Foreign Policy: La Grande Bugia sulla Guerra in Libia

Dopo aver parlato della Siria, facciamo un passo indietro in Libia. Foreign Policy ripercorre le fasi di quel 2011 nel quale una iniziale “rivolta popolare” si è trasformata —progressivamente ma rapidamente— in un intervento NATO finalizzato al rovesciamento del regime libico, conclusosi con l’assassinio di Muammar Gheddafi. Ben poco di ciò che è stato fatto era nelle iniziali intenzioni dichiarate. L’iniziale missione di “proteggere i civili” è diventata una missione di attacco contro le forze governative, che pure erano in piena ritirata. Rivedere a colpo d’occhio l’insieme può esemplificare il modo di procedere dell’America quando decide di aggredire un altro paese.

 

di Micah Zenko, 22 marzo 2016

Nella settimana del quinto anniversario dall’inizio dell’intervento guidato dagli USA in Libia, è utile rivedere la descrizione, curiosamente sintetica, che Hillary Clinton fece di questa guerra nelle sue memorie scritte nel 2014, intitolate “Hard Choices” [“scelte difficili”]. La Clinton guida il lettore dall’iniziale giro di vite, da parte del regime di Muammar Gheddafi, contro la nascente rivolta a Bengasi e a Misurata, al suo incontro — accompagnata dall’intellettuale “pop” Bernard-Henri Lévy — con Mahmoud Jibril, il leader in esilio del Consiglio Nazionale di Transizione, fino al suo ruolo nella gestione di una risposta militare internazionale. Alla fine del marzo 2011 la Clinton riporta di aver detto ai paesi membri della NATO: “È fondamentale che siamo tutti concordi nel prendere questa responsabilità, come NATO, di imporre una zona di non-volo e di proteggere i civili in Libia“.

Due paragrafi dopo — alla quindicesima pagina della sezione sulla Libia — la Clinton scrive: “Entro la fine dell’estate 2011 i ribelli avevano respinto le forze del regime. Avevano conquistato Tripoli verso la fine di agosto, e Gheddafi e la sua famiglia erano fuggiti nel deserto“. C’è un improvviso e inspiegato vuoto di sette mesi, durante i quali la missione militare si è inspiegabilmente ma enormemente ampliata al di là della protezione dei civili, per arrivare al cambio di regime — apparentemente così, per caso. L’unica opposizione armata di cui si parla viene definita semplicemente “i ribelli”, e l’intero ruolo della coalizione NATO, e la sua teorica responsabilità nel limitarsi ad assistere la loro avanzata, è stata completamente cancellata dal racconto.

Nel dibattito politico attuale l’intervento in Libia tende ad essere ricordato come fosse una soap opera all’interno dell’amministrazione, concentrata sul ruolo che la Clinton — o Susan Rice o Samantha Power — ha avuto nel suggerire ad Obama di andare fino in fondo. Oppure viene spiegato con molta disinvoltura facendo riferimento agli attacchi terroristici del 2012 contro la missione speciale USA (e annessa CIA) a Bengasi. Ma sarebbe piuttosto il caso di vedere la Libia come un caso esemplificativo del modo in cui interventi militari teoricamente limitati si gonfiano progressivamente fino a diventare campagne per raggiungere dei cambi di regime. Dopo cinque anni non è ancora chiaro al pubblico quale sia stato il momento, esattamente, nel quale le potenze Occidentali hanno deciso di rovesciare Gheddafi.

Per comprendere più a fondo cosa è accaduto esattamente in Libia cinque anni fa, rivediamo brevemente cosa ha proclamato l’amministrazione Obama, e confrontiamolo con ciò che ha fatto realmente.

Il 28 marzo 2011 il Presidente USA Barack Obama ha detto alla nazione: “Il compito che assegno alle nostre forze è quello di proteggere il popolo libico dal pericolo immediato, e di stabilire una zona di non-volo. … Ampliare la nostra missione militare per includere un cambio di regime sarebbe un errore“. Due giorni dopo, l’Assistente Segretario di Stato Philip Gordon ha dichiarato: “La missione militare degli Stati Uniti è progettata per realizzare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza, né più né meno. … Intendo proteggere i civili contro gli attacchi delle forze di Gheddafi e portare aiuto umanitario“. Il giorno dopo, il vice della Clinton, James Steinberg, durante un’audizione al Senato ha detto: “Il Presidente Obama è stato assolutamente chiaro nel dire che la nostra operazione militare ha una missione ben precisa, che non include un cambio di regime“.

