That Sinking Feeling: parte 4

Pubblichiamo oggi altri due interventi della rivista “That Sinking Feeling” (ecco le traduzioni della parte 1, parte 2 e parte 3). I professori Starbatty e Vesperini analizzano gli effetti dell’euro su due nazioni in particolare: Germania e Francia. Se Vesperini analizza in dettaglio i noti effetti negativi dell’euro sulla Francia, Starbatty fa notare che anche la presunta “vincitrice” – la Germania – ha ottenuto solo una vittoria di Pirro. L’euro ha sbilanciato anche l’economia tedesca rendendola dipendente da un tasso di cambio sottovalutato ed esponendola in molti modi alle debolezze delle nazioni periferiche.

 

Joachim Starbatty è professore emerito all’università di Tubinga. E’ un membro del parlamento europeo ed il capo del Gruppo degli europei Conservatori e Riformisti dell’eurozona.

 

Jean-Pierre Vesperini è professore presso l’Istituto Cattolico di Parigi. E’ stato membro del Consiglio per le Analisi Economiche del Primo Ministro francese.

 

La Germania ci ha guadagnato con l’euro?

Di Joachim Starbatty

 

Quando il Bundestag ha votato un terzo pacchetto di salvataggio per la Grecia il 19 agosto, l’intero spettro politico tedesco era d’accordo: la Germania ha tratto immensi benefici dalla moneta comune. I deputati hanno fatto riferimento a un’economia tedesca competitiva, un forte settore esportatore e un basso tasso di disoccupazione. A loro avviso, era nell’interesse del paese evitare a tutti i costi un Grexit. Ma bisogna sottolineare che 86 membri del gruppo CDU/CSU non hanno seguito la cancelliera Angela Merkel e hanno votato contro il pacchetto. A quanto pare, la sua maggioranza è a rischio.

Quando si tratta di valutare l’impatto economico della moneta comune sulla Germania, il punto di vista di un economista deve andare alla radice. I politici ignorano deliberatamente le conseguenze negative dell’euro. Sviluppi positivi come il calo della disoccupazione negli ultimi dieci anni e il successo degli esportatori tedeschi hanno avuto altre forze trainanti quali le riforme strutturali e una crescita economica stellare dei mercati emergenti. Se i mercati del lavoro diventano più flessibili (come è successo in Germania con la cosiddetta riforma Hartz all’inizio degli anni 2000), la disoccupazione scende. Se le ditte in Cina costruiscono fabbriche, la domanda di macchinari tedeschi aumenta. Mentre gli sviluppi positivi sono erroneamente attribuiti alla moneta unica, gli aspetti negativi non sono stati nemmeno considerati nel Bundestag.

Una prima conseguenza negativa dell’euro per la Germania riguarda proprio le esportazioni. I politici tedeschi sono miopi: la moneta comune ha aiutato il settore delle esportazioni. In effetti essa ha funzionato come un sussidio per aziende che vendono i loro prodotti al di fuori della zona euro, perché l’euro è sottovalutato per la Germania. Dopo l’introduzione dell’euro, gli Stati membri meno prudenti non potevano più compensare glii aumenti salariali tedeschi relativamente scarsi svalutando la propria moneta. Di conseguenza, hanno perso la loro competitività. La tanto sbandierata competitività tedesca non è altro che la politica che Keynes chiamava “beggar-thy-neighbour” (frega il tuo vicino, ndVdE), che impone un costo enorme alla periferia europea e ha portato ad un grande aumento nei saldi TARGET. Ma questo “vantaggio” ha anche un lato negativo: i sussidi incoraggiano la pigrizia. Se gli esportatori tedeschi si abituano ad avere il portafoglio ordini al completo a causa di un tasso di cambio favorevole, diminuiscono gli incentivi a tagliare i costi e ad aumentare la produttività. A lungo termine, le aziende tedesche corrono il rischio di diventare dipendenti da una valuta sovvenzionata a buon mercato. Se gli esportatori guadagno da una valuta a buon mercato, gli importatori ci perdono. I tedeschi hanno visto il loro relativo potere d’acquisto diminuire, poiché il dividendo sociale (Karl Schiller) del normale apprezzamento della valuta non si è più materializzato. Il potere d’acquisto di ogni tedesco potrebbe essere superiore del 30% rispetto all’attuale. Pertanto abbiamo anche un risvolto negativo riguardo la ricchezza. A causa del tasso di cambio debole, le vacanze in Paesi non-euro come Danimarca, Svezia, Regno Unito e Svizzera sono diventate proibitive per le famiglie tedesche di medio reddito. Secondo uno studio recente del think tank economico DIW (Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung), la ricchezza tedesca media è diminuita del 15 per cento nell’ultimo decennio. Fino all’introduzione dell’euro, la Bundesbank assicurava con la sua politica monetaria che gli investimenti avessero un rendimento decente. Era in grado di farlo perché adattava tassi di interesse di riferimento adatti per lo stato dell’economia tedesca in ogni momento. Al contrario, la BCE non è in grado di concentrarsi sulle esigenze tedesche perché deve prendere in considerazione la situazione degli altri membri dell’eurozona, alcuni dei quali richiedono un allentamento della politica monetaria per superare la crisi economica persistente. Una politica monetaria eccessivamente espansiva può contribuire ad attutire le recessioni, ma comporta rischi significativi: se applicata troppo a lungo, le banche centrali producono bolle speculative. Anche se non esiste ancora alcuna chiara evidenza di tali bolle in Germania, l’aumento esponenziale dei prezzi delle case nelle principali città come Monaco di Baviera e Francoforte suggeriscono che le attività speculative siano drammaticamente aumentate di recente.

