Movimento per la democrazia in Europa – A cosa servono gli Stati Uniti D’Europa?

Nell’articolo apparso su Flassbeck-Economics l’economista Martin Hoepner  analizza il manifesto e gli obiettivi di DiEM25, la nuova iniziativa lanciata dall’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis. A emergere è il quadro di un movimento alquanto contraddittorio, che sceglie di ignorare le problematiche strutturali alla base dell’Unione monetaria e ne propone il superamento con un ulteriore accentramento politico. Secondo Hoepener negli “Stati Uniti D’Europa” auspicati da DiEm25  persisterebbero le evidenti asimmetrie economiche dell’attuale Unione Europea e, di conseguenza, lo stesso deficit democratico. Come già fatto in Italia dal prof. Alberto Bagnai, Hopener smonta lucidamete la teoria del “Più Europa”, mettendone in evidenza le ingongruenze di fondo e l’incoerenza dei suoi fautori.

di  Martin Höpner, 15 febbraio 2016

Traduzione di Stefano Solaro

Martedì 9 Febbraio al teatro Volksbuehne di Berlino si è tenuto l’evento inaugurale di DiEM25, l’autorevole iniziativa lanciata dall’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis.

L’abbreviazione “Diem” sta per “Democracy In Europe Movement” (Movimento per la democrazia in Europandr), mentre 2025 sta per l’anno in cui si aspira a creare il primo Stato Europeo (di questo parlerò in modo approfondito più avanti).

L’evento è stato organizzato in modo estremamente professionale e ha trovato grande eco nella stampa e sui social network. Non si può che fare i complimenti agli attivisti di DiEM25 per l’impegno dimostrato. Nella sostanza, purtroppo, l’impressione che lascia quest’iniziativa è desolante.

Eppure il punto di partenza dell’iniziativa è parso assolutamente azzeccato. Infatti, mettere la gestione autoritaria della governance europea al centro dell’evento e del manifesto del movimento (consultabile qui) era e resta un’ottima idea. E’ dall’inizio della crisi dell’euro che le istituzioni europee intervengono in modi fino a quel momento impensabili nei processi democratici e nelle autonomie delle parti sociali. Nello specifico questo avviene attraverso le direttive della Troika, il Fiscal Compact, il nuovo sistema di monitoraggio e correzione dei conti pubblici, e il processo politicamente guidato di acquisto di bond da parte della BCE.

Gli effetti sulla democrazia di queste misure vengono dipinti dagli attivisti con colori cupi.

Durante il dibattito si parla di tecnocrati irresponsabili, d’istituzioni dubbie, di un fatalismo pseudo-tecnico che punta a escludere il demos dalla democrazia – e, stando ad ascoltare, non si può che essere completamente d’accordo.

Purtroppo, la conseguente e appassionata discussione su queste problematiche è accompagnata da un silenzio eloquente su tutto ciò che ha a che fare con l’euro o, più in generale, con i requisiti di convergenza di un’unione monetaria. Presumibilmente si tratta di un silenzio dovuto a motivazioni strategiche, in quanto su questi punti le forze progressiste di diversi paesi finirebbero inevitabilmente per litigare. Ma la mossa strategica di sostituire l’analisi dei problemi con slogan integrazionisti non può funzionare. Al contrario, conduce a una disamina ingenua, vuota di significati politico-economici, e profondamente vulnerabile.

La connessione tra la crisi dell’euro e gli interventi delle istituzioni europee non è casuale.

Si tratta piuttosto della risposta all’ampio gap che sussiste tra i severi requisiti di convergenza dell’euro da una parte, e l’incapacità e la riluttanza degli Stati membri a rispondere a queste esigenze dall’altra. La rinuncia al sistema di aggiustamento dei tassi di cambio non può funzionare senza la capacità e la volontà di sincronizzare salari e prezzi. Né l’una né l’altra sono realisticamente presenti, data la diversità dei regimi di negoziazione dei salari all’interno della zona euro, data la coesistenza di orientamenti perlopiù individualistici e mercantilistici, e data la mancanza di un qualsiasi coordinamento salariale (qui una spiegazione più dettagliata). In questo contesto è molto più semplice stabilire procedure che mirano a compensare la mancanza di un coordinamento transnazionale dei salari e, in ultima analisi, spezzare l’autonomia delle parti sociali. Questo è il prezzo dell’euro.

Se, alla pari di DiEM25, si vuole rimanere aggrappati alla moneta unica, si dovrebbe almeno fare cenno al modo in cui si pensa di sincronizzare altrimenti salari e inflazione.

Lo stesso discorso vale per gli interventi su mercato del lavoro e politiche sociali.

Questi settori hanno un notevole impatto sulla politica salariale: con le politiche del mercato del lavoro si influenza il potere contrattuale dei sindacati, mentre con le politiche sociali si stabilisce un salario minimo de facto. Di conseguenza, in un regime di cambio fisso cresce la richiesta di misure che agiscano su queste categorie. Quest’ultime devono essere applicate al fine di sostenere la sincronizzazione di salari e inflazione, e di bilanciare eventuali squilibri.

