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Evans-Pritchard: L’Unione Europea in Declino Non È Più quel Mostro Anarco-Imperialista che Faceva Paura

Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph ripercorre oltre vent’anni di storia della “integrazione europea”, che da giornalista ha sempre seguito da vicino (e sempre avversato, per come è stata condotta). A guardarla in prospettiva, nota Pritchard, ci si accorge che l’Unione Europea ha superato da tempo il giro di boa. Finito il grande impeto iniziale, si è avviata su un declino di cui la crisi attuale, lungi dall’essere un incidente di percorso, è la fase terminale. Il futuro, però, è ancora incerto e fosco. Su questo Pritchard, da inglese e con il Brexit in mente, invita a riflettere.

 

di Ambrose Evans-Pritchard, 03 febbraio 2016

Il momento di massimo pericolo per la democrazia parlamentare britannica è stato 13 anni fa, il punto di maggiore “hybris” e trionfalismo europeo.

Gli eventi si sono succeduti a velocità esorbitante dal Trattato di Maastricht del 1992 fino alla frenetica conclusione del Convegno europeo “stile Filadelfia” del giugno 2002, e sempre nella stessa direzione: quella di un’unione sempre più stretta. Che vi piaccia o meno parlare di un “superstato”, la direzione era sistematicamente contraria al principio di sovranità e auto-governo degli Stati nazionali europei.

Nessuno può dire che alle élite europee mancasse vigore. In un febbrile susseguirsi di trattati sono passati dalla creazione dell’euro a una nascente politica estera e unione dei sistemi di difesa ad Amsterdam nel 1997. A Bruxelles furono creati un centro di intelligence e di personale militare, con nove generali e 57 colonnelli, e con il progetto di un esercito europeo formato da 100.000 soldati, 400 aeroplani e 100 navi da distribuire in tutto il pianeta.

Hanno avviato un sistema satellitare europeo (Galileo) in modo che l’Europa non dovesse più essere un “vassallo” di Washington, secondo le parole del leader francese Jacques Chirac. Hanno costituito una sorta di FBI (Europol) e un dipartimento di giustizia europeo, sul modello delle strutture governative federali negli Stati Uniti. Stavano preparando un intero apparato statale europeo.

Quando l’Irlanda votò “no” al trattato di Nizza – annullando legalmente il voto – gli irlandesi furono ignorati. Nulla poteva fermare l’avanzata di questo colosso.

Il punto più avanzato fu la Convention europea finalizzata a definire “il Trattato di tutti i Trattati”, cioè la Costituzione Europea. A parole doveva essere istituita per avvicinare l’Europa ai suoi cittadini, dopo le violente proteste anti-UE a Gothenburg, e nel momento in cui si cominciavano a sentire i primi rulli di tamburi della ribellione populista.

La Convention fu immediatamente dirottata e servì allo scopo opposto a quello per la quale era iniziata; fu una vicenda che vidi coi miei occhi in quanto corrispondente da Bruxelles. Il testo diceva nero su bianco che “la Costituzione deve avere il primato rispetto alle leggi dei singoli Stati nazionali“.

Il documento doveva portare per la prima volta tutte le legislazioni europee – al contrario della più ristretta “legge comunitaria” – sotto la giurisdizione unica della Corte Europea, di fatto creando una corte suprema. La Carta dei Diritti Fondamentali, che secondo un ministro britannico non aveva più autorità legale di quanta ne avesse il “Sun or the Beano” [fumetti per bambini, NdT], sarebbe diventata giuridicamente vincolante, e con il suo Articolo 52, che permetteva che qualsiasi diritto potesse essere sospeso “nell’interesse generale” dell’Unione – la Magna Carta era stracciata.

Doveva dare all’UE “personalità giuridica”, permettendole di concordare trattati a proprio nome. Doveva portare a stabilire un presidente eletto. Era il salto da un club di paesi sovrani legati dai trattati all’equivalente di uno Stato unitario, o meglio un “mostro anarco-imperialista”, secondo le parole dell’ex-commissario europeo Bernard Connolly

Quando le prime bozze iniziarono a circolare, mandai un messaggio a Charles Moore, che allora era il direttore del Telegraph, avvertendolo che secondo me la Gran Bretagna si trovava di fronte a un’emergenza nazionale.

Col senno di poi non avevo gran motivo di stare in allarme. Adesso è del tutto ovvio che l’UE stava facendo il passo più lungo della gamba, e l’Inno alla Gioia, suonato alla conclusione di quella stralunata Convention, segnò il punto di svolta, il momento in cui il Progetto Europeo si estinse in quanto forza motivante nella Storia, e iniziò a scendere verso la crisi esistenziale che vediamo ora.

Le proposte furono rifiutate dagli elettori francesi e olandesi. Sebbene i leader europei abbiamo provato a far rientrare il testo successivamente tramite quel Golpe mascherato che fu il Trattato di Lisbona, si trattava davvero di un passo troppo lungo da fare. Ha finito per ritorcerglisi contro. Il rifiuto di accettare l’evidente giudizio popolare ha solo cristallizzato un latente sospetto che l’intero Progetto fosse sfuggito dal controllo democratico.

