Una cultura della crudeltà: l’era del neoliberalismo autoritario

Henry Giroux, lo studioso americano padre della pedagogia critica, fa un quadro drammatico, completo e coerente sulla crudeltà e la violenza della società americana (di cui non possiamo non notare l’ombra cupa che si estende in Europa),  toccando molteplici aspetti, dal violento attacco allo stato sociale, ai sindacati, all’università, ai lavoratori, agli studenti, e ai giovani in generale. Nella parte finale una proposta di azione per un cambiamento che è innanzitutto culturale, in chiave pedagogica e formativa.  Da Counterpunch.

 

di Henry Giroux, 23 ottobre 2015

Traduzione di @Rododak

L’incubo della società totalitaria prefigurata da George Orwell avanza come un’ombra oscura sugli Stati Uniti.

Mentre la società americana si è trasformata da Stato incentrato sui cittadini a Stato incentrato sulla guerra, le istituzioni un tempo create per limitare la sofferenza e le conseguenze delle avversità e proteggere i cittadini dallo strapotere del mercato sono state indebolite o cancellate (1). Lasciando avvizzire – se non svuotando completamente – il contratto sociale, dai principi della democrazia è stato rimosso ogni discorso sulla responsabilità sociale.

Ridotta a oggetto di disprezzo dagli estremisti della destra, l’eredità dei princìpi democratici oggi si sta spegnendo a causa di un ordine sociale segnato dall’indurimento della cultura e da un’etica del “vinca il più forte” senza precedenti. Un’etica gretta, che va contro qualsiasi idea di solidarietà e compassione che implichi il rispetto degli altri. Le conseguenze di questa forma di autoritarismo emergente ci parlano di una esperienza nuova di terrore globale nel ventunesimo secolo.

Gli elementi di base di questo nuovo autoritarismo si possono distinguere chiaramente nell’attuale e violento attacco allo stato sociale, ai sindacati, all’università, ai lavoratori, agli studenti, ai giovani delle minoranze povere e a qualsiasi resto del contratto sociale. L’ideologia politica e la pratica del libero mercato, con la loro enfasi sulla privatizzazione dei beni pubblici, sull’abolizione delle protezioni sociali e sulla deregolamentazione delle attività economiche ora modellano praticamente ogni istituzione regolatoria politica ed economica.

I mercati oggi usano le loro risorse economiche ed ideologiche per militarizzare e armare ogni aspetto della vita di tutti i giorni: sostenuti da una cultura della paura, da una pedagogia della repressione, dall’esaltazione della celebrità banale, dall’estetica dei giochi televisivi e da politiche di precarietà, controllo e sorveglianza di massa.

Un mondo di oscurità, segretezza e assenza di regole ora caratterizza un movimento profondo, privo di scrupoli nel suo assalto alla ricchezza e al potere e indifferente al saccheggio dell’umanità e del pianeta. Il terrore circonda tutto, nascosto dietro lo sdoganamento dell’avidità, l’esaltazione degli spettacoli violenti, una macchina aziendale di controllo dei consumatori, che inietta nella collettività l’assuefazione alle gratificazioni momentanee.

Oggi non si vedono i campi di lavoro o di concentramento che hanno caratterizzato le tragedie dei regimi totalitari del ‘900. Eppure, come può testimoniare una generazione di giovani di colore, non c’è bisogno di essere in carcere per sentirsi imprigionati. Soprattutto quando è sempre più difficile controllare la propria vita e i propri mezzi in modo che abbiano un significato.

Oggi la politica è gestita a livello nazionale mentre il potere è globale (2). I mercati globali oggi surclassano il livello nazionale, rendendo obsolete la cultura politica e le istituzioni che hanno caratterizzato l’era moderna. L’élite finanziaria oggi naviga al di sopra dei confini nazionali e non si occupa minimamente dello stato sociale, del bene comune e in generale di qualsiasi istituzione non subordinata ai dettami del capitalismo finanziario. Le élite al potere non fanno alcuna concessione nella loro corsa al potere e al profitto.

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Il mantra della deregolamentazione, privatizzazione, mercificazione e il flusso incontrollato di capitali ora controllano la politica e concentrano il potere nelle mani dell’un per cento. La lotta di classe si è fusa con le politiche neo-conservatrici e attiva una continua guerra, in casa e all’estero. Non ci sono più spazi di salvezza al riparo dagli accumulatori compulsivi di ricchezza e dai tentacoli di uno stato che sorveglia e punisce. L’imperativo di base del capitalismo-roulette è ormai diventato il nuovo pensiero comune: dall’eliminare la tassazione aziendale al trasferire la ricchezza dal pubblico al privato; dallo smantellare ogni regola per le imprese all’abbandonare al mercato l’intera regolamentazione della vita sociale.

Qualsiasi nozione praticabile dei valori di società, di solidarietà e di democrazia condivisa oggi è vista come una patologia, sostituita dall’ etica della sopravvivenza del più forte, dalla celebrazione dell’interesse personale e da una nozione del bene della vita interamente legata a una insulsa etica consumistica (3).

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Alle radici della nascita dello stato autoritario e delle forze che si nascondono nell’ombra c’è una politica che deve molto alla incentivazione dell’amnesia storica e sociale. Il nuovo autoritarismo deve moltissimo a ciò che Orwell una volta definì “una stupidità protettiva”, che impedisce la vita politica e spoglia il linguaggio del suo contenuto critico (4).

