Un’interessante indagine dell’ Huffington Post  sui rapporti assai stretti tra la Federal Reserve e gli economisti accademici mostra in maniera chiara il modo efficace attraverso il quale le istituzioni riescono ad orientare i risultati della ricerca scientifica e di conseguenza l’informazione e la pubblica opinione. Non è, soltanto, una questione di denaro e di economisti a libro paga, si tratta di aprire o meno loro l’accesso alle pubblicazioni nelle riviste che contano e a una brillante e prestigiosa carriera.  L’importante è che non escano dal seminato ideologico.

 

di Ryan Grim, 23 ottobre 2009, aggiornato al 13 maggio 2013

traduzione di @Rododak

Un’indagine dell’Huffington Post ha rivelato che la Federal Reserve, attraverso la sua vasta rete di consulenti, studiosi invitati, ex studenti ed economisti dipendenti, domina così a fondo il campo dell’economia, che criticare seriamente la Banca centrale è diventato un ostacolo alla carriera per chi svolge questa professione.

Questo dominio aiuta a spiegare come, anche dopo il fallimento della Fed nel prevedere il più grande collasso economico dai tempi della Grande Depressione, la Banca centrale è in gran parte sfuggita alle critiche degli economisti delle università. In balia della Fed, anche gli economisti hanno mancato il bersaglio.

La Fed ha una forte presa sul mondo economico“, dice Joshua Rosner, analista di Wall Street che aveva correttamente messo in guardia nei confronti del crollo. “Non c’è spazio per altri punti di vista, credo sia questo il motivo per cui gli economisti si sono sbagliati di così tanto.

Un sistema essenziale attraverso cui la Fed esercita il controllo sugli economisti accademici sono i suoi rapporti con chi tiene in mano le chiavi di accesso alla professione. Ad esempio, al Journal of Monetary Economics, una delle riviste su cui è obbligatorio pubblicare per gli economisti in carriera, più della metà del comitato editoriale è attualmente sul libro paga della Fed – e il resto lo è stato in passato.

La Fed non è riuscita a vedere la bolla immobiliare che si stava gonfiando, sostenendo invece che l’aumento dei prezzi delle abitazioni era normale. Nel 2004, dopo che il termine “flipping” (l’acquisto e immediata vendita di immobili a fini speculativi, ndt) era ormai usato anche da poliziotti e portinai per descrivere un modo veloce di fare soldi nel settore immobiliare, l’allora presidente della Federal Reserve Alan Greenspan affermò che “una grave distorsione del prezzo nazionale [è] molto improbabile“. Un anno dopo, l’attuale presidente Ben Bernanke (attuale al momento della pubblicazione del post, ndt) ha dichiarato che il boom “riflette in gran parte robusti fondamentali economici.”

La Fed ha anche fallito nel disciplinare a sufficienza le più importanti istituzioni finanziarie, nella convinzione di Greenspan – e degli economisti dominanti – che le banche si sarebbero regolate da sole, nel loro interesse.

E nonostante tutto questo, Bernanke è stato nominato per il secondo mandato dal presidente Obama.

Nel campo dell’economia, il presidente della Fed resta un personaggio celebrato e coperto di lodi per la reazione a una crisi generata, in primo luogo, dalla Fed stessa. Il Congresso sta perfino considerando una normativa per espandere notevolmente i poteri della Fed, per regolamentare in modo sistematico il settore finanziario.

Paul Krugman, nel supplemento domenicale del New York Times, ha fatto la sua autopsia all’economia, ponendo questa domanda: “Come hanno fatto gli economisti a sbagliare in questo modo?” E ha concluso che “l’economia, come settore, si è messa nei guai perché gli economisti sono stati sedotti dalla visione di un sistema di mercato perfetto, senza intoppi“.

Ma chi li ha sedotti?

La Fed.

