Un interessante commento di Ambrose Evans Pritchard al risultato elettorale spagnolo, con un’ampia disamina delle gravi condizioni dell’economia spagnola, nonostante la propaganda che la vorrebbe in crescita e fuori dalla crisi. Tanto è vero che le elezioni hanno punito i partiti che hanno condotto a questo. Resta da vedere se una coalizione tra le forze di sinistra  saprà rispondere alle aspettative del popolo elettore,  ma purtroppo questo rischia di essere un film già visto.   

 

di Ambrose Evans-Pritchard, 21 Dicembre 2015

traduzione di @Rododak

“Il nostro messaggio all’Europa è chiaro. La Spagna non sarà mai più la periferia della Germania. Noi riaffermeremo il significato della sovranità”, ha affermato Podemos

La Spagna rischia mesi di paralisi politica e una micidiale resa dei conti con la Germania sull’austerità fiscale, dopo che il movimento di protesta ha sfasciato il tradizionale sistema a due partiti, lasciando il Paese praticamente ingovernabile.

Il terremoto elettorale dello scorso weekend in uno dei quattro grandi Stati dell’Eurozona ha richiamato gli scioccanti capovolgimenti di quest’anno in Grecia e Portogallo, avvertendo che la bomba politica a scoppio ritardato di questi anni di depressione economica e disoccupazione di massa può esplodere anche quando il peggio sembra essere alle spalle.

Non c’è una via d’uscita facile all’insormontabile disastro economico della Spagna

Sulla borsa di Madrid i titoli bancari sono crollati quando gli investitori, allarmati, si sono resi conto della possibilità che si formi una coalizione di sinistra, che includa il partito estremista di Podemos: che ha conquistato il 20,7 per cento dei voti minacciando di mandare all’aria il salvataggio delle banche stabilito dal governo e di ristrutturare il debito pubblico.

Pablo Iglesias, il leader – con coda di cavallo – dei ribelli di Podemos ha avvertito Bruxelles, Berlino e Francoforte che la Spagna riprende il controllo del suo destino, dopo gli anni in cui si è inchinata alle richieste dell’eurozona.

Il nostro messaggio all’Europa è chiaro. La Spagna non sarà mai più la periferia della Germania. Lotteremo per riaffermare il significato della parola sovranità per il nostro Paese“, ha dichiarato Iglesias.

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Lo spread sui bond spagnoli a 10 anni è balzato in su di otto punti base, arrivando a 123 punti sopra i Bund tedeschi, benché non ci sia il rischio imminente di una nuova crisi di debito, finché la BCE compra bond spagnoli nel quadro del quantitative easing. L’indice IBEX è scivolato del 2,5 per cento, con Banco Popular e Caixabank giù entrambi del 7 per cento.

Il premier Mariano Rajoy ha perso la maggioranza assoluta in parlamento. Il Partito Popolare, conservatore, è crollato dal 44 al 29 per cento: 5 milioni di voti in meno che Rajoy ha perso anche in seguito ai veleni disseminati da uno scandalo legato a questioni di corruzione.

Gli elettori hanno punito i due partiti principali che hanno dominato la politica spagnola fin dalla fine della dittatura di Franco, negli anni ’70, e che si sono avvicendati nel ruolo di riluttanti guardiani delle politiche di austerità dell’eurozona.

I socialisti del PSOE hanno evitato il disastro elettorale, ma hanno perso l’egemonia a sinistra e rischiano di essere aggirati e infine distrutti da Podemos, così come Syriza in Grecia ha incenerito il Pasok, che un tempo dominava.

Era stato ampiamente dato per scontato che Rajoy avrebbe avuto abbastanza seggi alleandosi con Ciudadanos, partito liberista e anticorruzione, ma questo nuovo movimento riformista si è arenato nelle ultime settimane di chiusura della campagna elettorale.

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C’è un’enorme fatica legata all’austerità e il Paese nel suo insieme si è chiaramente spostato a sinistra“, ha commentato Nicholas Spiro, stratega di investimenti in obbligazioni sovrane. Però la sinistra non ha conquistato abbastanza voti per formare un governo certo.

Ora il problema è se la Spagna è governabile. Tutti i partiti sono ai ferri corti e questo potrebbe trascinarsi per settimane. Non vedo alcuna soluzione sostenibile. Di sicuro possiamo scordarci le riforme“, ha concluso.

Secondo Nicholas Spiro, la Spagna ha già visto un “deterioramento accentuatissimo” dello stato delle finanze pubbliche negli ultimi diciotto mesi, benché questo sia stato mascherato da un rimbalzo ciclico, dallo stimolo legato al basso prezzo del petrolio e all’euro debole, e dal QE di Francoforte. “Sono stati semplicemente scambiati per crescita“, dice.

