baisse-du-chomage-en-espagne

Spagna: cosa c’è sotto il “miracolo” dell’occupazione

Su La Tribune si fa chiarezza sul “successo” delle riforme in Spagna, un paese che ha ancora la seconda disoccupazione più alta dell’Uem.  E lo chiamano miracolo. 

di Romaric Godin, 1 Febbraio 2016

La creazione di posti di lavoro in Spagna appare impressionante e alimenta l’argomento delle “riforme di successo”. Ma qual’è la realtà?

Il modello spagnolo è ora il modello da seguire. Il calo della disoccupazione al di là dei Pirenei sta diventando un esempio della capacità delle “riforme strutturali” di dare i loro frutti e quindi rappresenta una ulteriore “vergogna” per la Francia che, in mancanza di queste riforme, sarebbe condannata ad affrontare una disoccupazione di massa in costante aumento. E’ vero che le cifre possono impressionare: nel 2015, l’economia spagnola ha visto il numero dei disoccupati calare di 678.200 unità e ha creato 525,100 posti di lavoro. Ma questo è davvero un modello? Quali meccanismi stanno alla base di questo “modello spagnolo del lavoro”?

Molti posti di lavoro creati, dopo molti posti di lavoro distrutti

La prima ragione di questo dinamismo del mercato del lavoro spagnolo è in primo luogo, la congiuntura. La crescita spagnola ha accelerato dal 1,4% nel 2014 al 3,5% nel 2015. In Spagna il punto più basso dell’occupazione è stato raggiunto proprio nel corso del primo trimestre 2014, quando la ripresa stava cominciando. Da allora, in Spagna sono stati creati 1,14 milioni di posti di lavoro. Più forte che nel resto della zona euro, la crescita spagnola ha creato più posti di lavoro. Ma non va dimenticato che la crisi spagnola aveva anche distrutto molta più occupazione. E, come osservato da un recente rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), oggi vi è in primo luogo un effetto di “recupero” ancora molto parziale.

Una correzione ad un ritmo accelerato?

Nonostante due anni di crescita, la Spagna mostra ancora una contrazione del PIL del 4,1% nel periodo 2008-2015. Ma in Spagna la crisi è stata particolarmente distruttiva per quanto riguarda l’occupazione. Tra il punto più alto del quarto trimestre del 2007 e l’inizio del 2014, sono stati distrutti non meno di 3,77 milioni di posti di lavoro. In due anni, quindi, si è recuperato circa il 30% di questa distruzione. In altre parole, il tasso di creazione di posti di lavoro è coerente con il ritmo di distruzione. Da questo punto di vista, non c’è un “miracolo”, ma un graduale ritorno alla normalità, ampiamente sostenuto, come si vedrà, dalla moderazione salariale. Ciò è dimostrato dalla forte crescita dell’occupazione nelle costruzioni (+ 12,3% dall’inizio del 2014), che riflette la fine della crisi immobiliare nel paese. Ma la strada è ancora lunga e resta subordinata alle fragili condizioni della ripresa spagnola: la persistenza della domanda estera per i suoi prodotti, l’effetto positivo sul potere d’acquisto del prezzo del petrolio, il persistere di un basso costo del lavoro spagnolo, l’assenza di un’ulteriore stretta di bilancio …

Il bilancio del governo di Mariano Rajoy resta poco convincente. Se il suo partito, il Partito Popolare (PP), in un tweet di venerdì 29 gennaio si è vantato della minore disoccupazione, si dimentica però di dire che nell’ultimo trimestre del 2015 il numero di posti di lavoro è ancora inferiore di 58.800 unità rispetto all’ultimo trimestre del 2011, quando Mariano Rajoy ha preso il potere. In altre parole, nel corso di questi quattro lunghi anni, la Spagna non ha creato posti di lavoro ulteriori, e questo non può costituire un modello.