Tre decenni di dominio

La Fed ha dominato la professione per circa trent’anni. “Per gli economisti che uscivano dalla seconda guerra mondiale, la Federal Reserve, per quanto li riguardava, non era un posto molto importante, e la loro visione della strategia monetaria non era inquadrata in una relazione di lavoro con la Federal Reserve. Io daterei l’inizio intorno alla metà degli anni Settanta“, dice James Galbraith, professore di Economia all’Università del Texas, critico nei confronti della Fed. “La generazione in cui sono cresciuto io, che includeva sia Milton Friedman a destra sia Jim Tobin a sinistra, era indipendente dalla Fed. Mandavano studenti alla Fed ed esercitavano un’influenza sulla Fed, ma non c’era una cultura delle consulenze, non era la stessa enorme rete di economisti che ci lavorano ora“.

Mentre nel 1993, quando l’allora presidente Greenspan fornì all’House banking committee (Commissione parlamentare sui servizi finanziari, ndt) le cifre in dettaglio sul numero di economisti consulenti o assunti dalla Fed, riportò che 189 lavoravano per la banca centrale e altri 171 per le diverse banche regionali. Aggiungendo alle statistiche lo staff di supporto e i “funzionari” – generalmente economisti anche loro – si arrivava a un numero totale di 730. A questi, bisognava poi aggiungere le consulenze a contratto. In un periodo di tre anni, fino all’ottobre 1994, la Fed ha offerto 305 contratti a 209 professori, per una spesa totale di tre milioni di dollari.

Ma quanto è dominante la Fed oggi?

Secondo una portavoce della Fed, il consiglio direttivo della Federal Reserve ha alle dipendenze 220 PhD in economia e un esercito di ricercatori e staff di supporto. Le 12 banche regionali molti di più (l’Huff Post ha chiesto, ma non ha ottenuto numeri precisi). La Fed inoltre distribuisce milioni di dollari in contratti agli economisti per compiti di consulenza, articoli, presentazioni, seminari e gli ambitissimi inviti agli esterni. La portavoce della Fed ha spiegato che non sono disponibili le cifre precise sul numero di economisti coinvolti. Ma ha precisato che nel 2008 la Federal Reserve ha speso 389,2 milioni di dollari per la “strategia monetaria ed economica”: sono soldi spesi in analisi, ricerca, raccolta dati e studi di mercato; per il 2009 sono stati messi a budget 433 milioni.

Sono tanti soldi, per un numero di economisti relativamente piccolo. Secondo la American Economic Association (AEA), solo 487 economisti in tutto dichiarano come principale o secondo campo di specialità “politica monetaria, gestione della banca centrale, circolazione di moneta e credito”; 310 indicano “moneta e tassi di interesse”; e 244 indicano “formazione delle politiche macroeconomiche [e] aspetti di finanza pubblica e strategia generale”. La National Association of Business Economists (NABE) ha dichiarato all’HuffPost che 611 dei loro circa 2.400 membri partecipano alla loro “tavola rotonda finanziaria”, il modo più preciso che hanno per approssimare quelli con un interesse specifico per la politica monetaria e la banca centrale.

Robert Auerbach, già investigatore nella House banking committee, ha passato anni a raccogliere informazioni sulle attività della Fed e ha pubblicato molto di quanto ha scoperto in un libro uscito nel 2008, “Deception and Abuse at the Fed“. Un capitolo del libro, che si può leggere qui, ha dato l’impulso a questa inchiesta.

Auerbach scoprì che nel 1992 approssimativamente 968 membri dell’AEA avevano indicato “sistema monetario nazionale, teoria delle finanze, istituzioni” come campo di ricerca principale, e 717 lo avevano dichiarato come secondo. Confrontando queste cifre con quelle fornite dalla AEA e dalla NABE, si può concludere che ci sono tra i 1.000 e i 1.500 economisti monetari che lavorano nel Paese. Sommando i 220 economisti che lavorano alla Direzione centrale della Fed con quelli assunti o a contratto nelle diverse sedi locali, aggiungendo quelli assunti o a contratto alla Fed – che arrivano tranquillamente a 500, in qualsiasi momento – più quelli che hanno lavorato alla Fed in passato – o sperano di farlo in futuro – si può calcolare che gli economisti monetari legati alla Fed costituiscono una significativa maggioranza del settore.

