Sapir: Guerra e Concordia civile

Un grande Sapir sul pericolo di guerra civile in Francia. La classe politica asservita alla élite oligarchica soffia sul fuoco delle divisioni etniche e religiose – così come sul disprezzo degli elettori del Front National – sovvertendo l’unica base su cui può costruirsi il dibattito politico: che non è quella dei valori, che riguardano lo spazio personale di ognuno, bensì quella dei princìpi, il primo dei quali è la sovranità del popolo e i modi per esercitarla, principio che i politici al potere hanno svenduto e che fanno di tutto per occultare. 

 

di Jacques Sapir, 20 Dicembre 2015

Traduzione di @Rododak

Dalle elezioni regionali che si sono tenute in Francia all’inizio del mese di dicembre scorso resta ancora da trarre una lezione. Di tutte, la più terribile.

Uno degli aspetti che più hanno colpito della campagna elettorale, nel periodo tra primo e secondo turno delle elezioni regionali (dal 6 al 13 dicembre), così come del dibattito politico seguente, è stata l’estrema violenza dei termini utilizzati. Si può ricordare che Claude Bartolone, candidato del P “S” per la regione Ile de France, e già Presidente dell’Assemblea Nazionale, non aveva esitato a definire la sua avversaria Valérie Pecresse “candidata della razza bianca”. È cosa buona e giusta che abbia pagato con una netta sconfitta nei suoi confronti. Ma questo non chiude la questione dei termini usati.

Si tratta solo di un esempio, e le citazioni potrebbero facilmente essere molte di più. Questo significa che una parte delle élite al potere, le élite che sono già state definite compradores, sono decise a giocare la carta della guerra civile.

Su questo blog abbiamo segnalato a più riprese il rischio latente di guerra civile che ormai esiste in Francia (1). Lo shock provocato dagli attentati del 13 novembre ci mette direttamente a confronto con questa prospettiva. Ma, nello stesso tempo, questo shock apre la strada a una possibile strumentalizzazione di questa minaccia.

Caos e strategia del caos

Il rischio di guerra civile è evidente quando alcuni responsabili politici fanno deliberatamente e consapevolmente la scelta della divisione simbolica di un popolo, rivolgendone una parte contro l’altra. Ma bisogna precisare qui che cosa si intende con “popolo”. Infatti, quando parliamo di un “popolo”, noi non ci riferiamo a una comunità etnica o religiosa, ma a una comunità politica di individui riuniti che prendono il loro futuro nelle proprie mani (2). Questo implica il superare l’idea di un popolo costituito su basi etniche o da una comunità di credenti. Ora, è precisamente nel senso opposto a questo superamento che si è mosso Claude Bartolone. Che ha anche aggravato la sua posizione, scegliendo il termine “razza”: una parola che ha certamente un significato giuridico e politico, ma non ne ha alcuno dal punto di vista scientifico.

Però Claude Bartolone non è uno qualunque. In quanto Presidente dell’Assemblea nazionale, si suppone che conosca perfettamente la Costituzione della Francia, paese al cui servizio sostiene di essere. Ora, nel primo articolo del Preambolo a questa Costituzione, non si legge forse: “ All’indomani della vittoria riportata dai popoli liberi sui regimi che hanno tentato di asservire e degradare la persona umana, il popolo francese proclama ancora una volta che tutti gli esseri umani, senza distinzione di razza, di religione e di credo, possiedono dei diritti inalienabili e sacri. Esso riafferma solennemente i diritti e le libertà dell’uomo e del cittadino consacrati nella Dichiarazione dei diritti del 1789 ed i principi fondamentali riconosciuti dalle leggi della Repubblica.” (3)? La lettura di questo articolo dovrebbe proibire a qualsiasi uomo politico della Repubblica di fare riferimento, in un discorso politico, a una “razza”. Dobbiamo dunque concludere che Claude Bartolone non è fedele alla Repubblica? Dobbiamo dunque concludere che Emmanuel Cosse (del partito EELV) e Pierre Laurent (del PCF), che hanno assistito a questa uscita di Claude Bartolone senza manifestare alcuna emozione, non sono fedeli alla Repubblica?