Yvan Mamalet della Société Générale ha dichiarato che il tasso potenziale di crescita della Spagna è crollato all’1%, dal 3% precedente alla crisi, segno dei danni provocati dall’effetto “isteresi” legato alla disoccupazione a lungo termine e alla mancanza di investimenti.

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Il debito pubblico è balzato al 100% del Pil e sta raggiungendo il limite di sicurezza per un Paese che fa parte di una unione monetaria e non ha una banca centrale sovrana. “La Spagna in questo momento ha uno spazio di manovra fiscale estremamente limitato e un qualsiasi shock esterno potrebbe spingere il debito verso livelli meno sostenibili, oltre il 130%“, ha dichiarato Yvan Mamalet.

La Spagna è stata portata in palmo di mano come Paese modello dei risultati dell’austerità e delle riforme per l’Europa del Sud. Ma sebbene sia vero che la crescita ha avuto un rimbalzo, il Pil è ancora del 5% inferiore al suo livello massimo precedente. E le più profonde patologie e gli squilibri dell’epoca prima della crisi ci sono ancora tutti.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) afferma che il “deficit strutturale” è salito dall’1,8% del Pil l’anno scorso al 2,5 per cento quest’anno. Questo affretta il disastro, se teniamo conto che la posizione netta sull’estero della Spagna è  meno 90% del Pil, molto sotto il limite di sicurezza del 30%. “Rimangono profondi problemi strutturali e la vulnerabilità persiste“, dichiara il FMI.

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Il FMI ha avvertito che la Spagna ha ancora bisogno di riforme radicali della legislazione del lavoro per alzare il basso livello di produttività e far salire la catena del valore, e ha indicato come rischio principale quello che si torni indietro sulle riforme già fatte. Che è esattamente quello che potrebbe succedere.

Se una coalizione tra socialisti e Podemos prende il controllo di un’alleanza delle forze di sinistra, non sarà per farsi dare il là dal Fondo monetario.

Sarebbe anche un disastro sul fronte della politica estera per la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha già ceduto alla sinistra Italia, Grecia e Portogallo, e si trova di fronte al rischio crescente di un “blocco latino” antiausterità, guidato in Francia dai socialisti.

Una sterzata a sinistra in Spagna modificherebbe l’equilibrio di potere nel Consiglio europeo e segnerebbe la fine del controllo della Merkel sui meccanismi politici dell’Unione europea.

Pablo Iglesias ha smorzato la sua visione radicale, cercando di darsi un tono di autorevolezza nelle questioni di politica estera ed economica. “Quando vuoi essere alla guida del tuo Paese – ha dichiarato – devi essere credibile“.

 

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Il partito ha lasciato cadere la sua richiesta di prendere in mano telecomunicazioni, trasporti, banche, compagnie elettriche e le strutture chiave dell’economia, limitando le nazionalizzazioni a circostanze “eccezionali”.

Non richiede più la ristrutturazione del debito pubblico del Paese, che ammonta a 1.100 miliardi di euro, optando invece per un audit che abbia lo scopo di determinare quale parte del debito legato al salvataggio delle banche sia da ritenere inaccettabile e da rigettare. Vuole ancora una settimana lavorativa di 35 ore, ma ora accetta che l’età della pensione debba salire a 65 anni. I progetti per lasciare la NATO sono stati accantonati.

Eppure Podemos, figlio della rivolta degli “Indignados” contro l’austerità, è capeggiata da giovani professori universitari imbevuti delle teorie del leader comunista italiano di un tempo Antonio Gramsci. Hanno imparato la lezione dagli errori di Syriza in Grecia, ma non sono meno radicali.

Simon Tilford, del Center for European Reform, dice che la Spagna non è fuori dai guai e che le élites europee stanno “scambiando una modesta risalita ciclica per qualcosa di più profondo“.

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C’è stato una sorta di miracolo delle esportazioni, spinto da un’impennata nella produzione di auto, dovuta al fatto che le aziende hanno spostato la produzione dalla Francia alla Spagna per approfittare dei tagli dei salari: negli impianti di Valladolid le assunzioni sono aumentate del 27%.

Ma quello che ha davvero eliminato il deficit delle partite correnti è stato il crollo del 12% della domanda interna. Le importazioni sono state soffocate. Con una disoccupazione al 22 per cento, il Paese riesce a malapena a tenere in equilibrio i suoi conti con l’estero. Una piena ripresa metterebbe rapidamente in crisi la cronica mancanza di competitività della Spagna all’interno del sistema dell’euro.

Simon Tilford avverte che la Spagna affronterà la prossima crisi globale con le sue difese economiche ampiamente esaurite e poche armi rimaste per combattere la recessione, e soprattutto con partiti populisti che hanno già preso largamente piede. Lo shock politico dello scorso weekend è il primo rombo di tuono.