Auerbach conclude che sorgono “problemi legati al grande numero di economisti assunti o consulenti della Fed quando questi si presentano come esperti nelle audizioni legislative o nei procedimenti giudiziari, e quando pubblicano i loro studi e le loro opinioni sulla Fed, incluse quelle pubblicate dalla Fed stessa“.

Gatekeeper a libro paga

La Fed tiene a libro paga molti influenti editor di importanti riviste universitarie. È comune per chi fa parte del comitato editoriale di una rivista accademica decidere se accettare o meno gli articoli sulla Fed proposti per la pubblicazione, mentre contemporaneamente riceve soldi dalla banca stessa. L’HuffPost ha passato in rassegna le sette riviste più autorevoli nel settore, scoprendo che 84 dei 190 membri dei comitati di redazione sono legati alla Federal Reserve, in un modo o nell’altro.

Prova a pubblicare un articolo critico sulla Fed quando l’editor lavora per la Fed“, commenta Galbraith. E sono queste riviste, a loro volta, a stabilire quali economisti ottengono un posto nelle università e quali idee sono da considerare rispettabili.

L’industria farmaceutica ha seguito una strategia simile per controllare le riviste chiave in campo medico, ma qui almeno vi sono aziende diverse. Nel campo dell’economia, c’è solo la Fed.

Del resto, essere nel libro paga della Fed non è soltanto una questione di soldi. Avere rapporti con la Fed significa prestigio; essere invitati a una conferenza o come studioso esterno alla Fed segnala una stella nascente o un economista arrivato.

Le affiliazioni alla Fed sono diventate ossigeno per la vita universitaria degli economisti monetari. “Se vuoi fare la carriera universitaria, e non hai un posto confermato, è molto importante mostrare che sei stimato dalla Federal Reserve”, dice Jane D’Arista, critica nei confronti della Fed ed economista al Political Economy Research Institute dell’Università del Massachussetts di Amherst.

Robert King, redattore capo del Journal of Monetary Economics e professore a contratto alla sede della Federal Reserve di Richmond, smentisce che la sua rivista sia influenzata dai suoi rapporti con la Fed. “Ritengo che questa sia un’idea sciocca, perlomeno, per quanto riguarda la mia esperienza“, ci ha scritto in una email (la risposta completa è in fondo all’articolo).

Galbraith, critico nei confronti della Fed, ha provato in prima persona l’effetto dell’influenza della Fed sulle pubblicazioni universitarie. Insieme ad altri due studiosi, Olivier Giovannoni e Ann Russo, ha dimostrato che nell’anno che precede le elezioni presidenziali la Fed tiene una politica monetaria significativamente più rigida se il Presidente in carica è democratico, e significativamente più morbida se è in carica un Repubblicano. Entrambi gli effetti sono statisticamente significativi, controllabili, e importanti dal punto di vista delle conseguenze economiche.

I tre ricercatori nel 2008 hanno proposto un articolo che esponeva questi risultati alla Review of Economics and Statistics, ma l’articolo è stato respinto. “Il revisore cui era stato assegnato risultò essere affiliato alla Fed, e questo dopo che avevo chiesto esplicitamente che non venisse assegnato a un revisore legato alla Fed“, ha dichiarato Galbraith.

Come in qualsiasi altra disciplina, pubblicare su riviste al top è la chiave della carriera universitaria. In effetti, paradossalmente, la carriera universitaria richiede una sorta di fedeltà alla ideologia economica dominante, ovvero proprio l’opposto di quello che dovrebbe essere lo scopo per cui è strutturata la carriera universitaria, ovvero tutelare gli universitari che hanno posizioni alternative.

