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La Stagnazione UE Continua: Déja Vu, Ancora una Volta

Con una serie di interessanti grafici, il prof. emerito John Weeks della London University dimostra su Social Europe lo stringente nesso causale tra le strategie di austerità imposte dalle regole UE e la stagnazione senza precedenti dell’Europa del dopoguerra, che provoca inevitabilmente anche l’impossibilità di ridurre il debito in tempi che non siano epocali.   Per chi ci segue sono cose già note, come deve essere anche chiaro che quella che appare come una “ossessione disfunzionale”, in realtà è una politica strettamente funzionale alla sopravvivenza della moneta unica. 

di John Weeks, 25 febbraio 2016

Con la regolarità delle cattive abitudini, il Financial Times ci assicura che ancora una volta la crescita economica tedesca salva la zona euro dalla morsa della recessione. Appena un giorno dopo, la stessa augusta fonte lamenta la crescita “lenta”  nella zona euro. E pochi giorni dopo la Banca centrale europea ha confermato la mancata ripresa,  promettendo “più” della sua espansione monetaria inefficace e fomentatrice di disuguaglianza.

Il grafico qui sotto mostra la persistente debolezza della ripresa della zona euro. Negli ultimi quattro anni, 2012-2015, solo due paesi hanno registrato un tasso annuo di crescita del 2% o più, una volta in Germania (2014Q1) e per gli ultimi cinque trimestri in Spagna. Dall’inizio del 2010, quando tutti i sei paesi (compresa la Grecia) registravano tassi di crescita positivi, i tassi di crescita medi di quattro paesi sono stati negativi, meno l’1% della Francia e oltre l’1% della Germania, ma ben al di sotto del 2%.

L’economia greca ha subito il peggior crollo, in coincidenza con l’introduzione dell’austerità imposta dai creditori. Se non fosse per quel disastro economico, le performance delle altre economie sarebbero state riconosciute per quello che sono, una stagnazione senza precedenti nell’Europa occidentale dagli anni del dopoguerra.

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Nota: Il tasso di crescita per ogni trimestre è rappresentato dalla variazione rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. I numeri nella legenda riportano il valore medio 2010-2015. Fonte: OECD 

Il grafico successivo mostra il probabile nesso causale di questa stagnazione della crescita. Nel 2010 per rispondere alla crisi greca, i responsabili politici dominanti nella UE hanno intrapreso la loro strategia di austerità pre-keynesiana, l’equivalente economico del salasso per curare le malattie (una pratica medica che in Europa è cessata alla fine del il 18° secolo).

Il grafico allinea tutti i saldi a zero, poi riporta per ogni anno la differenza in punti percentuali su base 2010. Ad esempio, il Portogallo ha avuto il più grande cambiamento, una riduzione del suo deficit fiscale di 8 punti percentuali (non l’8%) e un -3% del PIL per il 2015 (mostrato nella legenda). Non dovrebbe sorprendere che i due paesi con i tassi di crescita più lenti nel primo grafico, la Grecia e il Portogallo, nel secondo grafico sono quelli con i più grandi “miglioramenti” del saldo di bilancio.

Nonostante la riduzione dei disavanzi complessivi per tutti i sei paesi, dopo sei anni solo uno, la Germania, ha registrato un saldo positivo, e in tre dei sei paesi il deficit è rimasto sopra il famigerato criterio di Maastricht del meno tre per cento del PIL. Continuare a perseguire una politica fallimentare per la metà di un decennio si qualifica come ossessione disfunzionale.

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Nota: Per ogni paese il deficit complessivo in rapporto al PIL del 2015 è indicato nella legenda. Fonte: OECD

Il mancato raggiungimento dell’obiettivo dichiarato dei saldi di bilancio e la lenta crescita economica hanno portato ad un secondo fallimento, l’obiettivo di ridurre il debito in rapporto al PIL. Il terzo grafico mostra la variazione percentuale di questo rapporto, con il debito misurato secondo le regole di Maastricht (il rapporto alla fine del 2015 è riportata nella legenda della tabella).

Solo per la Germania il debito in rapporto al PIL è calato, ma prima di complimentarsi per la prudenza e la sana gestione delle finanze pubbliche conviene ispezionare attentamente il grafico. Il rapporto è sceso di un ammontare estremamente modesto di 10 punti percentuali dopo sei anni. Di questo passo il governo tedesco non raggiungerà l’obiettivo di Maastricht del 60% in questo decennio.

Da qui si può trarre una lezione chiara per gli altri paesi, il cui debito in rapporto al PIL è aumentato dai 15 ai 40 punti percentuali (Francia e Portogallo, rispettivamente). La riduzione del deficit attraverso tagli alla spesa e aumenti delle tasse deprime la crescita del PIL. Se anche le misure di austerità alla fine dovessero generare un saldo di bilancio positivo, ai bassi tassi di crescita che derivano da queste politiche depressive della domanda, la riduzione del debito sarebbe di una lentezza glaciale (magari come i cambiamenti climatici, che non sono poi così lenti).

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Nota: Per ciascun paese il rapporto debito/Pil del 2015 è indicato nella legenda. Fonte: OECD

La stagnazione della produzione, accompagnata dal peso dell’eccesso di debito, rende inequivocabile che le regole fiscali disfunzionali dell’UE non possono essere “gestibili”. Esse richiedono una revisione radicale, niente di meno che l’abbandono e / o l’abrogazione dei regolamenti e dei trattati che richiedono ai governi di perseguire politiche di bilancio procicliche.

Questa estate gli elettori britannici affrontano un referendum in-out.  I partiti anti-integrazione sostengono di avere il consenso di gran parte dell’elettorato francese e spagnolo. Il nuovo governo in Portogallo sta rompere o almeno forzare un confronto sulle direttive della Commissione a proposito dei suoi pogrammi di bilancio. In Italia, il primo ministro, che una volta sosteneva con forza la UE, ora minaccia una rivolta contro l’austerità CE.

Il crescente consenso per i partiti di destra anti-integrazione in tutta l’Unione europea richiede una risposta coerente da parte dei progressisti di ogni paese. Un punto centrale del pensiero progressista per l’Unione europea deve essere quello di abbandonare le normative attuali e le politiche di disavanzo e di debito, per passare a una politica fiscale attiva anticiclica.

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