Dal Dipartimento della Difesa, il Presidente dello Stato Maggiore, Michael Mullen, ha informato David Gregory, durante l’incontro con la stampa, che: “L’obiettivo di questa campagna è limitato, e non ha a che vedere con la sua cacciata“. Nel frattempo, il Segretario della Difesa, Robert Gates, ha ribadito la linea dell’amministrazione: “Il cambio di regime è qualcosa di molto complesso. A volte occorre molto tempo. A volte può accadere rapidamente, ma non è mai stato parte della missione militare“.

Ora confrontate ciò che Gates disse nel 2011 con quello che ha dichiarato al New York Times lo scorso mese:

Non ricordo alcuna precisa decisione nella quale si dicesse ‘Bene, ora lo facciamo fuori'”, ha detto Gates. Pubblicamente ha detto “è stata mantenuta la finzione” che l’obiettivo fosse limitato a impedire che Gheddafi esercitasse il suo comando. In realtà, l’ex segretario della difesa ha detto: “Non penso sia passato un solo giorno nel quale la gente non abbia sperato che egli fosse in uno di quei centri di comando“.

Questo è difficilmente credibile. Dato che i raid contro Gheddafi sono stati attuati presto e spesso, quasi certamente c’è stata una decisione da parte del vertice della coalizione NATO di “farlo fuori” fin dall’inizio dell’intervento. Il 20 marzo 2011, appena poche ore prima dell’intervento, il missili cruise Tomahawk lanciati dai sottomarini britannici posizionati nel Mar Mediterraneo colpirono gli edifici amministrativi di Gheddafi, a nemmeno cinquanta metri dalla residenza del dittatore. (Questo attacco avvenne a meno di cento metri dall’edificio che Ronald Reagan, venticinque anni fa, autorizzò a bombardare con gli F-111 a seguito degli attentati a una discoteca di Berlino voluti dal leader libico.) Il dittatore sopravvisse tanto agli attacchi alla sua residenza personale nel 1986 quanto a quelli del 2011.

Più tardi, nello stesso giorno, la stampa chiese al Vice Ammiraglio William Gortney, direttore dello Stato Maggiore: “Potrebbe garantire che le forze di coalizione non cercheranno di colpire direttamente Gheddafi?“. Gortney ribattè: “In questo momento, posso garantire che non è nella nostra lista degli obiettivi“. Quando poi fu evidenziato che era stata attaccata la residenza personale di Gheddafi, Gourtney aggiunse: “Sì. Ma no, non stiamo prendendo di mira la sua residenza. Siamo lì per stabilire le condizioni che facciano valere la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. È ciò che stiamo facendo ora, e ci stiamo limitando a questo“.

In realtà, non solo la coalizione Occidentale non ha limitato la propria missione a quanto imposto dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, ha anche deciso attivamente di farla valere. La risoluzione 1970 avrebbe dovuto proibire i trasferimenti di armi ad entrambe le parti contendenti della guerra in Libia, e gli ufficiali della NATO hanno ripetutamente detto che ciò non stava accadendo. Il 19 aprile 2011, un generale di brigata ha detto: “Non è stato riportato alcuna violazione all’embargo delle armi“. Tre settimane dopo, il 13 maggio, un comandante d’ala ha detto: “Non ho informazioni su alcun traffico di armi in qualunque parte della Libia“. In realtà l’Egitto e il Qatar hanno continuato per tutto il tempo ad inviare armi avanzate ai gruppi ribelli, con la benedizione dell’amministrazione Obama, mentre l’intelligence Occidentale e le forze militari fornivano intelligence sul campo, formazione e supporto logistico.

