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Donald Trump: La rivalsa della base

Segnalato e tradotto da Lorenzo, un eccellente articolo del settimanale tedesco Die Zeit sull’ascesa di Donald Trump: una reazione a 30 anni di turlupinamenti dell’elettorato da parte dei politici,  catturati dal grande capitale per il finanziamento delle loro campagne elettorali.  

Per lungo tempo le élites partitiche americane hanno fatto politica a vantaggio dei ricchi. Così hanno preparato il terreno per un demagogo come Donald Trump

Di Heike Buchter e Roman Pletter

Traduzione di Lorenzo

Die Zeit n. 11/2016,  3 marzo 2016

L’anestetico non fa più effetto. Per trent’anni ha tenuto sedati gli americani. Entrò loro in testa nel corso degli anni ottanta coi discorsi del presidente Ronald Reagan, che voleva ridurre le competenze statali e sosteneva che anche i poveri avrebbero tratto beneficio da una minor tassazione delle ricchezze. Reagan lo chiamò trickle down o effetto-sgocciolamento: il benessere sarebbe filtrato attraverso gli strati sociali in direzione verso il basso.

La nozione di ‘sgocciolamento’ è diventata, letteralmente, il medium elettorale di tutti i presidenti successivi. Per finanziare le loro campagne avevano bisogno dei finanziamenti da parte di sponsor facoltosi, e per ottenerli promettevano loro di ridurre le tasse e deregolare i loro settori d’attività. L’effetto-sgocciolamento consentì loro di sdoganare il programma presso i ceti medi, che altrimenti non l’avrebbero mai votato. Una parte la giocò anche la metafisica del Sogno Americano, in base al quale chiunque lavori duro può arricchirsi, soprattutto in condizioni di libero mercato. Anche Bill Clinton, il successore di Reagan, pur essendo un liberal di sinistra, portò avanti queste idee, convincendo i suoi elettori che un’ulteriore riduzione dello stato sociale avrebbe giocato a loro favore.

Poi arrivò la grande crisi finanziaria del 2007. I successori di Clinton, George W. Bush e Barack Obama, proseguirono fieramente la solita narrativa. Quando decisero di salvare le banche colle tasse dei contribuenti, i loro ministri delle finanze, reclutati a Wall Street, spiegarono ai cittadini che anche questo veniva fatto nel loro interesse. Ma quando le medesime banche, senza soluzione di continuità, si diedero ad espropriare milioni di cittadini che non potevano più pagare i mutui, milioni di americani persero la pazienza. Da allora non si lasciano più anestetizzare colla promessa del benessere gocciolante; e Donald Trump è riuscito a volgere questa situazione a suo vantaggio.

 

La promessa di Trump: con me farete tanti quattrini da avere il mal di testa

Ciò che meglio illustra il legame creatosi fra il miliardario e quanti sono (o pensano di essere) deufradati dal sistema, sono gli slogan sempre uguali coi quali il primo risponde a qualsiasi domanda: “non combiniamo più niente di buono. Ci rimettiamo colla Cina, ci rimettiamo col Messico, sia negli scambi commerciali che nelle questioni di confine. Ci rimettiamo a 360 gradi”.

Ai suoi sostenitori Trump somministra un eccitante al posto del sedativo. Grazie ai suoi attacchi contro le donazioni elettorali, la libertà di commercio, la forza lavoro sottopagata importata dall’estero e i privilegi garantiti alle grandi imprese – insomma contro tutto ciò che i partiti instaurati al potere giustificano in base all’effetto-sgocciolamento – è diventato il candidato repubblicano più quotato nella corsa per la Casa bianca. Mette in parole ciò che tanti cittadini sperimentano nella loro vita quotidiana: il benessere non gocciola affatto verso il basso; il cittadino non ha chances di ascesa sociale; sempre più americani sono privi di prospettive.

Sarebbe irrilevante discettare se Trump abbia ragione quando dice che l’America nel suo complesso ci ha rimesso. La questione è che un gran numero di elettori si sentono penalizzati dal sistema e sono ormai furibondi. Si sono accorti che il trickle down è un trickle up: la ricchezza tende a concentrarsi verso l’alto. E non hanno torto: 30 anni fa, con Reagan, il 9% del prodotto nazionale americano apparteneva allo 0,1 % della popolazione. Oggi lo stesso gruppo ne possiede il 22%, mentre l’1 per cento possiede quasi metà del prodotto nazionale.

