In questo articolo del Telegraph si affronta l’ipotesi del Brexit dal punto di vista delle sue ripercussioni sulla sicurezza interna. Secondo due persone “informate dei fatti”, come l’ex capo dei servizi britannici e l’ex capo della CIA,  la permanenza nell’Unione europea non contribuisce positivamente alla sicurezza nazionale,  a causa di fattori come la cronica lentezza delle procedure,  la vasta area senza frontiere e la mancanza di una coesione interna. 

 

di Charles Moore, 25 Marzo 2016

Traduzione di @KellerZoe

 

L’UE manca della volontà e della capacità di autodifesa contro attacchi come quelli di questa settimana

C’era molto fastidio dopo le atrocità di Bruxelles di questa settimana verso alcuni sostenitori del Brexit che hanno indicato gli eventi di Bruxelles a dimostrazione che la politica UE di libera circolazione e di frontiere aperte è pessima per la sicurezza. David Cameron ha ribattuto ad un euro-parlamentare UKIP che lo aveva sostenuto: dichiarazione “non appropriata”, secondo il Primo Ministro.

Forse David Cameron ha ragione in termini di decoro. C’è un ordine da seguire in queste occasioni — prima si condannano i terroristi; poi si esprime la propria simpatia per le vittime, le loro famiglie e i loro  concittadini; solo dopo ci si può sentire liberi di discutere sulle cause e sugli errori. Se si sbaglia l’ordine, è un po’ come permettere agli assassini di farla franca. In gran parte la copertura dei fatti di questa settimana è stata dedicata alla rabbia verso le autorità belghe, più che agli assassinii compiuti dall’ISIL.

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Ma la questione di cosa la UE fa o non fa per la sicurezza dei suoi cittadini è importante, e influenzerà il voto referendario del 23 giugno. Prima degli attacchi di Bruxelles, lo aveva sostenuto lo stesso David Cameron: a suo avviso, la sicurezza è un motivo centrale per votare Remain. Ha ragione?

L’UE ha un Coordinatore Anti-terrorismo. Capita che sia un belga, Gilles de Kerchove. Il suo predecessore si è dimesso nel 2007 perché sentiva che il suo incarico, che era stato istituito dopo gli attentati di Madrid del 2004, non aveva poteri adeguati. Non è mancanza di rispetto verso Mr de Kerchove, o verso la sua nazionalità, supporre che egli non sia stato in grado di smuovere molto le cose.

Per cinque o sei anni l’UE ha litigato su una “direttiva sulla registrazione dei nomi dei passeggeri”, che, se approvata, metterebbe i dati dei passeggeri degli aerei a disposizione delle competenti autorità di sicurezza di tutti gli Stati membri. Theresa May ci ha provato di nuovo ad una riunione dei Ministri UE della giustizia e degli affari interni, due giorni dopo il bombardamento. Ma non è ancora stato approvato niente.

(Tra parentesi: non è strano che veniamo minacciati, in caso lasciassimo l’Unione europea, di “dieci anni di negoziati” sui dettagli, come se questa fosse una esperienza nuova e sconvolgente? Per il fatto di essere nella UE, abbiamo negoziato incessantemente, spesso in modo inconcludente, per 40 anni.)

La lentezza non è l’unico problema. La resistenza ad un forte sistema di sicurezza all’interno dell’Unione è incorporata nella sua costituzione. La dottrina della libera circolazione delle persone, per esempio, implica che le autorità britanniche non sono autorizzate a sottoporre i cittadini UE che entrano in questo paese ai controlli sistematici che possono eseguire sugli altri stranieri.

La Corte di giustizia europea (ECJ) in Lussemburgo difende rigorosamente questi diritti dei cittadini. Il mese scorso ha pubblicato un parere preliminare in base al quale la moglie del figlio del terrorista Abu Hamza non può essere espulsa dalla Gran Bretagna: nonostante lei sia marocchina, quindi non cittadina UE, e abbia una condanna penale, è tuttavia l’unica persona a predersi cura del suo bambino, che è un cittadino UE (britannico). Quindi devono rimanere entrambi, e noi dobbiamo pagare.

I diritti dei cittadini, naturalmente, sono sempre importanti, e io non sto dicendo che, dal suo punto di vista, la Corte sbagli. Ma quanta fiducia avranno i cittadini nell’ordinamento legale che la Corte sostiene così virtuosamente se la sua potenziale applicazione non è in grado di proteggerli da persone che li vogliono morti?

