Wren-Lewis: L’Argomento Forte Contro l’Indipendenza delle Banche Centrali

Il celebre professore di Oxford Simon Wren-Lewis riassume nel suo blog l’argomento fondamentale contro l’indipendenza della banca centrale: in breve, la necessità di tenere spazio per politiche fiscali espansive finanziate dalla creazione di moneta. Queste ultime avrebbero facilmente potuto scongiurare il ritorno degli anni ’30. E invece ci siamo tornati. (Come sottolinea il prof. Bagnai nel suo blog, questa è la tipica riscoperta dell’acqua calda – e non priva di qualche imprecisione. Ma è pur sempre una conferma autorevole.)

 

di Simon Wren-Lewis, 5 marzo 2016

Personalmente, penso che dare alle banche centrali il potere di decidere quando modificare i tassi d’interesse (cioè renderle indipendenti) sia una una forma sensata di delega del potere, purché sia fatto opportunamente. So che molti lettori di questo blog non saranno d’accordo. A volte, però, gli argomenti contro le banche centrali indipendenti sono alquanto deboli. E questo è un peccato, perché ritengo ci sia un argomento molto forte da avanzare contro l’indipendenza delle banche centrali. Lasciatemi spiegare quali.

Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale c’era consenso, almeno negli Stati Uniti e nel Regno Unito, sul fatto che il raggiungimento di un adeguato livello di domanda aggregata e di controllo dell’inflazione fossero obiettivi prioritari dei governi. Ciò implicava che i governi avessero familiarità con i concetti economici keynesiani, e che anche anche nel dibattito pubblico l’impostazione keynesiana fosse ampiamente nota e accettata. Qui dico “keynesiano” in senso ampio, nel modo in cui lo era anche Milton Friedman (che infatti usò un modello teorico di riferimento di tipo keynesiano).

Una storia che molti raccontano è che tutto ciò finì a pezzi negli anni ’70 a causa della “stagflazione”. Nel senso in cui l’ho definita, ciò è falso. Il modello di riferimento keynesiano dovette essere modificato per adattarsi ai nuovi eventi, certo, ma fu modificato con successo. I tentativi degli economisti neoclassici di soppiantare il pensiero keynesiano negli ambienti politici fallì, come spiego qui.

Il cambiamento più importante fu la fine di Bretton Woods e l’inizio di un sistema di tassi di cambio flessibili. Questo fu un passaggio fondamentale che permise che il discorso sulla gestione della domanda si spostasse dalla politica fiscale alla politica monetaria. Nel momento in cui ciò successe, rese possibile l’argomento a favore della delega del potere verso la banca centrale. Gli accademici parlarono di “time inconsistency” e di “bias inflazionistico”, ma gli argomenti persuasivi furono anche più semplici. Chiunque avesse lavorato nei ministeri delle finanze sapeva che i politici erano spesso tentati e talvolta costretti all’uso della politica monetaria per fini politici anziché economici, e la cruda evidenza che la delega del potere a una banca centrale indipendente riduceva l’inflazione appariva piuttosto forte.

Ciò permise la creazione di ciò che ho definito “consensus assignment” [locuzione difficilmente traducibile, NdT], secondo il quale la gestione della domanda deve essere assegnata esclusivamente alla politica monetaria, messa in atto da banche centrali indipendenti che perseguono determinati obiettivi di inflazione, e le politiche fiscali devono invece concentrarsi sull’evitamento dei deficit. La Grande Moderazione sembrava aver fatto proprio questo “consensus”.

Tuttavia, il “consensus assignment” aveva un tallone d’achille. Questo tallone d’achille non era la crisi finanziaria globale (che è derivata da un fallimento nella regolamentazione finanziaria) ma il problema del tasso nominale vicino allo zero (lo “zero lower bound”). Sebbene molti macroeconomisti si fossero posti il problema, le loro preoccupazioni furono silenziate dal fatto che l’azione fiscale rimaneva sempre possibile, in ultima istanza. Per molti di loro, l’idea che i governi non potessero usare la politica fiscale era inconcepibile: dopotutto, l’economia keynesiana era familiare a chiunque avesse studiato Econ101 [il corso di base del primo anno di università, NdT].

