L’intervento di Hans-Olaf Henkel su That Sinking Feeling, a proposito della crisi dell’Eurozona e del Brexit:  “uno dei grandi paradossi della politica di salvataggio dell’euro è che spinge fuori dall’Unione europea la Gran Bretagna, quando è invece proprio la visione inglese dell’integrazione quella che può portare al futuro successo del progetto europeo.”

 

di Hans-Olaf Henkel, autunno 2015

Traduzione di @Rododak

La crisi dell’Eurozona ha avuto profonde conseguenze sul funzionamento dell’Unione europea. Il dramma della Grecia ne è certamente l’esempio più evidente. Dopo sette anni di depressione economica, ad Atene ormai siamo arrivati alla crisi umanitaria. Eppure la classe dirigente greca manifesta un forte impegno a continuare a far parte dell’Eurozona, benché la Grexit, insieme a una ristrutturazione del debito, rappresenti una condizione sine qua non per la ripresa.

Le istituzioni dell’UE e alcuni governi europei presentano la crisi come un buon motivo per spingere verso una maggiore integrazione economica e verso l’unione fiscale. Eppure la dimensione della tragedia è tale, che ormai le sue conseguenze vanno molto oltre la Grecia, perfino oltre i confini di Italia, Portogallo e Spagna. La tragedia dell’Eurozona ha oggi aperto una ferita nella patria di Shakespeare, dove la politiche di salvataggio dell’euro stanno lentamente spingendo il Regno Unito fuori dall’Unione europea.

Al cuore della crisi dell’eurozona c’è l’euro stesso. La moneta unica è stata di gran lunga troppo debole per la Germania e troppo forte per l’Europa del sud, Francia inclusa. Inoltre, una strategia monetaria “taglia unica” alla fine non si adatta a nessuno. Secondo la retorica di Bruxelles, l’eurozona ha bisogno di essere sostenuta unificando i trasferimenti fiscali, in modo da far ripartire l’economia europea. Ma basterebbe riflettere – purché la si conosca – sull’esperienza italiana e sugli infelici esiti dei tentativi di migliorare attraverso trasferimenti fiscali la competitività di una regione schiacciata da una moneta fortemente sopravvalutata, per frenare gli entusiasmi a questo proposito. Eppure, questa considerazione basata sulla lezione della storia non sembra trovare posto nel dibattito mainstream europeo.

Invocare una politica europea maggiormente centralizzata, con un ministero del Tesoro unico, non ha giustificazioni economiche. Ancora peggio, è contrario agli interessi delle economie europee e indebolisce la democrazia in Europa, che funziona al meglio a livello nazionale.

L’unica soluzione percorribile perché le economie dell’Europa del sud tornino sulla strada di una vera crescita economica è una forte svalutazione della loro moneta, in alcuni casi da combinare con una ristrutturazione del debito. E poi, ovviamente, deve seguire una solida strategia economica.

La visione di una “unione sempre più stretta” incorporata nella moneta unica si è trasformata in una trappola per l’Europa del sud. Il prezzo del romanticismo politico delle élite europee è stato la pesante crisi economica, che infragilisce il tessuto sociale in molte società europee e mette a rischio proprio l’Unione europea in sé, rafforzando i partiti radicali populisti che mettono in discussione assolutamente tutti i benefìci derivanti da una integrazione dell’Europa.

Eppure esiste una visione alternativa dell’Unione europea, incentrata sui principi di sussidiarietà, autogoverno e rafforzamento del Mercato Unico. Proprio questa visione, incarnata dalla Gran Bretagna, rappresenta la migliore strategia per un’Europa prospera e forte. Tragicamente, la fede nel “più Europa” come soluzione per i guai dell’eurozona sta seriamente riducendo l’attrattività dell’Unione europea agli occhi dell’opinione pubblica inglese. Uno sviluppo che, in ogni caso, non dovrebbe sorprenderci.

L’eurozona non è un’unione valutaria ottimale. Questo significa che qualsiasi soluzione per rimediare alla crisi che non si indirizzi alla radice del problema, cioè all’euro stesso, può finire col peggiorare la situazione. Molti aspetti della nuova normativa finanziaria europea e l’unione bancaria minano interessi vitali per la Gran Bretagna e trasferiscono maggior potere a Bruxelles.

Inoltre l’eurozona è vulnerabile a crisi ricorrenti, visto che nessuna moneta in un’area valutaria non ottimale può essere soggetta a un regime basato su regole; quindi le promesse fatte al governo inglese non saranno mantenute. La realtà economica verrà sempre a prendersi la sua vendetta, come si è visto chiaramente negli ultimi anni e nel corso dell’apparentemente senza fine serie di summit di emergenza per fronteggiare le crisi che hanno richiesto l’attenzione dei leader europei. L’ultimo atto del dramma greco – ancora in corso – ha provato con evidenza questo aspetto, quando nel 2015 i leader europei hanno deciso di usare il Fondo salva stati per erogare un prestito ponte alla Grecia, nonostante la precedente promessa fatta al governo inglese che l’Esm non sarebbe stato destinato al bailout di paesi dell’eurozona. Dopo di ciò, chi potrebbe aspettarsi che l’opinione pubblica inglese abbia fiducia nella credibilità dell’Unione europea? I continui errori di gestione della crisi dell’eurozona restituiscono un’immagine del progetto europeo che è quella di un fallimento, il che non è di certo un argomento a favore del restare nell’Unione.

La strategia di salvataggio dell’euro, basata su un cieco impegno a salvare l’euro “ad ogni costo”, spiega ampiamente come mai, al contrario di quanto è avvenuto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, in eurozona non si è vista la a lungo agognata ripresa economica. I leader europei hanno sacrificato sull’altare dell’euro il benessere di milioni di cittadini europei . Gli appelli a una maggiore armonizzazione, alla centralizzazione e a mettere in comune il debito non possono risolvere la situazione. Questa si può sanare soltanto smantellando in modo controllato l’eurozona. Il riallineamento dei tassi di cambio è un passaggio obbligato per la ripresa economica in Europa. La filosofia fallimentare della “unione sempre più stretta” deve essere rigettata per far rivivere il progetto europeo. Uno dei grandi paradossi della politica di salvataggio dell’euro è che spinge fuori dall’Unione europea la Gran Bretagna, quando è invece proprio la visione inglese dell’integrazione quella che può portare al futuro successo del progetto europeo.

Ne consegue che l’appello inglese a riformare l’Unione europea deve essere sostenuto, ma anche che la classe dirigente inglese deve capire che l’euro è anche un suo problema. Non far parte dell’eurozona non rende il Regno Unito immune alle conseguenze della sua crisi.