Sapir: Centralità della sovranità

Un estratto dell’ultimo libro di Jacques Sapir,   “Souveraineté, Démocratie, Laïcité”, interessante perché fa piazza pulita, con una chiarezza molto persuasiva,  delle visioni su un’ “altra Europa”, mostrando come la sovranità di ogni Stato, definito da una cittadinanza e da un territorio, è indispensabile alla democrazia e alla libertà. Interessante anche la prospettiva non economica, ma tutta politica: l’Eurozona non danneggia soltanto le nostre economie, ma colpisce al cuore i nostri sistemi democratici. La citazione finale di Fassina, poi, mostra come Sapir colga in lui elementi di coscienza e novità, forse più di quanto facciamo noi.

 

di Jacque Sapir – 1 gennaio 2016

Traduzione di @Rododak

Introduzione

Viviamo un momento sovranista. Lo prova la decisione del presidente della Repubblica, François Hollande, di dichiarare lo stato di emergenza in seguito agli odiosi e tragici attentati del 13 novembre 2015 a Parigi. Con questa scelta, probabilmente senza rendersene conto e senza dubbio senza valutarne le conseguenze, Hollande ha dato ragione ai sovranisti e ha preso atto della centralità della sovranità.

E tuttavia la sovranità suscita discussioni nell’agorà mediatica, sul Web o meno. Si tratta di una questione che disturba, e a ragione. Perché la sovranità è uno spettro che ci ossessiona, che ci divide. Ma che il concetto di sovranismo abbia preso un simile spazio nel dibattito è il sintomo che la sovranità tocca qualcosa di essenziale: la libertà. Quella di fare e di decidere, sia a livello personale sia collettivo, non una semplice libertà formale. Talvolta nelle file della sinistra – benché peraltro non si esiti a parlare di sovranità alimentare – ci si oppone a questo concetto di sovranità. Ci sarebbe quindi un sovranismo “buono” e uno “cattivo”. Questa incoerenza rende chi se ne fa portatore impossibile da capire e quindi da ascoltare.

 

Sovranità, democrazia, laicità

Al di là delle polemiche meschine, delle approssimazioni politiche e delle incomprensioni – non sempre in buona fede – è la questione della nostra libertà che si pone. Ma poiché la libertà individuale non si costruisce mai in modo individuale, poiché siamo prima di tutto degli animali politici e viviamo in una società, non possono esserci individui liberi, se non all’interno di una società libera.
La sovranità definisce anche questa libertà di decidere che determina le comunità politiche, ovvero i popoli, attraverso la cornice della Nazione e dello Stato. Dimenticare la dimensione necessariamente sociale e collettiva della nostra libertà caratterizza il punto di vista “liberale”, un punto di vista che va anche in questo caso oltre le divisioni “destra-sinistra” e che – non bisogna stupirsene – si rivela quindi ostile a questo concetto di sovranità.

E tuttavia, bisogna ancora capire che cosa crea una società e che cosa determina “un popolo”. Bisogna capire che, quando parliamo di un “popolo”, non si tratta di una comunità etnica o religiosa, ma di una comunità politica di individui riuniti che prende il suo futuro nelle proprie mani (1). Il popolo cui ci si riferisce è un popolo “per sé”, che si costruisce nell’azione, e non un popolo “in sé”. Fare riferimento a questa definizione di sovranità, volerla difendere e farla vivere, definirsi dunque come “sovranisti” implica il capire che viviamo in società eterogenee, e che l’unità all’interno di queste società si costruisce innanzitutto a livello politico. Questa unità non è mai né scontata né naturale (2). In effetti, è questa eterogeneità che implica il ricorso alla sovranità.

Se la società è eterogenea, come costruire una comunità politica, senza l’intervento della sovranità? È proprio questa che trasforma gli individui isolati in un popolo unito, pronto all’azione. Fare riferimento al concetto di sovranità rende necessario superare l’idea di un popolo caratterizzato da basi etniche o come comunità di credenti e obbliga a pensare alla questione della laicità. L’appartenenza a un credo religioso, quando diventa integralismo, entra in contraddizione con la nozione di sovranità. In Francia, ricordiamolo, la Nazione e lo Stato si sono costituiti con la lotta sia contro il feudalesimo locale sia contro le pretese sovranazionali del papato e della religione cristiana. Non è quindi privo di importanza il fatto che il pensatore che ha stabilito il ruolo centrale della sovranità, Jean Bodin, abbia scritto uno dei più importanti libri sulla laicità, dopo avere preso atto della eterogeneità della società.