Anche la narrativa del sogno americano non convince più. La mobilità sociale si è ridotta dai tempi di Reagan: “soprattutto i maschi nati fra la fine degli anni cinquanta e gli anni sessanta sono stati penalizzati dalla ridotta mobilità sociale”, scrivono gli economisti Aaronson e Bhashkar Mazumder della Banca centrale di Chicago. Un sondaggio del Pew Research Center stabilisce che due terzi degli americani ritengono che il mercato del lavoro non offra ai loro figli alcuna prospettiva di miglioramento della propria posizione sociale.

Trump promette a questa gente il ritorno del Sogno Americano e del successo. Dice testualmente: “faremo soldi a palate. Da non poterne più. Mi direte: per carità signor presidente non ce la facciamo più, ci scoppia la testa, facciamo una pausa. Ma io risponderò: mai e poi mai, prima dobbiamo rifare grande l’America”.

Suona un po’ strambo. Ma con simili uscite questo grande imprenditore ha occupato una nicchia di mercato lasciata vacante dagli altri candidati repubblicani, concentrati nella caccia ai finanziamenti al punto da perdere di vista le esigenze dei propri elettori.

Guardate Jeb Bush. Dopo padre e fratello, spettava al cadetto della dinastia inanellare l’ennesimo trofeo presidenziale. E invece, nonostante avesse il maggior numero di donazioni, una settimana fa Bush ha gettato la spugna recitando il seguente atto di contrizione: “spiacente di aver tradito le attese”. Si noti che questo pover’uomo non intendeva scusarsi coi propri sostenitori o coll’elettorato, ma coi suoi sponsor miliardari, in primo luogo imprenditori dell’industria energetica e petrolifera, ai quali aveva promesso un’ulteriore deregolamentazione del settore! Per una volta il denaro non gli è servito. Nello Iowa Bush ha investito tanti quattrini e riscosso così pochi voti, circa il 2,8 %, che ciascuno di essi gli è costato mediamente 2800 dollari.

Il ritiro di Bush segna l’inceppamento – quantomeno momentaneo – di un meccanismo politico che ha marciato per decenni: le donazioni vincevano le elezioni e le vittorie partorivano leggi compiacenti verso i donatori. Soprattutto i repubblicani si proponevano come partito del mondo delle imprese. I grandi capitalisti sceglievano i propri candidati nel corso di incontri riservati e le elezioni diventavano una specie di corsa agli armamenti. Nel 2004 i candidati avevano speso circa 700 milioni di dollari per le loro campagne, nel 2012 si è passati a 2,6 miliardi.

Lo scrittore David Frum, che compilava i discorsi di George W. Bush, ha recentemente descritto, in un saggio comparso aulla rivista Atlantic, il grossolano autoinganno in cui si crogiolava la dirigenza del partito, quando pretendeva di uniformare le aspettative degli sponsor con quelle della base: “la maggior parte dei repubblicani si preoccupa del potere eccessivo esercitato dai ricchi. Ma i loro dirigenti contribuiscono ad ingigantirlo ulteriormente”. Invece di abbassare le tasse agli elettori le abbassavano alle imprese. Nel corso delle trattative sul bilancio con Obama, diversi deputati hanno preferito rischiare di trascinare il Paese in bancarotta pur di continuare a ridurre il bilancio statale.

Una parte importante dell’elettorato non accetta più questa impostazione. Secondo il centro sondaggi Gallup il trenta per cento dei repubblicani vogliono aumentare le tasse sui ricchi, e in modo radicale. Ciononostante nel 2012 la dirigenza del partito impose come principale candidato per le presidenziali il finanziere Mitt Romney, famoso per il suo management estremamente austeritario. Come osservò un altro candidato, Mike Huckabee, “Romney è l’uomo dei licenziamenti più che delle assunzioni”.

Romney non è stato il solo errore compiuto dall’estabilishment repubblicano. Esso ha trasformato la battaglia contro la riforma sanitaria di Obama in un cavallo di Troia per la distruzione dello welfare pubblico. Ma nemmeno i radicali del Tea Party combattono lo stato sociale in sé. Vogliono solo che le prestazioni sociali vadano a chi le finanzia. L’opposizione della borghesia – prevalentemente bianca – ad Obamacare, nasce dal fatto che i loro contributi finanzieranno l’assistenza sanitaria delle minoranze e dei migranti.