La questione che poniamo è gravissima. Si sono condannati – giustamente – i discorsi tenuti da Nadine Morano, che appartiene all’ex UMP, pomposamente ribattezzato “Les républicains”. Si condannano, e anche in questo caso giustamente, gli eccessi e le esagerazioni degli uni e degli altri. Ma, bisogna ammetterlo, questi eccessi e queste esagerazioni sono meno gravi delle parole pronunciate dal Presidente dell’Assemblea Nazionale. Che queste siano state così poco notate, così poco messe in evidenza, mostra che non c’è tanto un’assuefazione, quanto piuttosto un progetto politico per dividere i francesi. Questo progetto politico consiste nel comunitarizzare la vita politica francese, per poter quindi far leva sulle divisioni insanabili che si saranno così create al suo interno. Bisogna quindi porsi la domanda a chi faccia gioco questo crimine, perché di un crimine si tratta. E allora si capisce che non può fare gioco che alle élite oligarchiche.

Divisione e unità del popolo

Questo incidente estremamente grave va confrontato al dibattito mediatico che si è imposto a proposito del Front National e della Repubblica a partire dal 6 dicembre. In questo discorso l’elettore del Front National è stato presentato come una sorta di essere subumano. Questo discorso nasce quando il Presidente della Repubblica fa appello alla “concordia nazionale”. Si tratta di appelli che sarà sì bene ascoltare, ma che non si potranno in realtà ascoltare fino a che da una parte non ci sarà stata una condanna ferma dei discorsi che mirano a separare i francesi, a dividerli gli uni dagli altri in base a criteri di “razza”, di religione, e dando per scontato che una grande parte di loro non è degna di essere investita di responsabilità; dall’altra, fino a che non saranno state proposte strategie chiare, attorno alle quali i francesi potranno ritrovarsi uniti. Ma nulla di tutto questo è stato fatto.

Il discorso della concordia resterà inascoltabile fintanto che si continueranno a umiliare circa il 30% dei francesi. Maurice Thorez, dirigente del PCF, nel 1936 aveva scioccato una parte della sinistra nel discorso in cui “tendeva la mano al militante della Croce di Fuoco”. Le parole utilizzate per concludere il suo discorso sono note: “Noi ti tendiamo la mano, volontario nazionale, vecchio combattente diventato croce di fuoco, perché tu sei un figlio del nostro popolo, tu soffri come noi il disordine e la corruzione, tu vuoi evitare come noi che il paese scivoli nella rovina e nella catastrofe” (4).

Non sono un ammiratore a oltranza di Maurice Thorez, e chi mi legge lo sa bene. Ma non si può che essere colpiti dal tono dell’appello e anche dalla sua attualità nella situazione della Francia di oggi. Queste parole sono quelle che Francoise Hollande avrebbe dovuto pronunciare se avesse veramente voluto la concordia nazionale: ma queste parole non le può pronunciare, no, non le può pronunciare davvero.

Non può pronunciarle, perché è l’uomo che ha rinnegato se stesso quando diceva che il suo nemico era la finanza, che ha abbandonato gli operai di Fleurange, che ha tradito, con tradimenti piccoli e grandi, praticamente tutto quello che costituiva l’identità politica di una vera sinistra. Non può pronunciarle, perché in realtà non è che il procuratore di un ceto oligarchico che non punta ad altro che ad arricchirsi, ancora e sempre di più. E che per farlo è pronto a far precipitare la Francia nella guerra civile, se è il prezzo da pagare per mantenere il suo potere.

Valori e Princìpi

Vediamo bene dove ha portato questa logica di classe, o meglio di casta, e dove portano le svariate cessioni di sovranità che sono state consentite dai diversi poteri negli ultimi vent’anni. Perché una politica che risponda agli interessi dell’enorme maggioranza del popolo implica che si torni indietro su queste cessioni, che la politica ritrovi i suoi diritti e che si smetta di dissolverla nella tecnica, che si pretende di spolverare di “valori”.