Il neoliberalismo autoritario ha modificato il linguaggio della politica e della vita di tutti i giorni attraverso una perfida pedagogia pubblica, che capovolge ragioni e torti e rende normale una cultura fatta di paura, guerra, controllo e sfruttamento. Di fatto, la pesante mano di un controllo di stampo orwelliano è evidente in quelle strutture culturali dominanti che si estendono dalle scuole alla cultura di stampa, audio e schermi, che oggi funzionano come una “macchina per impedire l’immaginazione”, che attacca qualsiasi politica che si dichiari educativa nel suo sforzo di rendere possibili le condizioni per cambiare “i modi in cui le persone potrebbero pensare criticamente”. (5)

L’università rappresenta un’area dove il neoliberalismo scatena la sua guerra contro qualsiasi campo degli studi che possa incoraggiare gli studenti a coltivare il pensiero critico. Un esempio molto evidente se ne è avuto in Nord Carolina, dove i membri del Partito Repubblicano che controllano il Consiglio hanno decimato l’università dello stato, tagliando ben 46 corsi di laurea. Un membro ha difeso i tagli dichiarando “Noi siamo capitalisti e dobbiamo studiare qual è la domanda e dare risposte a questa domanda” (6). Si tratta di qualcosa di più di un esempio di cruda strumentalizzazione economica, è anche una ricetta per instaurare una cultura accademica priva di riflessione e una sorta di stupidità prona a quello che Hannah Arendt una volta ha definito totalitarismo. In Wisconsin, il governatore Scott Walker ha fatto di tutto per eliminare gli incarichi di ruolo nell’università pubblica del Wisconsin, così come per distruggere ogni traccia di gestione partecipativa (7). Ha anche tagliato di 200 milioni di dollari il budget destinato all’università di Stato, il che non sorprende visto il suo accanimento contro l’istruzione pubblica.

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Come molti dei loro colleghi politicamente estremisti, entrambi riflettono un’era crudelmente dura, che ostenta tolleranza zero nei confronti della giustizia economica, sociale e razziale e “tolleranza senza limiti nei confronti dei crimini di banchieri e intrallazzatori governativi, che coinvolgono le vite di milioni di persone” (8).

In queste condizioni, la violenza materiale si accompagna alla violenza simbolica, come dimostra il proliferare di immagini, istituzioni e narrazioni che legittimano non solo l’ignoranza costruita grazie a una cultura in mano al mercato e ai suoi corollari di adorazione della ricchezza, della celebrità e della gratificazione istantanea, ma legittimano anche quella che potremmo definire una dilagante politica dell’usa e getta.

Resi inutili dal collasso del welfare, da un razzismo pervasivo, dalla crescente disparità di stipendi e ricchezza e dalla ideologia – figlia del mercato – del “non risparmieremo nessuno”, un numero crescente di persone e gruppi – soprattutto giovani, poveri, minoranze sociali e razziali – sono demonizzati, criminalizzati o anche solo abbandonati, a causa della loro impossibilità di partecipare ai riti del consumo a causa di lavori malpagati, di problemi di salute o di pressanti necessità familiari. Quelle che Joao Biehl ha definito “aree di abbandono sociale” oggi rendono più veloce liberarsi di coloro che non sono graditi (9).

Agli attacchi riferiti alla classe sociale, oggi si aggiungono quelli riferiti a immigranti, gay, minoranze povere, donne. Lo svilimento quotidiano crea un continuo clima di paura e insicurezza, e un ventaglio di malattie che vanno dagli attacchi di cuore al suicidio, dalla malattia mentale alla carcerazione. Per esempio i giovani delle minoranze povere e a basso reddito sono spesso stipati in scuole che sembrano riformatori, dispersi in posti di lavoro malsani e pericolosi, rinchiusi in prigioni fatte per punire e non per riabilitare, o arruolati nell’esercito crescente dei disoccupati fissi. La infelicità umana e la violenza di sistema sono ormai integrate nel sistema nervoso americano. Nessuno è costretto a vederle; non c’è lo shock del prenderne atto; nessuna spinta a ribellarsi a una ingiustizia percepibile. C’è solo la nebbia della rassegnazione, della indifferenza e una normalità, destinata a saltare per aria a causa della rabbia che prima o poi esplode quando le persone sono umiliate, sfruttate, aggredite, legate e imbavagliate troppo a lungo.

Chi un tempo era giudicato oppresso da gravi problemi e bisognoso dell’intervento dello stato e di protezione sociale oggi è considerato lui stesso un problema che minaccia la società. Dopo un’ondata dopo l’altra di politiche sempre più dure contro il crimine, la guerra contro la povertà si è trasformata in guerra contro i poveri. Perfino la piaga dei senza tetto è considerata più un problema di legalità e ordine pubblico piuttosto che un tema politico ed economico, per cui urge una riforma sociale. Eppure criminalizzare i senza tetto per reati come dormire in un luogo pubblico “non fa nulla per spezzare il circolo della povertà o prevenire il fenomeno in futuro” (10). Se l’incarcerazione di massa è un indice dell’emergere dello stato punitivo, un altro è che il budget federale per la costruzione di prigioni eclissa oggi i fondi destinati all’università.

Già privi di diritti a causa dell’età, i giovani oggi sono sotto attacco in modi completamente nuovi, perché affrontano un mondo che è molto più precario di quanto sia mai avvenuto nella storia recente. Non soltanto molti di loro vivono in spazi di sradicamento sociale nei quali l’austerità e la politica dell’incertezza li esclude da un futuro certo, ma si ritrovano a vivere in una società che vuole azzittirli rendendoli invisibili. Vittime di un regime neoliberale che schiaccia le loro speranze e si sforza di tagliarli fuori dai frutti della democrazia, oggi i giovani vengono istruiti a non aspettarsi troppo. Esclusi da qualsiasi pretesa alle risorse sociali ed economiche della maggioranza, sono sempre più invitati ad accettare la condizione di nomadi “senza stato, né volto né scopo”, condanna della quale devono accettare di essere i soli responsabili (11). Un numero crescente di giovani soffre di angoscia e disagio evidente, perfino – o forse soprattutto – tra quelli orientati all’università, oppressi dai debiti e disoccupati, il cui numero sta crescendo esponenzialmente. Molti studi denunciano che “i giovani americani soffrono di livelli crescenti di ansietà, stress, depressione e perfino suicidio. Per esempio uno su cinque tra i giovani e uno su quattro tra gli studenti dei college soffre di una qualche forma di disturbo mentale riconosciuto” (12).