 

Centralità della sovranità

La sovranità oggi è messa in questione dalle pratiche, ma anche dalla teoria, nate dall’istituzione dell’Unione europea. Le dichiarazioni di Jean Claude Juncker a proposito delle elezioni greche di gennaio 2015 lo testimoniano (3). Il comportamento dell’Ue e quello delle istituzioni dell’Eurozona richiede una reazione generale, perché mette in discussione proprio la libertà legata alla sovranità (4). Eppure la sovranità occupa un posto centrale, e per due ragioni convergenti.
Da una parte, la sovranità è necessaria all’azione politica, a questo passaggio da “io” a “noi”, dall’individuo all’azione collettiva. Se le nostre decisioni sono limitate in partenza, qual è lo scopo di fare causa comune? Questo passaggio dall’individuale al collettivo è d’obbligo di fronte alle crisi, sia economiche e sociali che politiche e culturali, che stiamo attraversando.
D’altra parte, la sovranità è necessaria a distinguere ciò che è legittimo da ciò che è legale. Gli obblighi inerenti a qualsiasi atto giuridico non possono essere giustificati unicamente dal punto di vista della legalità, che per definizione è sempre formale. Il preteso primato che il positivismo giuridico (5) vuole conferire alla legalità, porta, in realtà, a un sistema totale, impermeabile a qualsiasi contestazione ed essenzialmente totalitario. È questo che permette – o si ritiene che permetta – a un politico di aspirare alla purezza originale e non alle mani sporche di un Principe dei tempi andati. Ma allora, dovremmo considerare come legali le leggi delle peggiori dittature. La legalità acquista un senso soltanto se è articolata sulla legittimità, vale a dire su un giudizio sulla giustezza – e non più sulla giustizia – di queste leggi. Solo la sovranità può stabilire chi è abilitato a giudicare sulla giustezza, ovvero chi detiene la legittimità.

Noi capiamo, in modo intuitivo o attraverso riflessioni elaborate, che la libertà della comunità politica chiamata “popolo” passa per la libertà dell’insieme territoriale sul quale questo popolo vive. Non si può pensare al concetto di popolo senza pensare al tempo stesso a quello di Nazione. La libertà del popolo nella cornice della Nazione si chiama giustamente sovranità. Perché è essenziale all’esistenza della democrazia.

La sovranità è una e indivisibile, checché alcuni ne pensino, ma può essere usata in molti modi. Così, non ha senso parlare di sovranità “di sinistra” o “di destra”, oppure non può avere che un senso nascosto, quello di un rifiuto, di fatto, della sovranità. Certo, ci sono state nazioni sovrane dove il popolo non era libero. Ma non si è mai visto un popolo libero in una nazione asservita. La formazione dello Stato come principio indipendente dalla “proprietà del Principe” è avvenuto attraverso un doppio movimento di formazione della Nazione, come entità politica, e di Popolo, come attore collettivo.

Le forme di questa costituzione possono variare, a seconda dei fattori storici e culturali, ma rispondono alle medesime costanti. Questo doppio movimento fa emergere personaggi notevoli, la cui storia mitizzata non deve sostituire la storia reale. Uno di questi personaggi è Giovanna d’Arco, e Daniel Bensaïd, dirigente ma anche teorico della Lega Comunista e poi del Nuovo Partito anticapitalista, non si era sbagliato in merito (7). In una conversazione tenuta qualche tempo prima della sua morte, Bensaïd è tornato su questo tema: “Giovanna d’Arco abbozza l’idea di nazione in un’epoca in cui la nazione non ha realtà nelle tradizioni dinastiche. Come germoglia, alle frange di un regno praticamente a brandelli, questo abbozzo popolare di una idea di nazione? (8)”

Ottima domanda, in effetti. Quella posta, infatti, è proprio la questione del doppio movimento di formazione di una Nazione e di un popolo. Ecco perché la sovranità è oggi un concetto fondamentale e decisivo nella lotta politica attuale.