Non che questi non siano importanti per ogni individuo. Tutti noi abbiamo dei valori ai quali, implicitamente o esplicitamente, facciamo riferimento. Ma i “valori” sono espressione delle nostre convinzioni personali, qualsiasi siano, e anche della nostra storia individuale. Se giocano un ruolo importante nella strutturazione della nostra personalità, non possono uscire da questo spazio personale se non a rischio di dividere radicalmente lo spazio politico.

Lo spazio politico deve essere lo spazio dei princìpi, che costituiscono i fondamenti di una azione collettiva. Questo è il motivo per cui riflettere sulla sovranità, esserle fedeli, implica riflettere sulla questione della laicità. Infatti il problema dell’appartenenza a una religione, quando si trasforma in integralismo, entra in contraddizione con la nozione di sovranità e con l’esistenza della comunità politica che si definisce il popolo. Questi princìpi sono quelli della nostra Repubblica. È intorno a questi princìpi che noi potremo costruire la concordia nazionale, non con l’evocazione di “valori” che sono destinati a restare individuali. Questo implica tornare alla politica e smettere di voler elevare a politica quello che in realtà pertiene a scelte individuali. Ma tornare alla politica è un passo in direzione opposta, e perfino contraddittoria, al movimento spontaneo del neoliberismo, che pretende di dissolvere le questioni politiche in questioni che vengono definite “tecniche”(5) e che vuole sostituire la discussione sui princìpi con una discussione sui valori. Da questo punto di vista, il ritorno alla politica è la base necessaria perché si possa un giorno ritrovare quella concordia che non esclude differenze né divergenze.

Ma questi princìpi si devono concretizzare, se si vuole che vivano. Ora, renderli concreti implica il dibattito e la polemica, la lotta e il conflitto. È da questi fenomeni che nasceranno le istituzioni del futuro, così come è dai dibattiti a noi precedenti che sono nate le istituzioni del passato. È nel dibattito politico, quindi, che questi princìpi potranno chiarirsi e di sicuro non nell’illusione di una democrazia cosiddetta “pacificata”, quella che ci promettono sia la destra sia la “sinistra”. Non dimentichiamolo: una democrazia pacificata altro non è che una democrazia morta.

Sulla concordia civile

La concordia civile deve essere l’obiettivo principale dei responsabili politici. Siamo però costretti a constatare che non è così. Bisogna anche ricordare i princìpi sui quali si può costruire questa concordia. Di questi princìpi, tre sono fondamentali.

In primo luogo, c’è un principio di responsabilità, secondo il quale nessuno può prendere una decisione o esercitare il controllo su una decisione senza assumersi in pari tempo la responsabilità degli effetti di questa decisione. La garanzia accordata da parte di tutti alla possibilità di decidere di ciascuno è al cuore di una società di attori decentralizzati. Ma questa garanzia è totalmente diversa dalla libertà come è concepita dai liberali. Questo primo principio ha un fondamento collettivo. È quello che ha riconosciuto la Costituzione del 24 giugno 1793, nell’articolo 23 della sua Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo: La garanzia sociale consiste nell’azione di tutti, per assicurare a ognuno il godimento e la conservazione dei suoi diritti; questa garanzia riposa sulla sovranità nazionale.(6) Come si può constatare, la sovranità è proprio al cuore dei princìpi fondamentali che assicurano questa concordia civile.

Il principio di responsabilità si accompagna naturalmente alla responsabilità di ciascuno nei confronti di tutti e alla proscrizione di chi usurpa il potere generato dalla sovranità, come è esplicitato nell’articolo 27 della stessa Dichiarazione: Ogni individuo che usurpa la sovranità, sia all’istante messo a morte dagli uomini liberi. (7)

C’è, secondariamente, un principio di libertà di organizzazione. Dato che nessuno può sapere a priori quale è la soluzione organizzativa migliore, e dato che i nostri criteri su ciò che è migliore possono d’altra parte essere differenti e modificarsi nel tempo, nessuno può fissare da solo e per sempre una modalità di coordinamento. Escludere dal campo del possibile alcune forme di coordinamento aperte alla comunità degli attori o escludere da questa modalità di coordinamento alcuni partecipanti è dunque una violazione di questo principio. Questo significa condannare non soltanto tutte le pratiche discriminatorie basate sulle caratteristiche dell’individuo (per esempio quelle basate sul sesso o sul colore della pelle), l’istituzione di pratiche basate sulle differenze religiose e il riconoscimento di comunità separate all’interno del corpo sovrano, ma anche l’istituzione di una forma unica di organizzazione e coordinamento. In questo senso, questo principio condanna insieme sia i diritti particolari che sono alla base del garantire prerogative speciali alle diverse comunità (“comunitarismo”) sia la pretesa di stabilire una forma di coordinamento, in questo caso quella basata sulla concorrenza, come modello di riferimento.