Tasso di disoccupazione ancora elevato

Certo, un dato spesso usato come argomento politico è che dal 26.94% del primo trimestre del 2013, il suo punto più alto, nel quarto trimestre 2015 il tasso di disoccupazione è sceso drasticamente al 20,9%, a un livello mai visto dalla fine del 2010. Un calo di 6 punti che ovviamente fa sognare, ma che, ancora una volta, non deve far dimenticare alcuni fatti. In primo luogo, matematicamente, un calo di 6 punti è più facile da raggiungere partendo dal 26.94% che dal 10%. In secondo luogo, nonostante questo calo, il tasso di disoccupazione spagnolo è il secondo più alto nell’Unione europea e nei paesi sviluppati, dopo la Grecia. Il paese ha ancora 4.779.000 disoccupati. Ancora una volta, questo declino non è altro che una correzione che non cancella il forte aumento del tasso di disoccupazione in Spagna durante la crisi. Nel secondo trimestre 2007, il tasso di disoccupazione spagnolo era al 7,6%, il punto più basso. Tra il 2005 e il 2008, era inferiore al 10%. Un tempo che sembra ormai lontano, perché, nonostante il recente calo, la Spagna è bloccata nella disoccupazione di massa da più di sette anni (15% è stato superato a fine 2008). La diminuzione è benvenuta, ma ancora una volta, è ben lungi dall’essere sufficiente storicamente e socialmente, come vedremo.

Attività debole

Infine, il drastico calo del tasso di disoccupazione non ha come unica spiegazione la creazione di ocposti di lavoro. Tra il primo trimestre del 2013 e l’ultimo del 2015, il numero dei disoccupati è diminuito di 1.498.000. Ma in parallelo, il numero di posti di lavoro è aumentato solo di 1.064.000. Quasi 434.000 disoccupati sono “scomparsi” dalle statistiche, che rappresentano quasi il 29% del calo della disoccupazione avutasi nel corso di questi quasi tre anni. Dove sono finiti? Molti si sono uniti al numero degli inattivi, i giovani hanno continuato gli studi (gli attivi dai 20 ai 29 anni sono 1,8 milioni di meno rispetto a dieci anni fa), altri hanno lasciato il paese, siano essi stranieri scoraggiati dalla mancanza di posti di lavoro o spagnoli in cerca di fortuna altrove (nel 2014, 41.000 spagnoli sono emigrati in Germania). Questa è una parte essenziale del “miracolo del lavoro spagnolo”: il declino della forza lavoro che, meccanicamente, amplifica la tendenza al ribasso del tasso di disoccupazione.

Nell’ultimo trimestre 2015, la forza lavoro era al suo livello più basso dal primo trimestre del 2008, in quasi sette anni, con 22,87 milioni di attivi. Il tasso di attività spagnolo è di 59.43, uno dei più bassi nella zona euro e quasi dieci punti sotto la Francia, che è leggermente superiore alla media dell’unione monetaria. Nel solo 2015, la forza lavoro è scesa di 148,100 unità, pari a un quinto del calo della disoccupazione. In queste condizioni – e senza negare la creazione di posti di lavoro – il calo della disoccupazione (in particolare del tasso di disoccupazione) è molto più facile da raggiungere che quando il tasso di attività è alto.

Il motore della precarietà

Qual è la natura dei posti di lavoro creati in Spagna? Non sorprende che la stragrande maggioranza è costituita da posti di lavoro precari. Dei 525,100 posti di lavoro creati nel 2015, solo 170 600 sono posti di lavoro a tempo indeterminato convenzionali, il 32,5% del totale. La maggior parte dei posti di lavoro (335.100, il 63.82% del totale) è rappresentata da contratti a tempo pieno temporanei, mentre 24.800 (4,72% del totale) sono posti di lavoro a tempo parziale. Questa differenza mette in evidenza un fatto preoccupante che viene evidenziato dal OIL: la Spagna non ha risolto il suo problema essenziale, la dicotomia del mercato del lavoro. Eppure è proprio questa dicotomia che nel 2008-2009 ha fatto esplodere la disoccupazione al di là dei Pirenei. Anche negli anni 2000-2007, i posti di lavoro erano precari: il numero di posti di lavoro temporanei raggiungeva i 4,9 milioni nel terzo trimestre del 2006. Quando è arrivata la crisi, in primo luogo questi posti di lavoro sono stati persi: 2,5 milioni posti di lavoro temporanei sono stati persi fino all’inizio del 2013.