Europeisti senza tante utopie, come David Cameron, potrebbero riconoscere che questi sono problemi reali, affermando però che è di vitale importanza migliorare la cooperazione UE in tema di intelligence e sicurezza. Hanno ragione, ma c’è un problema di fondo. Sir Richard Dearlove, l’ex capo del MI6è stato ampiamente citato questa settimana. In un articolo della rivista Prospect, afferma che il costo di un Brexit “dal punto di vista della sicurezza nazionale … sarebbe basso”. Ma nessuno si è davvero focalizzato sul perché.

Sir Richard parla della “Regola della Terza Parte”, che è “essenziale per la cooperazione tra le intelligence in tutto il mondo” e non è adeguatamente compresa dai politici. Essa afferma che “chi riceve una informazione di intelligence da una nazione non può passarla mai ad una terza parte senza il consenso della nazione che l’ha fornita”. Se lo fa, la fiducia si rompe, e l’intelligence si inaridisce. L’Unione Europea ha 28 stati membri, per cui la “Regola della Terza Parte” difficilmente risolve il problema. Una “Regola delle 28 Parti” sarebbe più verosimile. Ma se proponi di raccontare i tuoi segreti a Romania, Grecia, Cipro, Belgio — tanto vale che li metti direttamente su internet.

Questo spiega perché — come ha detto ieri il generale Michael Hayden, l’ex capo della CIA — l’Unione europea “non contribuisce alla sicurezza nazionale”. E perché dovrebbe, dal momento che cerca di diluire il concetto di nazione? Il livello di gran lunga più alto di fiducia tra intelligence nel mondo è l’alleanza “Five Eyes”, tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Canada e Nuova Zelanda. Questi paesi condividono una lunga esperienza di cooperazione nelle guerre, la lingua, una tradizione di common law e, in quattro casi, la Corona britannica. Questa settimana, la Nuova Zelanda ha votato per mantenere la bandiera dell’Unione sul proprio vessillo nazionale. La fiducia scorre in profondità.

L’UE non è nemmeno lontanamente così. È ancora definita dai suoi inizi: si è formata come progetto per riconciliare dei nemici. Ha avuto successo, per molti anni, nel portare la maggior parte degli europei a entrare nel progetto. Il progetto è stato anche in grado — almeno in parte — di far fronte alla fine del Comunismo, perché molti paesi precedentemente governati dall’Unione Sovietica hanno preferito l’offerta di “una casa comune europea”.

Ma ciò per cui la CEE (come si chiamava allora) non è mai stata progettata è di confrontarsi con la minaccia esterna, l’estremismo e la violenza. Il pericolo del Comunismo Sovietico fu affrontato, militarmente e politicamente, dai principali alleati della NATO, anzitutto dagli Stati Uniti. Nelle rare occasioni in cui l’UE ha cercato di affrontare problemi veramente brutti, ha fallito. Radovan Karadzic, condannato dalla Corte penale internazionale dell’Aia questa settimana, è stato in grado di commettere il suo genocidio nei primi anni ’90 in parte perché l’UE era troppo debole per fermarlo.

Nel 21° secolo il quadro è diventato più cupo. Gli Stati Uniti si sono ritratti. Sotto Vladimir Putin, la Russia è tornata aggressiva. Le turbolenze nel mondo musulmano hanno portato migrazioni di massa verso l’occidente ed estremismo e terrorismo all’interno dei confini dell’Unione. La potenza di gran lunga più forte in Europa è la Germania, ma la Germania, a causa di Hitler, è appassionatamente impegnata a non agire come una grande potenza, specialmente quando si tratta di uso della forza militare.

L’UE non è attrezzata per affrontare questi shock. Alcuni sostengono che andrebbe attrezzata per farlo, ma come, e in nome di quale autorità? L’UE è come una enorme, tentacolare, versione a livello continentale del Belgio, con cui condivide la capitale bombardata. Cerca di conciliare le differenze interne facendo finta che non esistano. Le manca la volontà e la capacità per l’auto-difesa.

Questa disposizione debole è ovviamente preferibile ad una singola dittatura al potere in Europa. Ma mette l’UE in balia del Presidente della Turchia Erdogan sul decidere chi far entrare, di Putin che si prende gioco di noi in Medio-Oriente e in Ucraina, di Assad in Siria che si domanda chi sia il prossimo da uccidere o espellere, e dell’ISIL che cerca di provocare un’insurrezione paneuropea contro gli infedeli.
Quanto sicuri vi fa sentire?