Quando arrivarono i paesi dell’est-Europa, seguiti dai paesi con sistemi politici pre-moderni dei Balcani, finì del tutto l’illusione che l’UE potesse mai funzionare come unione politica affiatata e centralizzata.

Dieci anni dopo il premier ungherese Viktor Orban e il polacco Jaroslaw Kaczynski fanno semplicemente quello che gli pare, prendono il controllo dei media nazionali e gestiscono come vogliono i tribunali, liberandosi con una scrollata di spalle di qualsiasi avvertimento formale da parte di Bruxelles.

Sopra tutto questo c’è l’unione monetaria, che si è dimostrata maligna e incurabile; ha diviso l’eurozona in due fazioni aspramente opposte, quella dei creditori e quella dei debitori. Era resistita a lungo, nei circoli europei, la convizione fideistica che una crisi dell’eurozona potesse infine essere gestita in modo da servire a uno scopo superiore, in modo cioè da portare ad un successivo passo in avanti verso un’unione politica e fiscale.

Anche questo era un giudizio errato. La Germania ha bloccato qualsiasi possibile iniziativa di una maggiore mutualizzazione del debito o dei bilanci pubblici. L’unione bancaria ha un nome semplicemente fuorviante: le responsabilità e i carichi finanziari pesano ancora del tutto sulle spalle degli Stati sovrani in difficoltà, lasciando perfettamente al suo posto il circolo vizioso tra banche e governi, che si spingono reciprocamente nella crisi. Quando a Berlino si parla di “Fiskalunion” si intende una sola cosa: il potere di controllare e punire i peccatori.

George Osborne aveva torto, a Davos, quando parlava di “logica inesorabile” dell’integrazione europea sulla falsariga del federalismo fiscale di Alexander Hamilton alla fine del ‘700. Ha certamente una logica, e dovrebbe essere inesorabile, ma di fatto non sta succedendo nulla. L’eurozona continuerà a zoppicare con una pietra appuntita infilata dentro la scarpa, fino a che il dolore non si dimostrerà insopportabile per qualcuno, probabilmente per gli Italiani.

Una cosa è cambiata. Berlino ha accettato che la Banca Centrale Europea agisse da prestatore di ultima istanza nel luglio 2012, facendo così terminare immediatamente la crisi dei debiti sovrani. Ma il danno era ormai irreversibile. Anni di contrazione fiscale e monetaria avevano trasformato la recessione in depressione, finendo per farla durare più di quella degli anni ’30. I rapporti tra debito e PIL nei vari paesi sono oggi ancora più alti, in modo preoccupante se si considera il ciclo economico. Gli effetti di “isteresi” della disoccupazione di massa hanno intralciato la ripresa.

Non fatevi ingannare dal temporaneo rimbalzo ciclico, dovuto al petrolio ai minimi, all’euro ai minimi, alla sospensione dell’austerità e al quantitative easing (arrivato con cinque anni di ritardo). L’intera regione è impantanata nella deflazione del debito, ed è priva di qualsiasi difesa quando arriverà il colpo del prossimo rallentamento globale.

Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale – “I Rischi di Stagnazione nell’Eurozona” – avverte che gli effetti conseguenti alla crisi amplificheranno qualsiasi shock negativo, “creando un circolo vizioso e mantenendo l’economia bloccata in un equilibrio di stagnazione“.

Lo studio, scritto dall’economista cinese Huidan Lin, argomenta che l’Europa è seriamente a rischio di assistere ad un secondo “decennio perduto”, che potrebbe durare fino alla metà degli anni ’20 del nuovo millennio; la sofferenza maggiore ricadrebbe sui paesi del sud dell’eurozona. Qualcuno pensa che il sistema politico europeo possa reggere una cosa del genere? I battibecchi tra David Cameron e Bruxelles sembrano ridicolmente irrilevanti di fronte a una tale catastrofe auto-inflitta in Europa. E ora sto parlando solo dell’unione monetaria, per non dire del contemporaneo fallimento di Schengen.

Non c’è niente di male nella fila di richieste avanzate da Cameron. È importante che la condizione speciale della Gran Bretagna, che ha una moneta propria, sia stata confermata e mantenuta, se non altro per l’onestà della Corte Europea. Donald Tusk ha dimostrato buona volontà.

Però la decisione “se stare o non stare insieme” – come l’ha messa giù Tusk – non si può decidere sulla base di queste formalità. Ciò che conta è come possiamo preservare la concordia in queste isole, inclusa la Scozia e l’Irlanda, e come possiamo salvare la nostra democrazia sovrana stando sotto il Trattato di Lisbona e una corte imperiale.

Dobbiamo decidere se riusciamo a gestire meglio la nostra eterna conflittualità nelle relazioni con il Continente stando dentro o fuori dall’Unione Europea, e come possiamo gestire nel migliore dei modi i rapporti con una Cina in crescita e una Russia revanscista. In definitiva dobbiamo decidere se questa unione disfunzionale meriti di essere salvata, o se non sia meglio lasciarla morire e tornare sul terreno sicuro delle democrazie nazionali.

La distrazione sulle quattro note a margine fatte da Cameron è andata troppo oltre. Prima decidiamo di affrontare le questioni strategiche fondamentali meglio è.

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