È vero che la maggior parte delle discipline universitarie e delle riviste al top sono controllate da qualche paradigma caratterizzante: però se siamo nel campo della poesia, questo non dovrebbe fare grossi danni, se non, forse, agli alberi. Sfortunatamente, invece, l’economia entra in collisione con la realtà – come è successo con la lettura sbagliata della bolla immobiliare da parte della Fed e con la mancata regolamentazione delle istituzioni finanziarie. E non si è trattato neppure di incompetenza, ma – in entrambi i casi – dei pregiudizi intoccabili della Fed su come funziona il mercato.

Perfino l’ultimo Milton Friedman, la cui teoria economica monetaria ha pesantemente influenzato Greenspan, era preoccupato di quanto fosse stato soffocato il dibattito. In una lettera del 1993 ad Auerbach, citata dall’autore nel suo libro, afferma che la condotta della Fed danneggia l’obiettività: “Non posso non concordare con lei che avere un giro di qualcosa come 500 economisti è estremamente malsano. Come lei dice, non porta a una ricerca indipendente e obiettiva. Lei ed io sappiamo bene che c’è stata una censura sulle pubblicazioni. Non meno importante è che la posizione degli economisti nella Federal Reserve ha avuto una significativa influenza sul tipo di ricerche che fanno, deviando questa ricerca su questioni tecniche di metodologia, non controverse, invece che su studi sostanziali sulla strategia e sui suoi risultati“, scrive.

Nell’ottobre 2008 Greenspan ha dichiarato al Congresso di essere in uno stato di “scioccata incredulità” e che “l’intero edificio intellettuale” era crollato. Il presidente della Commissione sulle riforme governative, Henry Waxman, gli ha ribattuto: “In altri termini, lei ha scoperto che la sua visione del mondo, la sua ideologia, era sbagliata, non funzionava“.
Assolutamente sì, precisamente“, ha risposto Greenspan. “Questa è la ragione per cui ero scioccato, perché per 40 anni e oltre ero andato avanti con prove molto evidenti che funzionava eccezionalmente bene“.

Però se l’edificio intellettuale è crollato, la infrastruttura intellettuale è rimasta in piedi. Gli stessi economisti che hanno fornito a Greenspan le sue “prove molto evidenti” stanno ancora al controllo delle riviste e ancora analizzano il mondo con gli stessi modelli che non sono stati capaci di riconoscere l’esplosione del credito e il crollo imminente.

Rosner, l’analista di Wall Street che ha previsto la crisi, sostiene che il dominio ideologico della Fed sui giornali ha ostacolato i suoi sforzi per mettere in guardia i colleghi su quanto stava per accadere. Rosner nel 2001 aveva scritto un articolo profetico, in cui sosteneva che l’allentamento delle regole sul credito e altri fattori avrebbero portato a un’esplosione dei prezzi delle case nel giro di pochi anni, ma che la crescita sarebbe stata altamente suscettibile di provocare scossoni economici, perché era fondamentalmente poco sana.

Rosner sviluppò queste idee negli anni successivi, unendo i puntini e concludendo che l’imminente collasso immobiliare avrebbe devastato il mercato dei CDO (Collateralized debt obbligation, obbligazioni garantite da debito ndt) e dei MBS (Mortgage baked securities, Obbligazioni derivate dalla cartolarizzazione di prestiti ipotecari ndt), il che avrebbe avuto un effetto domino sul resto dell’economia. Questo è esattamente ciò che è avvenuto, ma cogliendo totalmente di sorpresa la Fed e il mondo dell’economia.

Per pubblicare i tuoi lavori“, dice Rosner “quello che fai è essere costretto a eliminare o smorzare quello che potrebbe altrimenti essere una visione contraria o troppo ampia. L’unico modo di pubblicare in un giornale è aderire alla sua posizione“.

Quando Rosner si guardò intorno per pubblicare il suo articolo sui CDO e MBS, sapeva che gli serviva un coautore universitario perché un giornale lo prendesse in considerazione: sette economisti gli opposero un rifiuto.