Ciò però si rivelò ingenuo. Governi e mass media ricordarono a tutti che  il compito di badare all’economia era stato delegato alla banca centrale, e che la preoccupazione del governo doveva essere solo quella del deficit. I macroeconomisti avrebbero dovuto vedere i segnali d’allarme nel 2000, quando fu creato l’euro. La politica monetaria fu tolta ai singoli governi dell’unione, ma il Patto di Stabilità e Crescita era ancora tutto incentrato sulla riduzione del deficit, senza alcuna menzione a un possibile ruolo anticiclico. Quando gli economisti, nel 2009, dissero ai politici che avrebbero dovuto intraprendere azioni di stimolo fiscale per contrastare la recessione, a molti politici questo sembrò semplicemente sbagliato. Per altri il crescente deficit fu un’occasione per vincere le elezioni e tagliare la spesa pubblica.

I macroeconomisti furono ingenui anche sulle banche centrali. Supponevano che una volta che i tassi nominali si fossero avvicinati allo zero, le banche centrali si sarebbero immediatamente e pubblicamente rivolte ai governi per comunicargli di aver fatto tutto il possibile, e che adesso sarebbe stato il loro turno. Ma per diverse ragioni non lo fecero. Le banche centrali avevano contribuito a creare il “consensus assignment”, ed erano troppo attaccate al potere che gliene veniva per ammettere di avere un tallone d’achille. Oltre a questo, alcuni economisti erano così affascinati dal potere di questo “Achille” da negare che esso potesse avere una vulnerabilità.

Dal 2010, quando iniziò l’austerità, il danno causato dall’indipendenza delle banche centrali divenne chiaro. Una di queste banche centrali, la BCE, rifiutò di sostenere uno dei governi e permise che una crisi finanziaria del debito greco diventasse una crisi più ampia dell’eurozona. La successiva ossessione per l’austerità avvenne in parte perché i governi non videro più la gestione della domanda come una propria fondamentale responsabilità, e perché l’agente al quale avevano delegato questa responsabilità rifiutò di ammettere che non era più in grado di svolgere la propria mansione. Ma fu anche peggio di così.

Gli economisti sapevano che il governo poteva, volendo, sempre portare l’economia fuori dalla recessione causata dalla mancanza di domanda, indipendentemente dalle eventuali preoccupazioni a breve termine sul debito. Lo strumento di sicurezza per poterlo fare era l’espansione fiscale finanziata da moneta. Questo stimolo fiscale coperto dalla creazione di moneta era il mezzo grazie al quale la Grande Depressione avrebbe potuto non ripetersi mai più. Ma l’esistenza delle banche centrali indipendenti rese impossibile l’espansione fiscale finanziata da moneta, in un momento in cui c’erano governi ossessionati dal debito, perché né il governo né la banca centrale poteva creare moneta affinché il governo la spendesse. Le banche centrali erano ben felici di creare moneta, ma rifiutarono di farlo per eliminare direttamente il debito pubblico mentre lo acquistavano, e dunque i governi, ossessionati dal debito, si sono imbarcati in un’opera di consolidamento fiscale nel bel mezzo di un’enorme recessione.

Il risultato è stata una ripresa lenta e dolorosa dalla Grande Recessione. Gli economisti non hanno sbagliato a comprendere l’economia. L’espansione fiscale finanziata da moneta vi porta fuori dalla recessione senza alcun immediato aumento del debito. Ma nell’incoraggiare l’indipendenza delle banche centrali, gli economisti hanno contribuito a creare l’ossessione per l’austerità e per un’organizzazione istituzionale che rendeva impossibile la messa in atto di una politica anti-recessione.

Ho cercato di definire questo argomento nel modo più forte possibile. Penso che si possa anche criticare questo mio argomento, ma bisogna farlo solo dopo che i macroeconomisti avranno riconosciuto il problema che esso mette in luce.

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