Una terza conseguenza negativa della moneta unica per la Germania è la disastrosa situazione economica dell’Europa meridionale, che ha effetti negativi sull’economia tedesca e sul ruolo del paese all’interno dell’Europa. Avere vicini europei in salute è una benedizione per la Germania, perché comprano i prodotti tedeschi e visitano il paese, al contrario se i paesi vicini sono in perenne recessione, trascinano verso il basso l’economia tedesca. Dal momento che una svalutazione esterna offre la migliore speranza di una rapida ripresa all’Europa meridionale, da un punto di vista economico essa deve esser vista di buon occhio da parte dei tedeschi. La presunta irreversibilità dell’euro esclude il mezzo più veloce per tornare in ripresa e porta inevitabilmente verso una unione bancaria e di trasferimenti. I risparmiosi tedeschi di conseguenza dovranno coprire coi loro depositi e le loro pensioni i governi della periferia meno disciplinati e i loro sistemi di sicurezza sociale.

Sin dalla fine della seconda guerra mondiale, i tedeschi hanno cercato di essere buoni europei e di aumentare l’integrazione europea. Soprattutto dopo la riunificazione nel 1990, i tedeschi erano desiderosi di superare il passato dell’Europa e di costruire un’Unione Europea pacifica e prospera, che includeva gli ex paesi socialisti dell’Europa centrale e orientale. I tedeschi erano ben voluti in Europa, soprattutto in Grecia, dove la Germania è stata votata numerose volte il paese più popolare. Questa situazione è cambiata radicalmente, da quando le politiche di austerità in Europa meridionale, ampiamente considerate imposte dalla Germania, hanno causato enorme sofferenza economica. Molti tedeschi ritengono che sia in aumento l’astio verso la loro posizione, percepita come dominante, in Europa. Invece di unire i cittadini europei, la moneta comune li ha divisi e i tedeschi non amano questo sviluppo – stanno perdendo un’intangibile punto a loro favore.

 

L’impatto dell’euro sulla Francia

Di Jean-Pierre Vesperini

L’euro è stato un disastro per tutti i paesi che lo hanno adottato, ad eccezione della Germania e dei paesi fortemente legati all’economia tedesca, come l’Austria e, in misura minore, i Paesi Bassi. L’euro è stato particolarmente catastrofico per la Francia, perché ha ridotto drammaticamente la competitività dell’economia francese attraverso due canali.

In primo luogo, la Francia ha perso la sovranità monetaria. L’euro ha fissato il tasso di cambio tra il franco e il marco, mentre le politiche salariali in Francia e in Germania sono rimaste completamente divergenti. La Francia ha perseguito politiche generose (soprattutto con l’adozione della settimana di 35 ore) mentre quelle tedesche sono state rigorose. Così, fin dalla creazione dell’euro nel 1999, i costi unitari del lavoro sono cresciuti due volte più velocemente in Francia rispetto a quanto hanno fatto in Germania (+31,5% contro +14,8%). (Il che significa che l’aumento dei salari francesi, nemmeno sufficiente a coprire un’inflazione annua del 2%, è stato sufficiente per mettere la Francia fuori mercato NdVdE). Questa perdita di competitività della Francia rispetto alla Germania, ormai impossibile da compensare attraverso l’aggiustamento del tasso di cambio tra il franco e il marco, è stato particolarmente grave a causa della diretta concorrenza tra le aziende tedesche e francesi. La conseguente perdita di competitività è particolarmente evidente nell’osservare l’evoluzione della bilancia commerciale tra Francia e Germania. La bilancia è stata quasi in equilibrio nel 1998, appena prima dell’introduzione dell’euro (rapporto tra importazioni ed esportazioni o copertura delle importazioni tramite esportazioni del 97,3%), è ora pesantemente in deficit con un rapporto del 73%.