Comunque, l’evidenza più schiacciante viene da un video reso pubblico dalla stessa NATO il 24 maggio 2011. Nel breve video, una fregata canadese — la HMCS Charlottetown — teoricamente nell’atto di imporre l’embargo delle armi, approccia un rimorchiatore dei ribelli e vi trova a bordo piccole armi, obici da 105mm, e “moltissimi esplosivi“, tutti banditi dalla Sezione 9 della Risoluzione 1970. La voce narrante dice che: “È emerso che il rimorchiatore è stato usato dai ribelli libici per trasportare armi da Bengasi a Misurata“. Il capitano della Charlottetown contatta il quartier generale NATO per ulteriori ordini. Come conclude la voce narrante: “La NATO ha deciso di non trattenere i ribelli e di lasciare che il rimorchiatore procedesse“. In altre parole, una nave della NATO stazionata nel Mediterraneo per imporre un embargo delle armi ha fatto esattamente l’opposto, e la NATO non si è fatta nessun problema nel pubblicare un video che dimostrava la sua ipocrisia.

In realtà, l’intervento in Libia era finalizzato al cambio di regime fin dall’inizio. La minaccia costituita dalle forze militari del regime libico e dalle forze paramilitari nei confronti delle aree abitate dalla popolazione civile era stata diminuita dagli attacchi aerei della NATO e dai movimenti di terra dei ribelli nei primi 10 giorni. Dopo di ciò, la NATO ha iniziato a fornire direttamente supporto aereo alle forze ribelli che avanzavano per attaccare le truppe governative che erano in piena ritirata e stavano abbandonando i loro veicoli. In modo molto calzante, il 20 ottobre 2011 un drone USA Predator e un caccia militare francese hanno attaccato un convoglio dei lealisti del regime che cercava di fuggire dalla città natale di Gheddafi, Sirte. Il dittatore fu ferito nell’attacco, catturato vivo, e poi assassinato senza processo dalle forze ribelli.

L’intervento in Libia mostra che la china scivolosa dei cosiddetti interventi limitati è particolarmente ripida quando c’è un grosso divario tra ciò che i responsabili politici dicono essere i loro obiettivi e gli ordini che inviano al campo di battaglia. Purtroppo le doppiezze di questa sorta sono pratica comune nell’apparato militare statunitense. I funzionari civili e militari sono spesso istruiti a usare un linguaggio molto specifico per suggerire che la portata sia determinate operazioni sia minima rispetto a eventuali operazioni belliche su larga scala, e che non ci sia nessuna guerra in corso. Fate caso che ci sono voluti 14 mesi prima che il Pentagono ammettesse che “Sì, stiamo combattendo“, riferendosi ai soldati USA coinvolti nelle missioni in Iraq contro lo Stato Islamico. Nel frattempo, solo questa settimana — e solo perché il Sergente Maggiore Louis F. Cardin è stato ucciso questo sabato — l’opinione pubblica è stata informata che esiste un distaccamento di Marines, nel nord dell’Iraq, che costituisce una “forza di protezione” per i militari iracheni e i consiglieri USA. Il rapido accrescimento di truppe, equipaggiamenti, trasferimenti di armi, e portata delle operazioni militari, sembra qualcosa che semplicemente “accade”, perché i funzionari presentano ogni passo successivo come qualcosa di normale e necessario. La realtà è che nell’insieme essi rappresentano un intervento sostanzialmente più ampio e diverso da quanto presentato inizialmente.

Durante l’ampia e teatrale audizione dell’ottobre 2015, il repubblicano Peter Roskam chiese alla Clinton delucidazioni in merito al video in cui la Clinton diceva “Siamo arrivati, abbiamo visto, lo abbiamo ucciso” [riferendosi a Gheddafi]. È questa la dottrina seguita dalla Clinton? Lei rispose: “No, quella era un’espressione di sollievo per il fatto che la missione militare intrapresa dalla NATO e dagli altri nostri alleati aveva raggiunto il suo scopo“. Eppure, non è mai stata questa la missione militare che l’amministrazione Obama ha detto al mondo di voler compiere. L’amministrazione Obama ha fuorviato l’opinione pubblica americana, perché mentre i Presidenti cercano di presentare le loro guerre come ristrette, limitate ed essenziali, ammettere onestamente il vero obiettivo da raggiungere in Libia — il cambio di regime — avrebbe portato ad una maggiore attenzione e a minore supporto da parte dell’opinione pubblica. La conclusione è chiara: se dobbiamo stare a sentire ciò che i funzionari USA e Occidentali dichiarano come propri obiettivi militari, quello che conta veramente è ciò che essi autorizzano e comandano i soldati a fare effettivamente.

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