Come nota perfino l’Economist, giornale piuttosto mainstream, l’impietosa realtà è che finora tutti coloro che si sono proposti come rivoluzionari anti-austerità — Tsipras ieri come il portoghese Costa e il nostro Renzi adesso — hanno solo ingannato i cittadini europei, finendo poi per adagiarsi sempre su umilianti compromessi. Può esserci dietro una meticolosa gestione del dissenso, come suggerisce Rizzo? O forse non è ancora detta l’ultima parola. Quello che sappiamo di sicuro è che il nodo gordiano dell’austerità non sarà risolto finché non si taglierà di netto il vincolo dell’euro. Perché l’euro è l’austerità.

 

The Economist, 20 febbraio 2016

Augusto Santos Silva, ministro degli esteri del governo socialista portoghese insediatosi da tre mesi, è un mite sociologo, non una fiaccola ardente. Ma questo mese si è trovato investito dal vento della sfida anti-austerità, che si è diffuso in tutto il Sud dell’Europa. Il Portogallo è già stato punito dalla Commissione Europea per aver proposto un bilancio che sfora il 3% del deficit su PIL che l’eurozona impone ai suoi membri (secondo le proiezioni della Commissione, il Portogallo arriverà a 3,4%).

In un’intervista alla televisione portoghese Santos Silva ha contrattaccato gli austeri predicatori del Nord Europa: “Non ci sono paesi-maestra e paesi-alunno in Europa“. Da canto suo Angela Merkel, la Cancelliera tedesca, ha ammonito il Portogallo di mantenere “solide” le sue finanze.

In breve tempo il Portogallo e la Commissione hanno trovato il compromesso per un nuovo bilancio che include un miliardo di euro di aumenti fiscali e di tagli della spesa. Ma la zuffa che c’è stata dimostra che la guerra per le politiche di austerità è ritornata in Europa. Il primo ministro portoghese, António Costa, è stato eletto sulla base dell’impegno a “voltare pagina con l’austerità“, e il suo governo è sostenuto da partiti di sinistra radicale decisamente favorevoli alla spesa pubblica. Nel frattempo il primo ministro italiano, Matteo Renzi, ha sfidato i falchi di Bruxelles in ogni possibile occasione. In Spagna, dove le trattative per una coalizione sono arrivate ad un punto morto ancora irrisolto dopo le elezioni di dicembre, i Socialisti stanno considerando un’alleanza in stile portoghese con i populisti di Podemos.

In Grecia il partito radicale di Syriza resta al potere, ma il suo fuoco anti-austerità si è spento. Perfino in Gran Bretagna il leader dell’opposizione di sinistra, Jeremy Corbyn, crede che il portoghese Costa stia aprendo la strada per una “coalizione anti-austerità” a livello internazionale. I sostenitori del primo ministro portoghese dicono che egli sia il precursore di un ampio cambiamento in Europa.

Si tratta di una svolta che nessuno avrebbe previsto un anno fa. Sotto il precedente governo di centro-destra, il Portogallo era l’allievo modello degli “austeriani” europei. Durante la crisi dell’euro, in cambio del bail-out di 78 miliardi di euro, il governo tagliò salari e spesa sociale, aumentò le tasse e deregolamentò il mercato del lavoro. Dopo una forte recessione, negli ultimi due anni si è vista una modesta ripresa.

Ma dopo le inconcludenti elezioni di ottobre, Costa strinse un patto con il blocco della sinistra radicale e con il Partito Comunista portoghese per sostenere un governo fatto da una minoranza socialista. In cambio ha promesso di fare marcia indietro sui tagli alle pensioni e ai salari nel settore pubblico. Ciò mise in allerta Bruxelles. Il 2 di febbraio la Commissione ha detto che il bilancio pubblico portoghese rischia di violare le regole dell’eurozona. Era ansioso di scoraggiare qualsiasi altro paese membro dell’area euro da qualsiasi ricerca di flessibilità.