Niente ‘riforme strutturali’

La ripresa riproduce lo stesso schema di prima. La “riforma strutturale” governo Rajoy ha abbassato il costo del licenziamento dei contratti convenzionali, ma non ha davvero incoraggiato a scegliere questo tipo di contratti. Pertanto, dal 2013 si ripete lo stesso problema strutturale: i contratti precari esplodono e, in caso di crisi economica, minacciano una nuova crescita della disoccupazione. In breve, le riforme spagnole non sono state “strutturali”, hanno infatti solo amplificato un problema già esistente, cercando di ridurre i costi del licenziamento. Dietro la cortina del successo si nasconde una debolezza. Nel 2014, la Spagna, nonostante la ripresa dell’occupazione, è stato il secondo paese nella UE, dopo la Romania, e il primo nella zona euro, davanti alla Grecia, per la percentuale di famiglie soggette al rischio di povertà, con un tasso del 22,2% (13,1% in Francia, 17,2% nell’UE).

L’insidia della moderazione salariale

Fragilità rafforzata dalla moderazione salariale, conseguenza della disoccupazione di massa, ma anche il motore della crescita. Infatti, se gli spagnoli hanno trovato posti di lavoro, questi posti di lavoro non solo sono largamente precari, ma anche meno pagati. Il costo del lavoro medio per lavoratore in Spagna nel terzo trimestre era di 1897.40 euro. Questo livello è ancora inferiore a quello dei primi mesi del 2012. In 3 anni e mezzo, i salari sono rimasti piatti. Questo è uno dei motori. Una situazione che non è sostenibile se non per l’inflazione negativa che gioca positivamente sul potere d’acquisto. Ma questa è una situazione molto pericolosa: si tratta di uno dei più gravi problemi della BCE. Questa bassa inflazione peserà, soprattutto in caso di calo della domanda estera (che è probabile), sulla crescita e sulle prospettive di investimento delle imprese. Quindi bisogna farla salire, ma in questo caso, in Spagna, le famiglie soffrono della stagnazione dei salari. La crescita spagnola è drogata da questa moderazione salariale … Il “miracolo” spagnolo pone quindi delle gravi difficoltà sociali ed economiche.

Asfissia?

In realtà, forse non è il momento di celebrare il successo spagnolo sul lavoro. Abbiamo visto che il paese era ancora lungi dall’avere superato la crisi. E i dati del quarto trimestre sono piuttosto preoccupanti. Mentre la forza lavoro si riduce ancora di 26.000 unità, la creazione di posti di lavoro va a rilento: 46.000 nell’ultimo trimestre, contro 182,2 nel terzo trimestre, 312.000 nel secondo. Fatto singolare per la Spagna: il settore pubblico ha creato 14.000 posti di lavoro, il 30% di questo trimestre. I dati trimestrali non dovrebbero essere interpretati come una certezza, ma sono forse un segno di un rallentamento nella creazione di posti di lavoro nel settore privato. L’OIL, si aspetta questo rallentamento: la crescita dell’occupazione dovrebbe passare dall’1,8% dello scorso anno allo 0,9% nel 2016 e allo 0% nel 2017. Di conseguenza, il tasso di disoccupazione dovrebbe rimanere sopra il 20%, secondo l’ILO, ancora per molto tempo.

Questa tendenza al rallentamento è stata confermato dai dati di gennaio, pubblicati il 2 febbraio. I dati grezzi mostrano un aumento di 57.247 persone in cerca di lavoro, per arrivare a 4,15 milioni. Tale incremento, tuttavia, è il più basso su base mensile da gennaio 2007.

Nessun effetto politico

Non c’è da stupirsi che questo “miracolo” del lavoro spagnolo non sia causa di molto entusiasmo nel paese. Mariano Rajoy, che ha fatto campagna su questo tema prima delle elezioni del 20 dicembre, se ne è potuto rendere conto. Il suo partito, il PP, ha perso 15 punti in quattro anni, passando dal 44,6% al 28,7%. E, negli attuali negoziati per la formazione di un governo, nessuno sembra volersi alleare con lui, tanto è sentito in Spagna l’effetto disastroso delle “riforme” tanto vantate. Anche il partito di centro-destra Ciudadanos, è molto critico nei confronti di una politica che, come si è visto, non ha affrontanto affatto i problemi di fondo del paese.

Categories Fonti Nazioni