Questa evidenza è stata rinforzata negli ultimi secoli, che hanno conosciuto il processo storico della colonizzazione e decolonizzazione (9). C’è chi ha sostenuto che si potesse essere portatori di libertà sotto le catene della schiavitù. I popoli colonizzati, che avevano perduto la libertà con la sovranità, avrebbero dovuto fare causa comune con i loro colonizzatori, in nome di non si sa quale principio e di un preteso internazionalismo. Il fallimento di questo ragionamento è stato pari soltanto alla sua vacuità.
Un popolo libero, una comunità politica riunita e sovrana deve sperimentare la propria libertà, anche quando questo implica la possibilità di fare errori. Questi, lo sappiamo bene, sono stati numerosi. Eppure, non era possibile evitarli: fanno parte dell’esperienza, a volte tragica, che deve fare un popolo.
Pretendere di rendere felici le persone, senza di loro o contro di loro, sogno segreto di tutti gli esperti o tecnocrati autoproclamati, non porta che alle peggiori dittature e agli sconvolgimenti più terribili. Dall’Irak alla Libia, ne siamo ogni giorno testimoni.

Il momento sovranista che stiamo vivendo assume un senso particolare in Europa. Questo perché le istituzioni dell’Unione europea, che purtroppo troppo spesso sono confuse con il concetto stesso di Europa, hanno progressivamente violato la democrazia e la sovranità. Sono passati più di dieci anni da quando, nel 2005, i popoli francese e olandese hanno respinto con il loro voto il progetto di trattato costituzionale approvato con grande dispendio dalle élite politiche. Il trattato non è stato respinto per motivi congiunturali, tutt’altro. La bocciatura riguardava un progetto: traduceva un movimento di fondo (10). Eppure, lo stesso progetto è stato loro imposto in quella parodia di giustizia che è stato il trattato di Lisbona, ratificato in Francia in un contesto di connivenza tra il Partito socialista e l’UMP.

Da allora, passo dopo passo, si è sconfinato, usurpando le libertà politiche dei popoli, fino allo scandalo inaudito rappresentato dallo scontro tra un governo democraticamente eletto in Grecia e le istituzioni europee. E qui non è stato calpestato semplicemente un voto, perché la posizione del popolo greco espressa il 25 gennaio, al momento delle elezioni che hanno portato Syriza al potere, è stata rinforzata dal referendum del 5 luglio, che ha dato quasi il 62% dei voti al “no” al memorandum.

Quella che è stata calpestata, con l’impudenza cinica di un Jean-Claude Juncker o di un Dijsselbloem, è stata la sovranità stessa di un paese. E tuttavia, quando in Grecia dopo le elezioni del 25 gennaio 2015 il partito della sinistra radicale Syriza ha scelto di allearsi con un partito di destra, ma sovranista, invece che con il centro sinistra di To Potami o con i socialisti del Pasok, si sarebbe potuto pensare che la questione della sovranità fosse stata pienamente presa in carico dalla direzione di Syriza. Lo svolgersi della crisi ha mostrato che c’erano divergenze importanti all’interno del partito, e una notevole mancanza di chiarezza. Sono queste divergenze che le istituzioni europee hanno usato come leva per costringere Alexis Tsipras, il Primo ministro, a rinnegare se stesso (11). Ecco una lezione che tutti coloro che vogliono vivere liberi devono imparare a memoria. Perché quello che è successo in Grecia può ripetersi in Portogallo, In Spagna, in Italia, nel Regno Unito e anche in Francia.

Ricordiamo allora l’affermazione di Jean Claude Juncker, successore dell’ineffabile Barroso alla testa della Commissione europea: “Non ci possono essere scelte democratiche contro i trattati europei”.
Questa dichiarazione rivelatrice risale alle elezioni greche del 25 gennaio, che giustamente hanno visto la vittoria di Syriza. In poche parole, è stato detto tutto. È l’affermazione tranquilla e soddisfatta della superiorità di istituzioni non elette sui voti degli elettori, della superiorità dei princìpi tecnocratici sui princìpi democratici. In tutto ciò, Juncker e Barroso sono in una grande parte responsabili dei drammi che la Grecia ha conosciuto. Che lo sappiano o meno, ripetono il discorso dell’Unione sovietica ai paesi dell’Est nel 1968, al momento dell’intervento del Patto di Varsavia a Praga: la famosa teoria della sovranità limitata. Mostrano di considerare i paesi membri dell’Unione europea come delle colonie, o più precisamente dei dominions, la cui sovranità è sottomessa a quella della metropoli, la Gran Bretagna.