In secondo luogo, i tassi di cambio ottimali per l’economia francese e tedesca sono diversi. Questo perché i costi del lavoro sono più elevati in Francia che in Germania e a causa dell’elasticità: il prezzo delle esportazioni francesi è superiore rispetto a quello delle esportazioni tedesche a causa delle differenze nella composizione. In queste condizioni, il tasso di cambio ottimale per l’economia francese è di circa 1 € = 1,10 $, mentre per l’economia tedesca è di circa 1 € = 1,35 $. Ma per tutto il periodo in cui il signor Trichet è stato presidente della BCE, dal 2003 al 2011, la Banca ha perseguito una politica di tasso di cambio tarata sulla Germania e quindi lontana dall’ottimo per la Francia. Infatti, durante questo periodo, il tasso di cambio dell’euro è stato in media di 1 € = 1,332 $, ossia quasi coincidente al tasso di cambio ottimale per la Germania e più del 20% superiore a quello per la Francia. I politici tedeschi che hanno negoziato la creazione dell’euro si sono quindi dimostrati molto più abili rispetto ai loro omologhi francesi (Mitterrand, Delors) poiché sono riusciti ad avere a Francoforte la sede della BCE, guidata da un francese, ma che ha condotto una politica favorevole agli interessi della Germania e ostile agli interessi economici francesi. Le conseguenze della politica del cambio della BCE durante la presidenza di Jean-Claude Trichet sono state estremamente gravi. Infatti, la politica del cambio sopravvalutato ha portato le aziende francesi o a perdere quote di mercato, se hanno mantenuto i loro margini, o a sacrificare i loro margini per evitare di perdere troppa quota di mercato. Ma sacrificando i loro margini, sono state costrette a ridurre gli investimenti, il che ha provocato un indebolimento della loro competitività, che a sua volta erode le loro quote di mercato.

Questi due fattori – in primo luogo, il tasso di cambio fisso tra Francia e Germania combinato con politiche salariali divergenti e, in secondo luogo, il lungo periodo di sopravvalutazione dell’euro per l’economia francese – sono stati devastanti. Riducendo drasticamente la competitività dell’economia francese, l’euro ha fatto scendere le quote di mercato della Francia. In Francia le quote di mercato sono precipitati del 20,8% dalla creazione dell’euro, dal 4,8% al 3,8% del commercio mondiale, mentre quelle della Germania sono rimaste sostanzialmente stabili, calando solo del 2,7%, dal 7,5% al 7,3% del commercio mondiale.

L’euro ha ridotto la crescita delle esportazioni francesi e di conseguenza ha ridotto notevolmente la produzione, in particolare la produzione industriale. Riducendo la crescita, l’euro ha impedito i tentativi di ridurre la disoccupazione che nel 2014 era pari a quella del 1998 (10,3% della forza lavoro), mentre nello stesso periodo la Germania è riuscita a ridurla alla metà (dal 9,4% al 5%).

La riduzione nella crescita della produzione ha anche rallentato la crescita delle entrate fiscali, che spiega perché il debito pubblico è cresciuto molto più velocemente in Francia che in Germania. Mentre i debiti di entrambi i paesi erano circa sullo stesso livello nel 1998 (circa il 60% del PIL), il debito pubblico francese era pari al 95% del PIL nel 2014, mentre in Germania era di appena il 74,7%.

La sostituzione di Trichet con Mario Draghi è stata accompagnata da un cambiamento radicale nella politica di cambio della BCE. Da quel momento, il tasso di cambio dell’euro, senza ancora essere particolarmente favorevole alle esportazioni francesi, si è meglio adattato alla sua economia. Tuttavia, 10 anni di sopravvalutazione (gli otto anni sotto la presidenza Trichet, più i due anni occorsi a Draghi per riuscire a invertire l’orientamento nella politica del cambio) si sono dimostrati distruttivi per la base produttiva francese. In particolare l’occupazione nel settore industriale, che era rimasta stabile tra il 1999 e il 2002, ha cominciato a declinare dal 2003, vale a dire quando la politica dell’euro forte è stata inaugurata dal Presidente Trichet. L’occupazione industriale in Francia ha continuato a calare ogni anno dal 2003 al 2014. Nello stesso periodo, l’occupazione industriale è diminuita del 24% in Francia, mentre è rimasta stabile in Germania.

Va detto che, dal 2011, i costi unitari del lavoro sono aumentato leggermente più in Germania che in Francia. Tuttavia, questo sviluppo recente, che potrebbe non durare, non compensa l’enorme divario competitivo accumulato tra Germania e Francia nel periodo dal 1999 al 2011.

Sia gli effetti negativi della divergenza dei costi tra Francia e Germania, sia quelli della sopravvalutazione dell’euro, pur se attenuati, continueranno ad ostacolare la crescita dell’economia francese.

L’euro ha anche ostacolato la crescita dell’economia francese in altri modi. Avendo impedito alla Francia l’esercizio della sovranità di bilancio e avendola sottomessa alla supervisione della Commissione Europea, l’euro ha impedito alla Francia di adottare una politica fiscale che gli permettesse di combattere la crisi del 2008, come hanno invece fatto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Dopo aver perso la sovranità monetaria e fiscale, la Francia non ha più la possibilità di definire una politica adeguata alla sua situazione. Finché la Francia non riconquisterà la sovranità monetaria e fiscale, non tornerà a crescere vigorosamente.

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