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La politica e il potere oggi stanno dalla parte della illegalità protetta dalla legge, come è evidente nella serie infinita di violazioni delle libertà civili da parte dello Stato, della libertà di parola e di molti diritti garantiti dalla Costituzione, perlopiù in nome della sicurezza nazionale. L’illegalità si ammanta dei decreti governativi, come è evidente in atti come il Patriot Act, il National Defense Authorization Act, il Military Commissions Act e tutto l’esercito di altre leggi illegali. Questi includono il diritto del presidente “di ordinare l’uccisione di qualsiasi cittadino che consideri alleato con i terroristi” (13), di usare prove segrete per la detenzione a tempo indefinito di individui, di sviluppare un massiccio apparato di monitoraggio di ogni comunicazione audio ed elettronica usata da cittadini che non hanno commesso alcun reato, di impiegare la tortura di stato contro chi è considerato un nemico combattente, e impedire ai tribunali di perseguire gli agenti che commettono crimini così odiosi. (14) Nel leggere la distopia di Orwell, ci rendiamo conto che quel futuro da incubo è diventato il nostro presente e che è sotto attacco qualcosa di più del diritto dei cittadini alla privacy.

Il potere nelle sue forme più oppressive non si dispiega soltanto attraverso le differenti strategie repressive di governo e delle agenzie di intelligence, ma anche attraverso una cultura predatoria e schiava del mercato, che trasforma la violenza in intrattenimento, l’aggressione di altri paesi in videogioco, e la violenza sul proprio territorio in una celebrazione che dà la pelle d’oca della mascolinità e dei valori folli di un militarismo senza freni.

Allo stesso tempo, una circolazione crescente di narrazioni pubbliche e di pubblica esibizione di crudeltà e indifferenza morale continuano a mutilare e soffocare l’esercizio della ragione e della responsabilità sociale. Davanti ai nostri occhi, negli Stati Uniti, a partire dagli anni ’80 e dal disconoscimento da parte di Reagan e Thatcher di ogni valore sociale, si è dispiegato una sorta di indurimento della cultura, segnato da una crescente indifferenza alle questioni che dovrebbero suscitare empatia e dalla cancellazione delle considerazioni etiche.

Le prove di questa crudeltà sono ovunque. Le vediamo nelle parole del legislatore repubblicano della West Virginia Ray Canterbury, che ha aggiunto a un progetto di legge un emendamento volto – senza ironia – a porre fine alla fame dei bambini, nel quale ha proposto di far lavorare i bambini che a scuola hanno i pasti gratis in modo che se li guadagnino. Come ha dichiarato: “Credo che forse sarebbe una buona idea far lavorare i bambini per il loro pasto: portare fuori l’immondizia, spazzare i corridoi, tagliare il prato, insomma dar loro il modo di guadagnarselo”(15). Newt Gingrich ha sostenuto una proposta simile, perfino – se possibile – più crudele. Nel 2011, in un discorso tenuto all’Università di Harvard ha sostenuto che è ora di allentare la legislazione sul lavoro minorile, definendola “autenticamente stupida” (16). Me c’è di peggio. Ha legato questa proposta all’invito a “togliersi dai piedi i commessi sindacalizzati… e pagare gli studenti perché si prendano cura della scuola. I ragazzi lavorerebbero sul serio, avrebbero soldi in tasca, sarebbero orgogliosi della scuola, inizierebbero il processo di crescita”. (17) Questo suggerimento è peggio che “dickensiano”, è draconiano, e lascia intuire una profonda mancanza di rispetto per i lavoratori e una mancanza di conoscenza sul reale ruolo dei commessi nelle scuole.

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Il neoliberalismo ha prodotto un vasto dispiegarsi di crudeltà, precariato e mentalità usa e getta. Lo vediamo e sentiamo nelle parole del candidato repubblicano alle presidenziali Donald Trump, con la sua famigerata dichiarazione secondo cui gli immigrati messicani sono violentatori e spacciatori di droga. O nelle parole del gestore di hedge fund che ha sostenuto che i rifugi per senza casa generano povertà, perché intrappolano le persone in una rete di dipendenza. Più recentemente, c’è stato il famoso caso di Martin Shkreli, il trentaduenne amministratore delegato della Turing Pharmaceuticals, che ha aumentato del 5.000 per cento il prezzo di un farmaco usato da malati di HIV e cancro. il prezzo di una dose è passato da 13,50 a 750 dollari, mettendo in enormi difficoltà economiche i pazienti che hanno bisogno del medicinale per combattere malattie che possono essere mortali. Shkreli, del quale è stata citata la dichiarazione “amo i soldi più delle persone”, all’inizio ha risposto alle accuse di speculare sui prezzi con una citazione di una canzone di Eminem, interpretata come risposta pubblica, tuittando: “E sembra che i media mi abbiano subito puntato il dito contro. Così io ricambio puntando il dito, ma non l’indice né il mignolo”.

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Mentre la società americana diventa sempre più militarizzata, “la società civile si organizza per la produzione di violenza” (19). Il risultato è che la militarizzazione si diffonde capillarmente modellando le istituzioni sociali, allargandosi attraverso i corpi politici, dalle scuole alle forza di polizia locali.