Tu non credi che il mercato sia efficiente?“, racconta che gli chiedevano, spiegandogli che l’articolo era “al di fuori dei confini” di quello che poteva essere pubblicato. “Continuavo a rispondere che il mercato è efficiente solo quando c’è pari accesso di tutti alle informazioni, una condizione impossibile“, ricorda.
Il mercato dei CDO e MBS andò sotto zero proprio perché – mentre il mercato immobiliare crollava – i risparmiatori non si fidavano più della possibilità di ottenere informazioni affidabili, esattamente la previsione di Rosner.

Alla fine Rosner trovò un coautore, Joseph Mason, professore associato di Finanza al LeBow College of Business della Drexel University, senior fellow alla Warton School e professore a contratto alla Federal Deposit Insurance Corporation (Agenzia federale con lo scopo di vigilare sulla stabilità e fiducia pubblica nel sistema finanziario, ndt). Ma i due riuscirono a trovare un posto per il loro articolo solo in un ente conservatore come lo Hudson Institute. Nel febbraio 2007 pubblicarono qui un articolo intitolato “How Resilient Are Mortgage Backed Securities to Collateralized Debt Obligation Market Disruptions?” e in maggio ne postarono un altro “How Misapplied Bond Ratings Cause Mortgage Backed Securities and Collateralized Debt Obligation Market Disruptions” (www.hudson.org).

Insieme, i due articoli offrono un’analisi dei fattori che hanno portato al crollo migliore di quella che sono riuscite a mettere insieme le riviste di economia – e sono stati pubblicati da un economista senza PhD prima della crisi.

Non è semplicemente un compenso

L’economista Rob Johnson fa parte della Commissione di esperti delle Nazioni unite sulla Finanza e Riforma del sistema monetario internazionale ed è stato un economista di rilievo alla Commissione bancaria del Senato, sia con un presidente di commissione democratico, sia repubblicano. Secondo Johnson le consulenze non devono essere considerate semplicemente “come un’entrata, come denaro. Secondo me è più come fare parte, essere membro di un club – essere rispettato, invitato alle conferenze, essere consultato dal chairman, tutta la dimensione del prestigio, oltre che un assegno“.

Secondo Johnson, il fatto che la Fed coinvolga così tanti economisti può essere visto in molti modi. Perché sicuramente l’istituzione ha bisogno di analisti di valore. “Puoi vederlo dall’una o dall’altra parte del telescopio. Da una parte, puoi dire: bene, si stanno rivolgendo verso l’esterno, hanno un grande budget e quello che stanno facendo, si può dire, è vagliare un range di talenti altrettanto grande“. Questa potremmo chiamarla “l’ipotesi sana”.

L’altra ipotesi, secondo Johnson, è che “sostanzialmente, stiano usando il denaro dei contribuenti per avvolgere nelle loro spire chiunque sia critico e in questo modo soffocare o silenziare il dibattito. Direi che probabilmente in realtà sono presenti entrambe le dimensioni“.

Per avere opinioni generali, l’HuffPost ha intervistato alcuni economisti monetari scelti casualmente dall’elenco dell’AEA. “Credo che ci siano un bel numero di professori di economia che sono per un uso molto limitato della politica monetaria e non penso che questo abbia necessariamente un impatto negativo sulla loro carriera,” ha dichiarato Ahmed Ehsan, che abbiamo raggiunto al dipartimento di Economia alla James Madison University. “È perfettamente possibile che se hanno qualche nuova idea questo possa attirare l’interesse della Federal Reserve“.

Eshan, riflettendo sulla carriera sua e dei suoi studenti, ha ammesso che in effetti accade qualcosa di quello che denunciano i critici della Fed. “Non credo [che la Fed abbia così tanta influenza], però il mio settore è la economia monetaria e io conosco i miei professori, che erano veramente molto noti, quando lavoravo all’Università statale del Michigan, il mio relatore finì alla Fed di St.Louis” – ricorda. “Fece molti lavori. Era un figlio del suo tempo… insomma, c’è qualche evidenza, ma non una cosa strabordante“.

C’è un che di molto prestigioso nel passare qualche anno alla Fed, che può dare un impulso alla tua carriera accademica, ha aggiunto Eshan. “È uno dei migliori passi nella carriera di molti studenti del primo ciclo. Ti rende molto competitivo“.