Se c’è un paese che deve guidare la carica, da questo punto di vista, dovrebbe essere l’Italia. Le previsioni per il bilancio pubblico italiano nel 2016 parlano di un deficit al 2,4% del PIL, ma per la Commissione Europea è ancora troppo. Il debito pubblico italiano è al 130% del PIL, e i paesi con un debito oltre il 60% del PIL dovrebbero puntare a un surplus di bilancio. Ciononostante, Renzi vede un budget restrittivo come un freno all’economia italiana, che nell’ultimo trimestre del 2015 è cresciuta di appena lo 0,1%. Renzi dice di essere stufo. “L’Europa non può essere solamente un grigio dibattito tecnico sui vincoli, deve tornare ad essere un grande sogno“, ha dichiarato in gennaio.

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Ora Renzi deve fronteggiare un ulteriore pericolo, che viene da proposte recentemente ventilate in Germania. Se approvate, queste proposte imporrebbero ulteriori vincoli alle banche dell’eurozona, e scaricherebbero sui detentori di titoli di stato parte dell’eventuale costo di un futuro bail-out. I critici temono che la messa in atto di queste proposte possa accendere la scintilla che fa divampare una nuova crisi del debito, che travolgerebbe i paesi del Sud dell’Eurozona. Le banche italiane sono già sotto pressione per i circa 350 miliardi di euro di crediti in sofferenza.

Tutto questo insieme incoraggia l’idea di Renzi di guidare una ribellione anti-austerità da parte dell’Europa del sud. In un post del primo febbraio sul suo sito web, ha detto che il compito dell’Italia deve essere “guidare l’Europa, non prendere ordini da qualche palazzo di Bruxelles“. Ma il tremendo debito pubblico italiano gli lascia poca credibilità nella sua richiesta di maggiore libertà e di spesa e minori tasse. E a parte i vaghi appelli di Renzi per “un’Europa più orientata socialmente“, le sue alternative alla UE nella sua attuale forma restano confuse.

Anche le proteste anti-austerità del Portogallo potrebbero essere quelle del can che abbaia ma non morde. Dopo l’annuncio del governo di aumentare il deficit di bilancio, il tasso di rendimento dei suoi titoli a dieci anni è aumentato in modo preoccupante, da meno del 3% al 4,5%. Sotto la pressione della Commissione Europea e dei mercati, è indietreggiato. Oltre al miliardo di euro di aumenti di tasse e tagli alla spesa, ha aggiunto anche un “piano B” di ulteriori tagli in caso di necessità. Pierre Moscovici, capo economista della Commissione, ha detto che il Portogallo è stato convinto che le regole di bilancio europee “devono essere rispettate“. Costa dal canto suo ha detto che il raggiungimento dell’accordo mostra che il governo può essere fiscalmente responsabile e comunque “seguire la propria visione“.

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Ad ogni modo i fatti smentiscono tanto le affermazioni di Costa di aver cambiato verso alle lancette dell’austerità, quanto la pretesa di disciplina fiscale dell’UE. Molti tagli alle tasse che erano stati promessi sono stati cancellati. Senza quello stimolo al consumo interno, il Portogallo ha una previsione di crescita per il nuovo anno che scende da 2,1% a 1,8%. Nel 2015 il Portogallo aveva promesso alla Commissione di ridurre il suo deficit strutturale di 0,6 punti percentuali, ma il nuovo bilancio raggiunge solo metà di quell’obiettivo. I ministri delle finanze dell’eurozona hanno dichiarato che l’effettivo target di bilancio del Portogallo “non costituisce una violazione particolarmente grave” delle regole europee. La Commissione ribadisce di aver mantenuto la propria linea sulla questione del deficit, mentre il Portogallo va dicendo di rappresentare l’avanguardia della rivoluzione anti-austerità. In realtà l’Europa sta continuando a procedere come ha sempre fatto: con i compromessi e gli inganni.