Negli Stati Uniti in particolare la polizia locale è stata dotata di un completo armamentario antisommossa, mitragliatrici, veicoli blindati e altre armi letali importate dai terreni di guerra dell’Iraq e dell’Afghanistan, rinforzando così la loro propensione a tenere comportamenti da battaglia. C’è da stupirsi che la violenza diventi la norma per affrontare i presunti “delinquenti”, specialmente in tempi in cui sempre più comportamenti sono criminalizzati, piuttosto che un coscienzioso lavoro da polizia di quartiere e l’impegno nei confronti della comunità?

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Nei recenti dispiegamenti di forze di polizia a Ferguson, Missouri, e Baltimora, Maryland, non è sorprendente che l’impatto della militarizzazione della polizia locale sulle comunità nere povere sia a dir poco terrificante, eppure profondamente sintomatico della violenza che si instaura nelle società autoritarie. Per esempio, Michelle Alexander espone la natura razzista dello stato punitivo evidenziando come “Ci sono più afroamericani adulti in stato di detenzione correzionale oggi – prigione o arresto o libertà vigilata o condizionata – di quanti erano schiavi nel 1850, dieci anni prima dell’inizio della Guerra Civile” (21).

Quando i giovani neri vedono la gente del loro vicinato uccisa per avere incrociato uno sguardo, perché aveva una pistola giocattolo, perché sale una scalinata o vende sigarette, mentre “l’élite finanziaria resta libera nonostante speculazioni che hanno portato il paese sull’orlo della rovina economica”, non è solo la polizia a essere delegittimata, ma l’ordinamento giuridico e i sistemi di governo. (22)

In termini che ricordano Orwell, la moralità perde la sua capacità di rendere liberi, e degenera in una patologia che denuncia la miseria dell’individuo come un fallimento morale. Nel mondo neodarwiniano del “vinca il più forte”, la forma estrema di intrattenimento diventa la sofferenza e l’umiliazione altrui, soprattutto di quelli considerati inutili e senza potere, non più oggetto di compassione, ma di scherni e divertimento. Questi popolano i raccontini che ascoltiamo oggi dai politici americani, che disprezzano i poveri come parassiti che non hanno bisogno di assistenza sociale, ma di diventare più seri. Jeb Bush riecheggia questi argomenti quando dichiara che se verrà eletto presidente non concederà ai neri “nulla di gratuito, (23) come se gli americani di colore avessero bisogno di assistenza a causa della pigrizia e perché ‘afflitti da dipendenza patologica’”(24). Si tratta dello stesso tipo di narrativa che possiamo ascoltare da opinionisti conservatori come l’editorialista del New York Times David Brooks, che insiste nel trattare la povertà come una problema legato alla scarsa moralità dei poveri, privi delle regole proprie alla classe media e di un codice morale rispettabile (25). Per Brooks i problemi dei poveri e degli svantaggiati possono essere risolti “attraverso l’educazione morale e al fare affidamento su se stessi… relazioni personali di alta qualità e forti legami familiari”.(26)

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In questi discorsi l’esplodere della disuguaglianza nella ricchezza e negli stipendi, l’alto livello di disoccupazione, l’economia stagnante e i salari bassissimi per milioni di lavoratori americani sono diligentemente trascurati e nascosti. Quello che Brooks, Bush e gli altri esponenti conservatori nascondono in pieno è la natura razzista della guerra contro la droga, la violenza della polizia, la morsa del sistema della giustizia criminale sulle comunità nere povere, l’evidente effetto della “distribuzione distorta per razza della incarcerazione di massa”, la disoccupazione di massa dei giovani svantaggiati e la misera qualità delle scuole nelle zone a basso reddito.(27) Paul Krugman ha ragione quando rigetta l’argomento che quello di cui hanno bisogno i poveri siano le virtù previste dalla moralità medioborghese e una buona dose di capacità di rialzarsi (28). Ribatte, invece: “I poveri non hanno bisogno di prediche sulle virtù morali, hanno bisogno di più risorse – che noi possiamo permetterci di dare loro – e di migliori opportunità economiche, e anche queste siamo in grado di dargliele in tutti i modi, dalla formazione, ai sussidi, a salari minimi più alti” (29).

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Nessuna democrazia può sopravvivere a un livello di diseguaglianza in cui “i 400 più ricchi possiedono una ricchezza pari a quella di 154 milioni di americani messi tutti insieme, ovvero il 50 per cento di tutta la popolazione, mentre l’un per cento all top ora è arrivato al livello record di possedere il 40 per cento di tutta la ricchezza e più ricchezza di tutto il 90% della popolazione. (30). Su scala globale, secondo uno studio della organizzazione contro la povertà Oxfam, ci si aspetta che entro il 2016 l’un per cento più ricco della popolazione mondiale possiederà più del 50% delle ricchezze mondiali (31). In condizioni così inique di potere, accesso e ricchezza una società non può coltivare quel senso di responsabilità organizzata che è fondamentale in una democrazia. Al contrario, incoraggia un senso di organizzata irresponsabilità, una pratica che pone come radice di una politica fuorviata il darwinismo economico e la corruzione del senso civico.

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In atto c’è qualcosa che va oltre la pedagogia della repressione, c’è una ideologia della barbarie, che si lascia sedurre rischiosamente dall’irrazionalità e distoglie lo sguardo da ogni resto di solidarietà, compassione, e cura per gli altri o per il pianeta.