L’ufficio stampa della direzione della Federal Reserve ci ha fornito alcune informazioni di base per questo articolo, ma non ha acconsentito a farci parlare con qualcuno per commentare l’argomento nella sostanza.

Intolleranza della Fed per il dissenso

In caso di dissenso interno, la Fed lo ha affrontato come qualsiasi altra istituzione che favorisce l’uniformità.

Prendiamo il caso di Alan Blinder. Benché sia saldamente posizionato all’interno del mainstream e considerato una delle grandi menti della sua generazione in campo economico, è stato vice presidente della Fed soltanto per un anno e mezzo, e l’ha lasciata nel 1996.

Rob Johnson, che ha assistito al calvario di Blinder, dice che il suo errore era stato comportarsi come se la Fed fosse un luogo in cui c’è un dibattito tra idee e ipotesi diverse. “Dal punto di vista sociologico, quello che stava accadendo è che il personale della Fed aveva veramente paura di Blinder. A un certo livello, come economista empirico applicato, Alan Blinder è veramente eccezionale“, dice Johnson.

Nelle riunioni a porte chiuse, Blinder fece quello che pochissimi osano fare: mise in discussione le ipotesi. “Lo staff della Fed se ne usciva con le sue idee e il rituale era: Greenspan in qualche modo aveva suggerito loro quale doveva essere la risposta e loro producevano studi che portavano a quella risposta. Ma Blinder, appena arrivato, si comportò piuttosto come se fosse a un dibattito accademico aperto, prendeva la parola e diceva: ‘Be’, non è così. Se cambi questa e questa ipotesi e ne usi una di un altro tipo ottieni un risultato completamente diverso’. E questo creò un terremoto interno – era come se si fosse interrotto tutto il percorso che portava Greenspan a prendere una decisione.

Questo non concordava con lo stile di Greenspan né del suo staff. “Molti anziani dello staff erano seccati dal fatto che Blinder – come dire? – non giocava secondo le regole cui erano abituati“, racconta Johnson.

E neanche la celebrità è uno scudo dall’essere tagliati fuori dalla Fed. Paul Krugman, in effetti, è stato trattato ruvidamente. “Sono stato escluso dal congresso estivo della Fed a Jackson Hole, dove ero sempre andato, non appena l’ho criticato“, ha raccontato Krugman, riferendosi a Greenspan, in un’intervista rilasciata nel 2007 a Radio Pacifica di Democracy Now!Nessuno vuole veramente contrastarlo“.

Un invito al congresso annuale, o qualche altro gesto di benevolenza da parte della Fed, è un segnale per la professione economica che sei un membro certificato del club. Perfino Krugman sembra un po’ scottato dall’affronto. “E due anni fa“, ha aggiunto nel 2007, “il congresso era dedicato a un argomento, la nuova geografia economica, che ho inventato io: eppure non sono stato invitato“.

Tre anni dopo la conferenza, nel 2008, Krugman ha vinto il premio Nobel per i suoi studi nel campo della geografia economica.

Una rivista, in dettaglio

L’Huffington Post ha passato al vaglio le testate: Journal of Economic Perspectives, Journal of Economic Literature, American Economic Journal. Applied Economics, American Economic Journal: Economic Policy, Journal of Political Economy e Journal of Monetary Economics.

I redattori dell’HuffPost hanno cercato su Google i curricula e verificato le relazioni con la Fed delle 190 persone che lavorano per queste testate. Degli 84 che in un momento o l’altro della loro carriera erano stati legati alla Federal Reserve, 21 erano sul libro paga della Fed anche quando valutavano le pubblicazioni su riviste importanti.

Al Journal of Monetary Economics (JME), ogni singolo membro del comitato editoriale è o è stato affiliato alla Fed e 14 dei 26 membri della redazione sono attualmente sul libro paga della Fed.

