it down?”, maggio 2015 (disponibile a http://economiainfo.com/wp-content/uploads/2015/05/Boeri.pdf). L’evidenza a disposizione suggerisce che i salari bloccati costituiscano il limite estremo della flessibilità salariale. Per esempio, l’edizione del dicembre 2014 dell’Economic Bulletin of the Banco de España riporta che nel 2008 il 5% dei salari in Spagna erano bloccati, ma al 2013 quasi un terzo dei salari erano bloccati nel settore privato.

[2] Heinz, F. F. and Rusinova, D., “How flexible are real wages in EU countries? A panel investigation”, Working Paper Series, No 1360, BCE, Francoforte, luglio 2011.

[3] Anderton, R. and Bonthuis, B., “Downward Wage Rigidities in the Euro Area”, GEP Research Paper Series, No 15/09, University of Nottingham, luglio 2015.

[4] I grafici A e B mostra un’apparente diminuzione del grado di rigidità dei salari verso il basso col progredire della crisi. Questo può essere in parte dovuto alla serie di riforme del mercato del lavoro intraprese dai vari paesi dell’eurozona durante la crisi – talvolta associate a una modifica della legislazione in senso di minore tutela dell’occupazione, e così via – il che può avere aumentato la pressione al ribasso sui salari. Tuttavia altri fattori, come il consolidamento fiscale, possono avere avuto anch’essi un ruolo.

[5] Font, P., Izquierdo, M. and Puente, S., “Real wage responsiveness to unemployment in Spain:
asymmetries along the business cycle”, IZA Journal of European Labor Studies, Springer, 4:13,
giugno 2015.

[6] Martin, J.P. and Scarpetta, S., “Setting it Right: Employment Protection, Labour Reallocation andProductivity”, De Economist, Springer, Vol. 160(2), pp. 89-116, giugno 2012.

[7] Per un’analisi approfondita dei canali attraverso i quali le riforme del mercato del lavoro e dei prodotti influenzano l’economia, si veda l’articolo intitolato “Progress with structural reforms across the euro area and their possible impacts”, Economic Bulletin, Issue 2, BCE, Francoforte, marzo 2015.

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