La politica oggi è sostituita da reazioni ai feedback degli utenti e il concetto di rivoluzione è definito attraverso la cultura della misura e dell’efficienza (33). In una cultura che sta annegando in una nuova passione per la raccolta dei dati che si possono misurare, tutto ciò che non è misurabile – come la compassione, la visione, l’immaginazione, la cura per gli altri, l’amore per la giustizia – è condannato a morire. Al suo posto sorge quello che Goya ha dato come titolo a una delle sue incisioni: “Il sonno della ragione genera mostri”. Il titolo scelto da Goya è estremamente suggestivo, particolarmente a proposito del ruolo dell’educazione e della pedagogia nello spingere gli studenti a capire, come sottolinea il mio collega David Clark “che la indifferenza rispetto alla perenne necessità di mantenersi critici genera orrori: i silenzi della coscienza, la guerra contro il pensiero, e la seduzione dell’irrazionalità, che è il cuore del trionfo dell’aggressione quotidiana, dell’avvizzimento della vita politica, e del ritirarsi nelle proprie ossessioni private.”(34)

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Ho a lungo sostenuto che oggi contro i giovani è stata scatenata una doppia guerra: una dura e una morbida. Quella dura si pratica in molte scuole, che oggi sembrano prigioni se guardiamo alle procedure di segregazione, alle politiche di tolleranza zero, ai metal detector e alla presenza crescente a scuola della polizia (35).

La guerra del consumismo e della finanza è la guerra morbida. Affiancata dalla massiccia macchina della pubblicità a da una varietà di istituzioni aziendali, la guerra morbida prende di mira tutti i giovani trattandoli come un ulteriore “mercato” da mercificare e sfruttare, mirando intanto a creare una nuova generazione di iperconsumatori.

La guerra morbida è scatenata da una cultura commerciale che mercifica ogni aspetto della vita dei ragazzi, educandoli a un’unica responsabilità civica: il consumo. Una forma più sottile di questo tipo di repressione li carica e li tiene schiacciati sotto il fardello del debito e fa tutto il possibile per depoliticizzarli e distoglierli dalla capacità di immaginare una società più giusta e diversa. Negli Stati Uniti in media uno studente si laurea con un debito contratto per studiare di 27.000 dollari. Incatenarli con il debito è la strategia disciplinare definitiva del capitalismo-roulette per derubare gli studenti del tempo di riflettere, per scoraggiarli dall’entrare nell’amministrazione pubblica, e per rinforzare l’assunto di base che devono essere semplicemente delle ruote efficienti nell’ingranaggio dell’economia consumistica.

Per sfidare e vincere il neoliberalismo autoritario, è cruciale che intellettuali, sindacati, lavoratori, giovani e i diversi movimenti sociali si uniscano per rivendicare la democrazia come elemento cruciale per dare forma a una immaginazione radicale. Un’azione di questo tipo rende necessario mettere in discussione e disgregare le forze materiali e simboliche che si nascondono dietro alla ostentata partecipazione democratica, in realtà falsa. Rende necessario recuperare le promesse di una democrazia radicale, che è in grado di provvedere un salario dignitoso, cure sanitarie di qualità per tutti, lavori pubblici, massicci investimenti nell’educazione, nella cura dei bambini, nelle case popolari, insieme a una varietà di altre misure sociali che per chi è stato relegato nell’esercito delle persone a perdere possono fare la differenza tra la vita e la morte.

La minaccia globale e crescente del neoliberalismo autoritario è il segnale sia di una crisi della politica sia di una crisi delle convinzioni, dei valori e dell’operato individuale e sociale. Un indicatore di questo stato di crisi è il fatto che il disastro economico del 2008 non è stato accompagnato da una svolta nel giudicare la natura del capitale finanziario e dei suoi effetti devastanti sulla società americana.

Le banche sono state salvate mentre i cittadini comuni che hanno perso le loro case hanno dovuto sopportare l’impatto più forte della crisi. I padroni del capitale finanziario non sono stati considerati responsabili per i loro crimini e molti di loro hanno ricevuto enormi bonus, a spese dei contribuenti americani. I problemi dell’educazione devono essere posti al centro di qualsiasi nozione di politica praticabile, vale a dire che l’educazione deve essere considerata il fulcro di qualsiasi tentativo di modificare la coscienza, non soltanto il modo in cui la gente pensa, ma anche come si comporta, e costruisce relazioni con gli altri e il mondo intorno.

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Resta aperta una questione: come cittadini largamente indifferenti alla politica e spesso paralizzati dalle esigenze legate alla sopravvivenza e intrappolati in un rovinoso cinismo possano essere portati da un “indotto stato di stupidità” a una formazione politica che voglia impegnarsi in diverse forme di resistenza, che spazino da “proteste di massa a una prolungata disobbedienza civile” (36). Questa terrificante paralisi morale ed intellettuale deve essere compensata dallo sviluppo di sfere pubbliche alternative, nelle quali educatori, artisti, lavoratori, giovani e altri possano modificare i termini del dibattito nella cultura e politica americana. Le idee sono importanti, ma si spengono se non hanno infrastrutture istituzionali entro le quali possano essere nutrite, dibattute e messe in pratica. Qualsiasi forma praticabile di lotta contro il capitalismo-roulette deve concentrarsi contro le forme di controllo che mettono a rischio la sfera pubblica, come la scuola pubblica, l’università e i nuovi media, che sono essenziali per lo sviluppo di culture critiche formative, identità, e desideri che nutrano modalità di pensiero impegnato necessarie perché ci siano cittadini criticamente impegnati.

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In conclusione, vorrei indicare alcune iniziative, benché incomplete, che possono rappresentare una sfida all’attuale congiuntura storica oppressiva nella quale si trovano molti americani (37). Vorrei farlo rivolgendomi contro quella che ho cercato di definire come una crisi della memoria, dell’operato e della formazione, proponendo quello che chiamo una “pedagogia della speranza costruita con la formazione (educated hope)”, centrale per qualsiasi nozione praticabile del cambiamento che suggerisco.

