ARCHIV - ILLUSTRATION - Eine Ein-Euro-Münze steht am 22.01.2012 in Frankfurt (Oder, Brandenburg) in einer Schale halb unter Wasser. Am 14.03.2014 veröffentlicht das Statistisches Bundesamt in Wiesbaden (Hessen) sein endgültiges Ergebnis zur Inflation im Februar 2014. Foto: Patrick Pleul (zu dpa vom 14.03.2014) +++(c) dpa - Bildfunk+++

Munchau su Der Spiegel – Il futuro dell’Europa: una lenta decadenza

 Nel suo ultimo editoriale per lo Spiegel Wolfgang Munchau saluta i suoi lettori con una riflessione sulle conseguenze a lungo termine della crisi europea. A differenza dell’articolo uscito quasi in contemporanea sul FT, dove Munchau si concentra sulla crisi italiana e sull’insostenibilità di una permanenza nell’Euro, nel pezzo sullo Spiegel ripropone una visione nostalgica e idealizzata della moneta unica come strumento di integrazione, anche se poi ne ammette l’irrealizzabilità pratica.  In particolare l’editorialista fa riferimento al famoso “Più Europa” come alla migliore strada che dovrebbero percorrere i suoi connazionali tedeschi, superando l’ideologia ‘ordopolitica’ che impedisce quella flessibilità che sarebbe a suo parere necessaria.  In generale, la sua previsione  è quella di una Unione europea che si sfalderà lentamente,  in una lunga stagnazione economica che farà sentire i suoi effetti ancora per molti anni.

di Wolfgang Munchau, 29 gennaio 2016

Traduzione di Stefano Solaro

Dopo 15 anni, di cui 5 qui su Spiegel Online, questo è l’ultimo articolo che scriverò per la mia rubrica settimanale. Sono stati anni di crisi, una grave emergenza economica che nel corso del tempo ha assunto costantemente nuove forme.

Dopo quella del mercato immobiliare statunitense e della zona Euro, la crisi ha raggiunto i paesi emergenti ed è attualmente aggravata da una serie di turbamenti politici in Europa. Riusciremo a superare questa impasse nel prossimo lustro o i suoi effetti saranno ancora visibili tra 15 anni?

Di certo le cause della crisi non sono riconducibili esclusivamente agli errori dei singoli.

Che questi ci siano stati è indubbio, ma si tratterebbe di una spiegazione troppo semplicistica.

Alla luce degli attuali sviluppi politici, la sensazione è che il decorso non sarà rapido.

  • Con la reintroduzione dei controlli di frontiera il concetto di libera circolazione delle persone stabilito da Schengen sembra sul punto di collassare – e questa non sarebbe nemmeno una delle conseguenze più gravi.

  • Vedo in arrivo grandi problemi per l’Italia. Nonostante l’accordo di questa settimana sullo smaltimento dei crediti deteriorati, il sistema bancario italiano è vicino alla bancarotta. Non siamo pertanto troppo lontani dal momento in cui i politici italiani inizieranno a prendere razionalmente in considerazione un’uscita dall’Eurozona.

  • Resta ancora da vedere se nel frattempo gli inglesi decideranno di rimanere in Europa e se Ungheria e Polonia avranno detto addio ai loro esperimenti pre-democratici.

Sono inoltre convinto che tra cinque anni l’industria automobilistica europea e, in particolare, quella tedesca sarà più debole di quanto non sia oggi. Questo settore, che svolge un ruolo chiave in Germania, è avviato sulla stessa strada di lavori obsoleti come il rilegatore, il fattorino o il boia. Tra 15 anni saranno in pochi a cercare un lavoro in questo ramo.

Qualcosa deve cambiare

Se saremo in grado di far fronte a questi cambiamenti, dipende dalla nostra volontà di abbracciare politiche costruttive. La crisi finanziaria globale non si può di certo risolvere con un ritorno agli Stati nazionali. Affrontare la crisi dell’euro richiederà l’apertura degli Stati a una politica economica comune, sebbene in Germania non esistano né maggioranze politiche né opzioni costituzionali a supporto di quest’ultima ipotesi.

L’alternativa sarebbe una significativa riduzione del numero di paesi membri dell’UE, creando un nucleo interno sviluppato attorno alla Germania e un guscio esterno composto da altri Stati. Il primo dovrebbe poi accettare una rivalutazione monetaria che spazzerebbe via tutti gli sforzi fatti negli ultimi 20 anni per aumentare la competitività.

Se vogliamo evitare di cadere in una perenne crisi di bassa crescita e deflazione simile a quella vissuta dal Giappone a partire dagli anni ’90, è necessario iniziare a pensare e a discutere di politica monetaria ed economica in modo diverso. Ma, soprattutto, dovremo dire addio al concetto di ideologia ordopolitica. L’ordopolitica è, infatti, quasi per definizione un concetto legato allo Stato-nazione, poiché si basa su un amalgama di principi economici, filosofici e giuridici che esistono solo all’interno di uno Stato unitario.

Abbandonare questa linea di pensiero è impensabile per paesi che conoscono altre forme giuridiche, ma anche per quelli influenzati dalla filosofia del pragmatismo (e che ignorano Immanuel Kant). Forse è possibile, però, per tutti quei paesi che si ispirano al filosofo dell’alto medioevo Agostino d’Ippona. Agostino chiese a suo tempo: “Signore rendimi casto, ma non subito!”. Sono pronto a scommettere che nessuno voglia identificare Sant’Agostino come uno dei precursori del pensiero ordopolitico. Ciò nonostante è anche lui parte della moderna realtà europea verso cui ci siamo incamminati con l’UE e la moneta unica.

L’Unione Europea si consumerà dall’interno

Anche con le migliori intenzioni, sarebbe difficile trovare una soluzione alla nostra crisi permanente, in quanto regolarla presuppone necessariamente la presenza di interessi comuni. È assai più probabile che le varie crisi facciano il loro corso e che si tenti di mettere una pezza alle relative drammatiche conseguenze sociali ed economiche con misure di emergenza.

Insieme alla fine di Schengen e alla riduzione dell’Eurozona, questi sviluppi sono accompagnati dalla minaccia di una crescente disuguaglianza del reddito, della scomparsa della classe media e della conseguente radicalizzazione della politica.

Con ciò non è necessariamente la democrazia a essere in pericolo, ma certamente lo sono gli accordi e le istituzioni che vanno al di là dei confini nazionali. Queste non sono di certo le circostanze ideali per l’integrazione europea, il coordinamento e la cooperazione internazionale. In questa cornice, l’Europa non crollerà in modo spettacolare, ma finirà per sbriciolarsi ai fianchi ed erodersi dall’interno.

Non ho idea se tra 15 anni ci saranno ancora i giornali, le riviste d’informazione o gli editorialisti.
Permettetemi però una previsione finale: la crisi, insieme al suo impatto sociale ed economico sarà ancora qui.

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