Dopo il capo del comitato editoriale, King, viene il senior editor Marianne Baxter, che ha scritto articoli per le banche di Chicago e Minneapolis ed è stata invitata come studiosa alla banca di Minneapolis nel 1984 e ’85, alla banca di Richmond nel ’97, e alla direzione centrale nel 1987. La stessa è stata consulente del presidente della banca di New York dal 2002 al 2005. Tim Geithner, in seguito segretario del Tesoro, è diventato presidente della banca di New York nel 2003.

I senior editor: Janice C Eberly è stata invitata dalla Fed come studiosa a Filadelfia (’94), Minneapolis (’97) e alla sede centrale (’97). Martin Eichenbaum ha scritto molti articoli per la Fed ed è consulente delle banche di Chicago and Atlanta. Sergio Rebelo ha scritto per la Direzione centrale e ne è stato in precedenza un consulente. Stephen Williamson ha scritto per le banche di Cleveland, Minneapolis e Richmond, ha lavorato nel dipartimento di ricerca della banca di Minneapolis dall’85 all’87, fa parte del comitato editoriale della Federal Reserve Bank of St. Louis Review, nel 2009 è stato il coorganizzatore del congresso annuale di politica economica della St. Louis Federal Reserve Bank e nel 2008 del congresso della stessa banca “Money, Credit, and Policy”, ed è stato invitato come studioso alla banca di Richmond dal ’98.

Poi ci sono gli editor associati. Klaus Adam è stato invitato come studioso alla banca di San Francisco. Yongsung Chang è ricercatore associato alla banca di Cleveland e dal 2001 lavora per la Fed, in vari ruoli. Mario Crucini è stato invitato come studioso alla Federal Reserve Bank di New York nel 2008 e da quell’anno è senior fellow della banca di Dallas. Huberto Ennis è senior economist alla Federal Reserve Bank di Richmond, dal 2000. Jonathan Heathcote è senior economist alla banca di Minneapolis ed è stato invitato tre volte come studioso, dal 2001.

Ricardo Lagos è attualmente studioso invitato dalla banca di New York, in precedenza è stato senior economist per la banca di Minneapolis e invitato come studioso nella stessa banca e in quella di Cleveland. Nel 2007 e 2008 è stato invitato come studioso sia alla banca di Cleveland sia a quella di New York. Edward Nelson è stato assistente vice presidente della banca di St Louis dal 2003 al 2009.

Esteban Rossi-Hansberg è stato invitato come studioso dalla banca di Filadelfia dal 2005 al 2009 e ha svolto lo stesso ruolo nelle banche di Richmond, Minneapolis e New York.

Pierre-Daniel Sarte è senior economist alla banca di Richmond, posizione che occupa dal ’96. Frank Schorfheide è stato invitato come studioso dalla banca di Filadelfia dal 2003 e dalla banca di New York dal 2007. Ha svolto quattro periodi in questo ruolo alla banca di Atlanta ed è stato borsista nella direzione centrale nel 2003. Alexander Wolman è senior economist alla banca di Richmond dal 1989.

Questa è la risposta completa di King, capo del comitato editoriale della rivista: “Ritengo che questa sia un’idea sciocca, perlomeno, per quanto riguarda la mia esperienza. In un articolo del 1988 per AEI, in seguito ripubblicato sulla Federal Reserve Bank of Richmond Review, Marvin Goodfriend (che allora lavorava alla Banca federale di Richmond e oggi alla Carnegie Mellon) e io abbiamo argomentato che è molto importante per la Fed separare le decisioni di politica monetaria (determinazione dei tassi di interesse) dalle decisioni di politica bancaria (prestiti alle banche, attraverso la “discount window” (facilitazione al credito per le banche ndt) e in altro modo). Noi abbiamo argomentato ulteriormente che c’erano pochi casi in cui fosse pertinente l’intervento della Fed nel secondo campo: la liquidità ad ampia base poteva sempre essere fornita con il primo strumento. Abbiamo anche argomentato che il moral hazard è il prezzo dell’intervento in campo bancario.