Con una differenza: che non c’è una metropoli. L’Unione europea sarebbe dunque un sistema coloniale privo di una metropoli. Forse, si tratta di null’altro che di un colonialismo per procura. E in effetti, dietro il volto di un’Europa che si dice unita, ma che in realtà oggi è divisa dalle istituzioni europee, si profila quello degli Stati Uniti, paese nei confronti del quale Bruxelles continua a cedere, come testimonia la questione del trattato Transatlantico, il TTIP.

Tutto questo significa dover ritenere che la sovranità è il più prezioso di tutti i beni, e di trarne le conseguenze necessarie. C’è chi l’ha fatto, come, in Italia, Stefano Fassina (12). Bisognerà trarne le conseguenze, tutte le conseguenze.

Ricordiamoci sempre di questa frase premonitrice di Bossuet:

Ma Dio se la ride delle preghiere che gli vengono rivolte perché tenga lontane le pubbliche disgrazie, quando non ci si oppone a ciò che viene fatto per attirarle. Ma che dico? Quando lo si approva e lo si sottoscrive, anche se con ripugnanza (14).

 

Note

(1 ) Si dichiara qui più di un’influenza di Lukacs G., Histoire et conscience de classe. Essais de dialectique marxiste. Paris, Les Éditions de Minuit, 1960, 383 pages. Collection « Arguments »

(2) Questo argomento è ampiamente trattato nel libro scritto per l’Alto Collegio di Economia di Mosca, Sapir J., K Ekonomitcheskoj teorii neodnorodnyh sistem – opyt issledovanija decentralizovannoj ekonomiki (Théorie économique des systèmes hétérogènes – Essai sur l’étude des économies décentralisées) – traduzione di Vinogradova E.V et Katchanov A.A, Presses du Haut Collège d’Économie, Moscou, 2001. Una parte dell’argomentazione è ripresa in forma differente in Sapir J., Les trous noirs de la science économique – Essai sur l’impossibilité de penser le temps et l’argent, Albin Michel, Paris, 2000.

(3) Mevel J.J in Le Figaro, 29 gennaio 2015, Jean-Claude Juncker : « La Grèce doit respecter l’Europe ». http://www.lefigaro.fr/international/2015/01/28/01003-20150128ARTFIG00490-jean-claude-juncker-la-grece-doit-respecter-l-europe.ph . Le sue dichiarazioni sono ampiamente riprese nel settimanale Politis, consultabile e online http://www.politis.fr/Juncker-dit-non-a-la-Grece-et,29890.html

(4) Evans-Pritchards A., “European ‘alliance of national liberation fronts’ emerges to avenge Greek defeat”, The Telegraph, 29 juillet 2015, http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/11768134/European-allince-of-national-liberation-fronts-emerges-to-avenge-Greek-defeat.html

(5) Di cui il rappresentante più importante è stato Hans Kelsen, Kelsen H., Théorie générale des normes, Paris, PUF, 1996

(6) Bellamy R. (1999), Liberalism and Pluralism : Towards a Politics of Compromise, Londres, Routledge.

(7) Bensaïd D., Jeanne de guerre lasse, Paris, Gallimard, « Au vif du sujet », 1991.

(8) http://www.danielbensaid.org/Il-y-a-un-mystere-Jeanne-d-Arc

(9) Vedi sui dibattiti del XIX e dell’inizio del XX secolo, Haupt G., Michaël Löwy M., Claudie Weille (eds), Les Marxistes et la Question Nationale 1848-1914, Paris, L’Harmattan, 1997, 396 p.

(10) Sapir J., La fin de l’eurolibéralisme, Paris, Le Seuil, 2006

(11) Sapir J., « Capitulation », post sul blog RussEurope, 13 luglio 2015, http://russeurope.hypotheses.org/?p=4102

(12) Vedi « Le texte de Fassina », post sul blog Russeurope 24 agosto 2015, http://russeurope.hypotheses.org/4235

(13) Sapir J., « Sur la logique des Fronts », post sul blog RussEurope, 23 agosto 2015, http://russeurope.hypotheses.org/423

(14) Bossuet J.B., OEuvres complètes de Bossuet, vol XIV, éd. L. Vivès (Paris), 1862-1875, p. 145. Questa citazione è più nota nella sua forma abbreviata «Dieu se rit des hommes qui se plaignent des conséquences alors qu’ils en chérissent les causes»

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