La dirigenza del partito ha anche sottovalutato l’avversione della base nei confronti dell’immigrazione (sia legale che illegale) allorché, per venire incontro alle richieste dei suoi sponsor miliardari, ha reso più facile la concessione della cittadinanza. Gli immigrati poco qualificati tornano utili alle aziende che vogliono lavoro sottopagato. Ma gli americani che hanno perso il posto di lavoro (delocalizzato in Cina grazie all’ideologia del libero scambio) e/o devono competere coi migranti per posti sottopagati, non gradiscono questi bei progetti. Stando a una ricerca dell’associated Press, solo quattro repubblicani su dieci sono favorevoli alla concessione della cittadinanza agli immigrati illegali. Non ne possono più di rimetterci.

La dirigenza repubblicana sbagliava a pensare che la base condividesse la sua politica economica ultraliberista

Le proposte di Trump puntano a far presa su costoro: un muro al confine col Messico – a spese di quest’ultimo! – per tener lontani gli immigrati; pesanti tasse sulle importazioni d’auto, in modo da costringere le aziende a reimpatriare i posti di lavoro; misure punitive per la Cina se continua a manipolare il valore dello yuan. Come riuscirci? All’uopo ha scritto il libro “L’arte di fare affari”: la dirigenza cinese dovrà accettare le sue proposte. Trump vuole anche abolire l’odiata Obamacare e sostituirla con “qualcosa d’incredibile”. Le tasse sul lavoro saranno ridotte, e per farlo Trump vuole impedire al grande capitale di continuare ad aggirare il fisco.

Le sue proposte formano un quadro coerente: l’immigrazione, il commercio, l’oppressione esercitata dal grande capitale, il senso di un passato migliore da ricostruire. Trump tesse il suo bozzolo sviluppandolo ora a destra, ora a manca, in modo da racchiuderci le aspettative dei bianchi disillusi, privi di istruzione superiore, i cui salari sono stati progressivamente falcidiati, e per difendere i quali nessuno è disposto a fare donazioni milionarie. Costoro stanno trasformando la sua campagna in una marcia trionfale. Nel contempo si sforza di allargare la propria base di riferimento.

Trump autofinanzia la sua campagna. Si fa beffe dei politici ai quali, in qualità di imprenditore, ha concesso a sua volta donazioni: “faccio donazioni a tutti. Mi telefonano e io snocciolo i quattrini. Dopodiché? Quando ho bisogno di qualcosa, due, tre anni dopo, li richiamo, e loro pronti a ubbidire. E’ un sistema perverso”. I suoi sostenitori apprezzano il fatto che alla fine qualcuno dica la verità. Le potenzialità totalitarie di alcune sue proposte, come il divieto di ingresso ai musulmani o la legalizzazione della tortura, li entusiasmano anziché scandalizzarli.

La tragedia del partito repubblicano è che i suoi dirigenti finora non sono riusciti a fermare Trump, e anche questo è legato alla questione delle elargizioni elettorali. All’inizio del 2010 alcuni attivisti conservatori riuscirono ad ottenere dal tribunale supremo l’abolizione di ogni limite alle donazioni. Da allora si sono formati i cosiddetti Super PACs, organizzazioni grazie a cui i superricchi appoggiano i loro candidati a volontà.

La rivoluzione divora i suoi figli. Per osteggiare Trump il partito dovrebbe unirsi dietro a una singola candidatura (e si badi, chiunque sia chiamato a coprirla sarebbe stato, fino a pochi anni addietro, osteggiato a sua volta come un fanatico ultraconservatore; ma bisogna scegliere il male minore). Senonché i miliardari che spalleggiano i vari candidati non vogliono mollare le loro creature. Ad esempio John Kasich, il governatore dell’Ohio ormai fuori gioco, rimane in corsa grazie ai milioni di Wall Street. La sua presenza impedisce di concentrare i voti su un candidato capace di coagulare il voto moderato. Prima i repubblicani hanno spaccato il Paese, adesso stanno distruggendo il loro partito.

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