C’è, infine, un principio di uguaglianza di accesso alla possibilità di decidere. Si tratta della contropartita al principio precedente. Noi abbiamo tutti, all’interno della stessa comunità che – in base al secondo principio – non può essere definita che in base a un territorio, lo stesso diritto a partecipare alle decisioni e alla formazione, intenzionale o meno, delle modalità di coordinamento. Ma la concentrazione di mezzi economici e finanziari ha implicazioni in materia di decisioni politiche. Questa concentrazione di mezzi può tradurre una realtà economica. Si può dimostrare che, in numerose situazioni, la concorrenza può essere inefficace (8) e un monopolio al contrario giustificato, come nel caso del “fallimento del mercato” (9). In questo caso, su questi mezzi si deve esercitare il controllo della comunità, per prevenire ogni tentazione di utilizzarli in modo contrario al principio di uguaglianza di accesso alle decisioni. Chi detiene questi mezzi e li utilizza in questo modo, approfittandone per imporre le sue idee alla collettività, senza sottostare al principio di responsabilità, si pone come usurpatore della sovranità, e dunque Tiranno.

La minaccia di una guerra civile grava ormai sulla Francia. I principali responsabili sono coloro che hanno violato i princìpi fondamentali della Repubblica, unici princìpi in grado di stabilire la concordia civile. Difendere la concordia è importante, ma bisogna farlo nella chiarezza dei princìpi e avendo ben chiaro che per mettersi d’accordo bisogna essere in due. Se la casta oligarchica ha deciso per la guerra civile, è poco probabile che la guerra possa essere evitata. Che almeno prenda la dimensione di una immensa insurrezione contro questi oligarchi, che dovrebbero forse meditare, prima che sia troppo tardi, su un vecchio adagio politico francese: “On ne touche aux Prince qu’à la tête (Al Principe non si tocca nulla, tranne la testa)”.

Note

  1.  Sapir J. « Vers la Guerre Civile ? », nota pubblicata il le 4 ottobre 2015 su Russeuropehttp://russeurope.hypotheses.org/4352 e « La guerre civile froide ? », su Russeurope  12 gennaio 2014,http://russeurope.hypotheses.org/1907
  2. Un riferimento a G., Histoire et conscience de classe. Essais de dialectique marxiste. Paris, Les Éditions de Minuit, 1960, 383 pages. Collection « Arguments »
  3. http://www.conseil-constitutionnel.fr/conseil-constitutionnel/francais/la-constitution/la-constitution-du-4-octobre-1958/preambule-de-la-constitution-du-27-octobre-1946.5077.html
  4. Discorso di Maurice Thorez del 17 aprile 1936,http://www.gauchemip.org/spip.php?article19319
  5. Bellamy R., (1994). ‘Dethroning Politics’: Liberalism, Constitutionalism and Democracy in the Thought of F. A. Hayek. British Journal of Political Science, 24, pp 419-441
  6. M. Duverger, Constitutions et Documents Politiques, PUF, coll. Themis, Paris, 6ème édition, 1971, p. 72.
  7. Idem.
  8. Stiglitz J.E., “The Private Uses of Public Interests: Incentives and Institutions,”Journal of Economic Perspectives, 12(2), 1998, p. 3-22.
  9. Bator F.M., “The Anatomy of Market Failure,” Quarterly Journal of Economics, 72(3), 1958, pp. 351–379. Stiglitz, J.E., “Markets, Market Failures, and Development,” American Economic Review, 79(2), 1989, pp. 197-203.

 

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