Fin qui la teoria. Nella pratica, tuttavia, l’euro è composto da democrazie che vedono alternarsi al governo partiti con approcci agli antipodi sui temi sociali. Si tratta di Stati che hanno sistemi politici, dinamiche, tradizioni e percezione dei problemi estremamente diverse tra loro.

Se allora l’euro va a tutti i costi difeso, deve essere chiaro che le condizioni per la sua esistenza saranno costantemente violate fintantoché gli Stati membri resteranno libere democrazie. Diventa allora del tutto consequenziale che le libertà di queste democrazie siano limitate da interventi di carattere tecnocratico, fino ad arrivare a una sospensione de facto delle condizioni democratiche nei paesi in crisi. In breve: chi critica il sistema di governo autoritario in Europa deve essere capace di analizzare la costellazione economica da cui questo autoritarismo è scaturito. Forse gli attivisti di DiEM25 hanno trovato una soluzione indolore al conflitto tra gli imperativi dell’Euro, da un lato, e la democrazia e le autonomie delle parti sociali, dall’altro. Nel manifesto, però, per ora non ve n’è traccia.

Cosa vuole allora DiEM25?

L’arcano viene svelato nel paragrafo “Che fare ora? Il nostro orizzonte”. Varoufakis e i suoi colleghi chiedono la convocazione di un’Assemblea Costituente entro i prossimi due anni e l’entrata in vigore di una Costituzione europea entro il 2025. DiEM25 si aggiunge così alla lista di tutti quelli che vedono un radicale accentramento politico come la soluzione a tutti i problemi. Questo obiettivo può essere più o meno condivisibile, ma la domanda è: in che modo gli Stati Uniti d’Europa possono realmente contribuire alla soluzione della crisi dell’euro?

In un immaginario Stato Europeo quale sarebbe il ruolo delle parti sociali?

Venire esautorate di qualsiasi potere e seguire diligentemente le direttive di Bruxelles?

Gli eterogenei welfare europei lasceranno il posto a un unico welfare comunitario che andrà bene ugualmente sia per la Romania che per la Svezia? Per quale motivo agli attivisti non è venuto in mente che gli evidenti deficit democratici dell’attuale Unione Europea potrebbero riprodursi con modalità identiche negli Stati Uniti d’Europa? Si aspettano un’immediata nascita di un sistema partitico europeo composto da partiti transnazionali?

E si aspettano che questi possano avere sufficiente coerenza interna da consentire loro di fornire ai cittadini distinti programmi politici tra cui scegliere? Ciò sembra altamente improbabile fino a quando la crisi dell’euro continuerà a dividere politicamente l’Unione Europea non tra destra e sinistra, ma tra nord e sud….

Forse tutto ciò non è nemmeno il focus del discorso, mentre il vero obiettivo non era altro che quello di scrivere un manifesto che perorasse in qualche modo la causa del “Più Europa”, rivolgendosi principalmente agli integrazionisti più irriducibili. Anche perché riesce difficile credere che facciano davvero sul serio. L’ultima assemblea che ha elaborato una Costituzione Europea ha costretto le elite comunitarie a raccogliere i cocci a lungo, dopo i referendum persi in Francia e Olanda nel 2005.

Quegli anni sembrano ora tempi decisamente più felici per l’integrazione europea, anche se allora non era questa la sensazione diffusa. Alla luce dell’attuale calo del sostegno pubblico all’UE (come dai dati dell’Eurobarometro consultabili qui e qui), l’idea che un trattato d’istituzione degli Stati Uniti D’Europa possa non solo avere successo nei 28 diversi parlamenti, ma anche passare i necessari referendum, sembra quanto meno stravagante.

Ma gli attivisti sono davvero all’oscuro di queste problematiche? No, le conoscono benissimo, e l’abisso che passa tra le loro idee e la volontà dei cittadini è evidente.

L’Assemblea Costituente, così scrivono in modo esplicito, “avrà il potere di decidere su una futura costituzione democratica che in un decennio sostituirà del tutto i trattati europei”.

La Costituzione Europea dovrà quindi sgattaiolare alle spalle di parlamenti e referendum nazionali, mentre l’Assemblea non dovrà presentare nessun progetto, solo prendere delle decisioni. Una volta letto questo punto, si può tentare di chiudere gli occhi, fare un respiro profondo e sperare che, una volta riaperti, questa frase non sia mai stata scritta. Invece quanto appena letto è ancora lì, nero su bianco.

Che cosa dovremmo farcene? E cosa dovremmo pensare quando gli attivisti spiegano che la da loro auspicata creazione di uno Stato Europeo rischierebbe di venire bloccata dalla porta di servizio delle corti costituzionali degli Stati membri dell’UE? Dovremmo forse considerare tutto ciò (è questo è il mio suggerimento a fin di bene) come una spericolata provocazione da non prendere troppo alla lettera?

L’impressione che lascia DiEM25 è quella di un blocco di liberali di sinistra e integrazionisti radicali che hanno un atteggiamento incurante di fronte ai reali problemi dell’Euro, mentre cercano invece di imporre i loro Stati Uniti d’Europa sul demos.

Bene, non si tratta dei primi che propongono un programma di questo tipo, e non saranno di certo gli ultimi. Ma c’è una cosa che gli attivisti dovrebbero almeno evitare di menzionare: la democrazia.

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