Ben Bernanke comprende bene questa distinzione: lui e gli altri membri del FOMC (Federal Open Market Committee, organismo della Fed ndt) hanno letto la mia prospettiva e a volte usano esattamente la stessa distinzione tra politica monetaria e bancaria. In momenti di difficoltà, Bernanke e i suoi colleghi del FOMC hanno scelto di coinvolgere la Fed in importanti interventi sui mercati finanziari, ben oltre la tradizionale area bancaria, una posizione che attira numerose critiche e consensi. Il JME e altri importanti riviste pubblicheranno sicuramente articoli molto stimolanti che ricadranno nell’una o nell’altra di queste due diverse prospettive: nessun intervento o intervento massiccio. Un prossimo congresso Carnegie-Rochester, i cui atti saranno pubblicati sul JME, ospiterà un dibattito su ‘Il futuro della banca centrale’.

Autorizzo solo la pubblicazione per intero di questa citazione“.

Auerbach, dopo avere letto la email di King, ha commentato che la questione è semplice: “Se sei sul libro paga della Fed, sei in conflitto di interessi“.

AGGIORNAMENTO

Ci hanno scritto diversi economisti, prendendo parte per una o l’altra delle posizioni che abbiamo dibattuto. Ne pubblichiamo due.

Stephen Williamson, Robert S.Brookings Distinguished Professor in Arts and Sciences, Washington University, St.Louis.

Dato che mi avete menzionato nel vostro articolo sul sistema della Federal Reserve, ho pensato di mandarvi due righe, visto che evidentemente non afferrate la relazione che c’è tra la Fed e alcuni degli economisti sul suo libro paga. Io ho avuto una lunga relazione con la Fed, e con altre banche centrali nel mondo, tra cui la Banca del Canada. Al momento ho un posto come docente universitario alla Washington University a St. Louis, ma sono anche pagato come consulente dalla Federal Reserve Bank di Richmond e St.Louis. In passato sono stato economista a tempo pieno per la Banca del Canada e alla Federal Reserve Bank di Minneapolis.
Come forse è diventato più chiaro nell’ultimo anno, l’economia e la scienza della politica monetaria è un affare complicato, e la Fed ha bisogno di tutto il supporto che riesce a procurarsi. Forse sorprendentemente, la Fed è aperta a nuove idee, e a idee che a volte sono in conflitto con le opinioni dei suoi vertici. Uno dei punti di forza del sistema della Federal Reserve è che le Federal Reserve regionali hanno un buon grado di indipendenza dalla direzione di Washington, e questo crea una sana concorrenza di idee all’interno del sistema. Infatti alcune idee assolutamente rivoluzionarie in campo macroeconomico sono uscite dall’ambiente intellettuale della Federal Reserve Bank di Minneapolis negli anni ’70 e ’80. Quell’ambiente intellettuale includeva economisti che lavoravano a tempo pieno per la Fed, e altri che erano consulenti pagati dalla Fed, ma con una posizione universitaria a tempo pieno. Questi economisti spesso erano aspramente critici nei confronti della politica della Fed, e sicuramente non sembrano averne mai sofferto; al contrario, erano apprezzati.
Non mi sono mai sentito costretto nei miei rapporti con gli economisti della Fed (inclusi alcuni presidenti della Federal Reserve Bank). Sono curiosi e desiderosi di conoscere nuove idee. Non ho problemi a ‘mordere la mano che mi nutre’, e anzi l’ho spesso strapazzata allegramente. Continuano a pagarmi, quindi devono essere soddisfatti anche loro del nostro rapporto.”

Un ex economista della Fed non è d’accordo. “Sono stato economista alla Fed per più di dieci anni e ho continuato a infilarmi nei guai per motivi di cui sono fiero. Ho colto il vostro messaggio, forte e chiaro“, ci ha detto, chiedendo di non fare il suo nome, be’, per i motivi esposti sopra.

Hanno contribuito a questa inchiesta Elyse Siegel, Julian Hattem, Jeff Muskus e Jenna Staul