In primo luogo c’è bisogno di quello che può essere chiamato un ritorno a un’immaginazione radicale e alla difesa del bene pubblico, soprattutto l’università, per esigere il ritorno alle sue spinte ugualitarie e democratiche. Questo appello dovrebbe essere parte di un più vasto progetto “per reinventare la democrazia, nel risvegliare l’evidenza che, a livello nazionale, non abbiamo più una democrazia – se con ‘democrazia’ intendiamo la effettiva partecipazione popolare alle decisioni cruciali che riguardano la comunità”(38). Un passo in questa direzione sarebbe che giovani, intellettuali, studiosi e altri muovessero un’offensiva contro le campagne dei conservatori “per porre fine all’influenza democratizzante dell’università sulla nazione” (39). L’università non dovrebbe essere imbrigliata né dalle richieste dallo stato della guerra né ai bisogni strumentali del mondo aziendale. E chiaramente, in una società democratica, l’educazione dovrebbe essere vista come un diritto, non come assistenza. Politicamente, questo suggerisce di definire l’università come una sfera pubblica democratica e rigettare il concetto che la cultura dell’educazione debba ricalcare la cultura aziendale.

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In secondo luogo, i giovani e i progressisti hanno bisogno di sviluppare un programma educativo completo, che includa una serie di iniziative pedagogiche: dallo sviluppo di un canale nazionale di notizie alla creazione di scuole alternative per i più giovani, del tipo delle scuole democratiche come Highlander, diretta da Miles Horton, il Workers College a New York e molte altre. Un obiettivo pedagogico di questo tipo renderebbe possibile una critica documentata del nostro passaggio da un’economia di mercato a una società di mercato, insieme a una chiara analisi dei danni a ciò conseguenti, in casa nostra e all’estero. Cruciale è comprendere che non è sufficiente rendere gli studenti capaci di leggere criticamente la cultura della tv e altre forme di rappresentazione da ascoltare o da guardare: devono anche imparare a essere produttori di cultura loro stessi. Questo suggerisce di creare sfere pubbliche alternative, come giornali online, programmi televisivi, giornali, riviste e qualsiasi altro strumento che possa essere utile a sviluppare posizioni alternative.

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Terzo: professori universitari, artisti, attivisti, giovani e genitori devono impegnarsi in una battaglia continua per il diritto degli studenti a ricevere una educazione forte e critica, non dominata dai valori aziendali, e perché i giovani abbiano la possibilità di dire la loro sulla loro educazione e su quello che significa ampliare e approfondire la pratica della libertà e della democrazia.

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Quarto, il capitalismo-roulette è ormai così dilagato che i progressisti hanno bisogno di sviluppare una visione della politica completa, che “non si basi su un singolo argomento” (41). Soltanto attraverso la comprensione delle più ampie relazioni e connessioni di potere i giovani e tutti possono superare le azioni poco informate, le battaglie isolate e le modalità politiche non coordinate che restano solitarie e sono controproducenti. In breve, andare oltre il metodo della battaglia isolata significa sviluppare modelli di analisi in grado di unire i puntini, sul piano storico e delle relazioni. Significa anche sviluppare una visione più ampia della politica e del cambiamento. La chiave qui è la nozione di translazione: la necessità di translare i propri problemi personali, trasformandoli in più ampi argomenti pubblici e di capire come un metodo di analisi di sistema può essere utile a collegare un ampio ventaglio di argomenti, in modo da costruire un fronte unito nel richiamo a una democrazia radicale.

Questo è un obiettivo particolarmente importante, visto che proprio la frammentazione della sinistra è stata in parte responsabile della sua incapacità di sviluppare un ampio quadro politico e ideologico per affrontare un insieme di problemi: dalla povertà estrema all’attacco all’ambiente, all’emergenza permanente dello stato di guerra, alla riduzione del diritto di voto, all’assalto ai dipendenti pubblici, ai diritti delle donne, all’assistenza sociale, e un ampio spettro di altri argomenti, che erodono le potenzialità di una democrazia radicale. Il meccanismo dominante del capitalismo-roulette nel suo doppio registro simbolico e materiale tocca profondamente ogni aspetto della società americana. Qualsiasi movimento di successo che difenda i beni pubblici e la democrazia in sé deve combattere contro questo nuovo tipo di autoritarismo, piuttosto che concentrarsi su singoli elementi isolati del suo ethos antidemocratico.

Uno sviluppo importante è che i giovani neri, tra gli altri giovani americani interessati, stanno oggi facendo reali passi avanti nel passare da proteste sporadiche, dimostrazioni a vita breve e azioni di strada non violente alla speranza di costruire un movimento politico solido. Gruppi come i Black Lives Matter, Black Youth Project, We Charge Genocide, Dream defenders a altri rappresentano una forza politica nuova e in crescita, che non solo ricollega la violenza della polizia a più vaste strutture militaristiche che attraversano tutta la società, ma anche pretende di risvegliare la memoria pubblica costruendo un collegamento diretto “tra l’instaurare sistemi di polizia professionale negli Stati Uniti e i sistemi di pattugliamento che proteggevano il commercio della schiavitù di esseri umani” (42).

Quinto, un’altra seria sfida che ha di fronte chi vuole difendere un nuovo ordine sociale realmente democratico è l’obiettivo di sviluppare un discorso sia di critica sia di possibilità, o di quello che io ho chiamato di “speranza costruita con la formazione (educated hope)”. La critica è importante, è cruciale spezzare la morsa di luoghi comuni che legittima un ampio ventaglio di ingiustizie. Il linguaggio della critica è fondamentale anche per rendere visibile l’effetto della disuguaglianza di potere e la necessità di mantenere responsabili le autorità. Ma la critica non basta e senza un discorso di speranza può portare a una disperazione paralizzante o, peggio, a un rovinoso cinismo.

