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Münchau sul FT: Roma e Atene, Dove l’Europa Si Rompe

Sul Financial Times, Münchau torna sulla molteplicità delle crisi in Europa. Ad ogni occasione, le istituzioni europee di dimostrano incapaci di trovare una qualsiasi soluzione efficace ai problemi, e buone solo ad intralciare i paesi membri nella ricerca di soluzioni proprie. E in questo momento, sottolinea Münchau, il fulcro della crisi è l’Italia.

 

di Wolfgang Münchau, 31 gennaio 2016

Nel lungo termine, la sostenibilità dell’Italia all’interno dell’eurozona è incerta tanto quanto quella della Grecia.

Come dobbiamo interpretare il rischio sistemico in Europa oggi? L’Unione Europea è riuscita discretamente bene ad attraversare la crisi. Ma la capacità di tirare avanti sta giungedo ad un limite, nel momento in cui una serie di crisi diverse si intersecano.

Il problema è più evidente in Grecia — il paese che sta combattendo contemporaneamente con la recessione e con la crisi dei rifugiati — con poco aiuto da parte del resto dell’UE. La scorsa settimana, quando la Commissione Europea ha rilasciato un comunicato che criticava Atene per la sua incapacità di controllare i confini esterni, la Macedonia ha deciso unilateralmente di chiudere il confine meridionale con la Grecia — bloccando così il transito dei rifugiati che cercavano di varcare il confine. Ad Atene, intanto, il parlamento stava discutendo la riforma delle pensioni, che è stata imposta al paese dai creditori internazionali come condizione per il mantenimento del supporto finanziario minimo per la sopravvivenza.

La Grecia può essere l’esempio più estremo, ma non è l’unico paese che si trova a fronteggiare una sovrapposizione di crisi. Non è nemmeno il più importante tra quelli che si trovano in questa condizione. Il più importante è l’Italia. Sebbene i problemi a Roma siano diversi da quelli ad Atene, la sostenibilità del paese all’interno dell’eurozona è altrettanto incerta, a meno che non crediate che l’andamento economico possa andare incontro a un miracoloso miglioramento, sebbene non ci sia nessuna ragione per pensarlo.

Lo scorso anno l’Italia è stata sommersa dal crescente flusso di rifugiati provenienti dal Nord Africa. Oltre a questo si trova a fronteggiare problemi economici irrisolti — zero crescita della produttività in 15 anni, un grosso debito pubblico che lascia il governo praticamente privo di spazio per una manovra fiscale, e un sistema bancario con 200 miliardi di dollari di crediti deteriorati, a cui si aggiungono altri 150 miliardi di euro di crediti in sofferenza. Considerate poi che i tre maggiori partiti di opposizione hanno tutti quanti messo in discussione, in diversi momenti, l’appartenenza del paese all’eurozona. Anche se nessuno di essi sembra destinato a raggiungere il potere in un prossimo futuro, è ovvio che l’Italia ha ben poco tempo per risolvere tutti questi problemi.

La difficoltà di rimettere in sesto il sistema bancario illustra bene la dimensione del problema. La scorsa settimana il governo italiano e la commissione europea hanno convenuto un programma piuttosto contorto per alleggerire il sistema bancario italiano di alcuni dei suoi titoli tossici. Si tratta di un programma che impiega tutti gli sporchi trucchi della finanza moderna, inclusi i famigerati derivati “credit defaul swap”, prodotti finanziari che fungono da assicurazione sul fallimento di un titolo, e che erano particolarmente diffusi durante la bolla del credito che ha portato alla crisi finanziaria del 2007-2008. Questi strumenti permettono agli investitori di avere una copertura contro il rischio di default. Ma il più delle volte il loro vero obiettivo è quello di nascondere informazione, ingannare gli investitori o aggirare certi vincoli normativi.

Non che ci siano intenti maligni dietro questa soluzione per il caso dell’Italia, ma l’idea che la crisi di solvibilità in cui si trova il paese possa essere risolta tramite gli inganni finanziari è ovviamente assurda. Per quanto mi riguarda il programma che è stato convenuto, più che simbolo di perversa ingegneria finanziaria, è il segno della disperazione. Eppure c’era ben poco altro che gli italiano avrebbero potuto fare trovandosi sotto le rigide regole dell’UE sugli aiuti di Stato.

La Commissione Europea aveva in precedenza bloccato la proposta di creare una classica “bad bank”, acquisita dallo Stato, che avrebbe comprato i crediti tossici direttamente dalle banche commerciali — così da dargli immediato sollievo. Agire così avrebbe rappresentato un aiuto di Stato illecito per la legge europea. L’obiettivo del programma basato sui derivati CDS è più modesto. Non porterà nessun sollievo diretto, ma aiuterà a creare un mercato efficiente per la vendita, nel corso del tempo, di parte del credito deteriorato. Dobbiamo perciò aspettarci che il sistema bancario italiano, e l’intera economia nel complesso, continui ad essere in difficoltà.

Rabbrividisco all’idea di come l’Italia potrebbe affrontare una crisi ulteriore sul modello di quella greca a seguito della decisione macedone — un improvviso afflusso di immigrati dalla Siria. Questo potrebbe avvenire, per esempio, se ci fosse un’ulteriore chiusura della via balcanica, che è stata finora la via preferita per i rifugiati siriani che cercavano di raggiungere la Germania. Una mossa del genere potrebbe dirottare i rifugiati sulla via adriatica, facendogli raggiungere l’Italia.

Ci sono segnali che indicano che la pazienza dell’Italia con l’UE e con la Germania in particolare si sta assottigliando. Matteo Renzi, il primo ministro, ha attaccato apertamente le politiche europee sull’energia, sulla Russia, sui deficit fiscali, e in generale la dominanza tedesca sull’intero sistema.

Non è solo la crisi dell’euro che ha portato l’Italia al punto di mettere in discussione la propria permanenza nell’eurozona. È una combinazione di crisi, che sembra destinata ad acquisire maggior vigore dal dibattito sull’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

C’è anche della sfortuna in questo. La politica dell’Europa, basata solo sul tirare avanti in qualche maniera, sul fare il minimo indispensabile, sullo sperare di poter raccogliere le macerie più tardi, forse avrebbe perfino potuto funzionare se i rifugiati fossero rimasti a casa. L’errore dell’UE non è stato quello di aver scelto un percorso destinato a condurla inevitabilmente alla rovina, ma di essersi resa totalmente vulnerabile di fronte alle eventuali crisi impreviste.

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