La speranza porta a immaginare una vita oltre il capitalismo, e unisce un realistico senso del limite a un’ampia visione che vuole l’impossibile. Come ha sottolineato una volta Ernst Bloch, ragione, giustizia e cambiamento non possono fiorire senza speranza, perché una speranza costruita con la formazione fa leva sulle nostre più profonde esperienze e sul nostro desiderio di una vita dignitosa insieme agli altri, una vita in cui sia possibile immaginare un futuro che non imiti il presente. Non mi riferisco a una speranza romantica e vuota, ma a una speranza costruita con la formazione, che affronta gli ostacoli concreti e la realtà del dominio, ma coltiva l’obiettivo perenne di “mantenere il presente aperto e perciò incompiuto” (43).

[…]

Il capitalismo-roulette è un veleno che ha creato un ceto predatorio di zombi privi di etica – che stanno producendo zone morte dell’immaginazione, che neppure Orwell aveva potuto prevedere – mentre scatena una violenta guerra contro ogni possibilità di un futuro democratico. È venuto il momento di sviluppare un linguaggio politico nel quale i valori civici, la responsabilità sociale, e le istituzioni che li supportano diventino centrali per dare vigore e forza a una nuova era di immaginazione civica, a un senso rinnovato dell’agire sociale, e un appassionato movimento sociale internazionale, con una visione, un’organizzazione e un quadro strategico per sfidare l’incubo neoliberale che fagocita il pianeta.

Questi possono essere tempi oscuri, come ammonì una volta Hanna Arendt, ma non è obbligatorio che lo siano: e questo solleva importanti domande su quanto gli educatori, gli artisti, i giovani, gli intellettuali e via dicendo intendono fare, nell’attuale clima storico, per essere sicuri di non soccombere alle forze autoritarie che accerchiano la società americana, finché ogni resistenza diventi impossibile e le luci si spengano.

La storia è aperta e, come disse una volta James Baldwin: “Non tutto quello che si combatte può essere cambiato, ma nulla può essere cambiato finché non lo si combatte”.

Note.

[1] Questo tema è sollevato con forza da molti studiosi. Vedi C. Wright Mills, The Sociological Imagination (New York: Oxford University Press, 2000); Richard Sennett, The Fall of Public Man(New York: Norton, 1974); Zygmunt Bauman, In Search of Politics(Stanford: Stanford University Press, 1999); and Henry A. Giroux,Public Spaces, Private Lives (Lanham: Rowman and Littlefield, 2001).

[2] Zygmunt Bauman and Carlo Bordoni, State of Crisis (London: Polity Press, 2014).

[3] Per un’eccellente analisi delle forme contemporanee di neoliberalismo, Stuart Hall, “The Neo-Liberal Revolution,” Cultural Studies, Vol. 25, No. 6, (November 2011, pp. 705-728; see also David Harvey, A Brief History of Neoliberalism (Oxford: Oxford University Press, 2005); Henry A. Giroux, Against the Terror of Neoliberalism (Boulder: Paradigm Publishers, 2008).

[4] Orville Schell, “Follies of Orthodoxy,” What Orwell Didn’t Know: Propaganda and the New Face of American Politics, (New York, NY: Perseus Books Group, 2007), xviii

[5] Zoe Williams, “The Saturday Interview: Stuart Hall,” The Guardian (February 11, 2012).

Online:http://www.guardian.co.uk/theguardian/2012/feb/11/saturday-interview-stuart-hall

[6] Andy Thomason, “As Degrees Are Cut, Critics continue to Decry Dismantling of U. of North Carolina,” The Chronicle of Higher Education (May 27, 2015). Online:http://chronicle.com/blogs/ticker/as-degrees-are-cut-critics-continue-to-decry-dismantling-of-u-of-north-carolina/99587

[7] Monica Davey and Tamar Lewinjune , “Unions Subdued, Scott Walker Turns to Tenure at Wisconsin Colleges,” New York Times(June 4, 2015). Online:http://www.nytimes.com/2015/06/05/us/politics/unions-subdued-scott-walker-turns-to-tenure-at-wisconsin-colleges.html?_r=0

[8] Alain Badiou, The Rebirth of History, trans. Gregory Elliott (London: Verso, 2012), pp. 18-19

[9]. Joao Biehl, Vita: Life in a Zone of Social Abandonment (Berkeley: University of California Press,2005).

[10] Bill Boyarsky, “Go Directly to Jail: Punishing the Homeless for Being Homeless,” TruthDig, (September 10, 2015) Online su: http://www.truthdig.com/report/item/go_directly_to_jail_punishing_the_homeless_for_beinghomeless_20150910

[11]. Zygmunt Bauman, Wasted Lives (London: Polity Press, 2004), p. 76-77.

[12] Therese J. Borchard. “Statistics About College Depression,”World of Psychology (September 2, 2010). Online:http://psychcentral.com/blog/archives/2010/09/02/statistics-about-college-depression/; Allison Vuchnich and Carmen Chai, “Young Minds: Stress, anxiety plaguing Canadian youth,” Global News (May 6, 2013). Online: http://globalnews.ca/news/530141/young-minds-stress-anxiety-plaguing-canadian-youth/

[13] Jonathan Turley, “10 reasons the U.S. is no longer the land of the free,” The Washington Post, (January 13, 2012). Online: http://articles.washingtonpost.com/2012-01-13/opinions/35440628_1_individual-rights-indefinite-detention-citizens

[14] Per una chiara disamina dell’emergente stato di sorveglianza, vedi Glenn Greenwald, No Place to Hide (New York: Signal, 2014); Julia Angwin, Dragnet Nation: A Quest for Privacy, Security, and Freedom in a World of Relentless Surveillance (New York: Times Books, 2014); Heidi Boghosian, Spying on Democracy: Government Surveillance, Corporate Power, and Public Resistance, (City Lights Books, 2013).

[15] Hannah Groch-Begley, “Fox Asks If Children Should Work For School Meals,” Media Matters, (April 25, 2013).http://mediamatters.org/mobile/blog/2013/04/25/fox-asks-if-children-should-work-for-school-mea/193768

[16] Jordan Weissmann, “Newt Gingrich Thinks School Children Should Work as Janitors,” The Atlantic (November 21, 2011). Online:http://www.theatlantic.com/business/archive/2011/11/newt-gingrich-thinks-school-children-should-work-as-janitors/248837/

[17] Cited in Maggie Haberman, “Newt: Fire the janitors, hire kids to clean schools,” Politico (January18, 2011). Online:http://www.politico.com/story/2011/11/newt-fire-the-janitors-hire-kids-to-clean-schools-068729#ixzz3o6Bz8bZU

[18] Ibid., Jordan Weissmann, “Newt Gingrich Thinks School Children Should Work as Janitors.”

[19] Catherine Lutz, “Making War at Home in the United States: Militarization and the Current Crisis,” American Anthropologist, (104:3, 2002), pp. (723)

[20] Editorial, “Cops or Soldiers: America’s Police Have Become Militarized,” The Economist (May 22, 2014). Online:http://www.economist.com/news/united-states/21599349-americas-police-have-become-too-militarised-cops-or-soldiers

[21]Michelle Alexander, “Michelle Alexander, The Age of Obama as a Racial Nightmare,” Tom Dispatch (March 25, 2012). Online:http://www.tomdispatch.com/post/175520/best_of_tomdispatch%3A_michelle_alexander,_the_age_of_obama_as_a_racial_nightmare/

[22] Matt Taibbi, “The Police in America Are Becoming Illegitimate,”Rolling Stones, (December 5, 2015). Online at:http://www.rollingstone.com/politics/news/the-police-in-america-are-becoming-illegitimate-20141205

[23] Alice Ollstein, “Jeb Bush Says Unlike Others, He Won’t Give African Americans ‘Free Stuff’,” ThinkProgress (September 25, 2015).http://thinkprogress.org/politics/2015/09/25/3705520/jeb-bush-says-hell-win-the-african-american-vote-with-hope-not-free-stuff/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=tptop3&utm_term=3&utm_content=5

[24] Charles Blow, “Jeb Bush, ‘Free Stuff’ and Black Folks,” New York Times (September 28, 2015). Online:http://www.nytimes.com/2015/09/28/opinion/charles-m-blow-jeb-bush-free-stuff-and-black-folks.html?_r=0

[25] Vedi, per esempio, David Brooks, “The Nature of Poverty,” New York Times (May 1, 2015). Online:

http://www.nytimes.com/2015/05/01/opinion/david-brooks-the-nature-of-poverty.html?smid=tw-share&_r=0

[26] Sean Illing, “Why David Brooks Shouldn’t Talk About Poor People,” Salon (May 1, 2015). Online:http://www.slate.com/articles/news_and_politics/politics/2015/05/david_brooks_shouldn_t_talk_about_the_poor_the_new_york_times_columnist.single.html?print

[27] Ibid., Charles Blow, Jeb Bush, ‘Free Stuff’ and Black Folks.”

[28] Per un’eccellente contestazione della politica della resilienza, vedi Brad Evans and Julien Reid, Resilient Life: The Art of Living Dangerously(London: Polity Press, 2014).

[29] Paul Krugman, “Race, Class, and Neglect,” New York Times (May 4, 2015). Online:http://www.nytimes.com/2015/05/04/opinion/paul-krugman-race-class-and-neglect.html?_r=0

[30]David DeGraw, “Meet the Global Financial Elites Controlling $46 Trillion in Wealth,” Alternet (August 11, 2011). Online:

http://www.alternet.org/story/151999/meet_the_global_financial_elites_controlling_$46_trillion_in_wealth

[31] Robert Peston, “Richest 1% to own more than rest of world, Oxfam says,” BBC News (January 19, 2015). Online:http://www.bbc.com/news/business-30875633

[32] Robert Jensen, Arguing for Our Lives (San Francisco: City Lights Books, 3013), p. 95.

[33] Vedi, per esempio, Evgeny Morozov, “The Rise of Data and the Death of Politics,” The Guardian (July 20, 2014).http://www.theguardian.com/technology/2014/jul/20/rise-of-data-death-of-politics-evgeny-morozov-algorithmic-regulation

[34] Lettera personale di David Clark.

[35] Chase Madar, “Everyone Is a Criminal: On the Over-Policing of America”, Huffington Post (December 13, 2013). Online:

http://www.huffingtonpost.com/chase-madar/over-policing-of-america_b_4412187.html

[36] Ibid., Hedges, “The Last Gasp of American Democracy.”

[37]Ibid., Stanley Aronowitz, “What Kind of Left Does America Need?,” Tikkun.

[38] Ibid.

[39] Gene R Nichol, “Public Universities at Risk Abandoning Their Mission,” The Chronicle of Higher Education (October 31, 2008). Online: http://chronicle.com/weekly/v54/i30/30a02302.htm

[40] Kristen Case, “The Other Public Humanities,” The Chronicle of Higher Education (January 13, 2014). Online:http://m.chronicle.com/article/Ahas-Ahead/143867/

[41] Ibid.

[42] Kelly Hayes, “ To Baltimore With Love: Chicago’s Freedom Dreams,” Truthout (April 30, 2015). Online: http://www.truth-out.org/opinion/item/30531-to-baltimore-with-love-chicago-s-freedom-dreams

[43] Andrew Benjamin, Present Hope: Philosophy, Architecture, Judaism (New York: Routledge, 1997), p. 10.

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