L’efficacia delle riforme strutturali dipende dal contesto macroeconomico e dall’essere accompagnate da stimoli fiscali: non hanno nessun effetto sulla crescita sotto politiche di austerità. Le riforme che rendono più flessibile il mercato del lavoro in periodo di crisi sono controproducenti. La richiesta di nuove riforme strutturali deve essere “limitata” e i governi devono essere consapevoli del fatto che l’impatto delle riforme sulla crescita potrebbe “essere transitorio”. A dirlo è l’FMI in un suo report, ripreso dal Financial Times (gli estimatori dell’acqua calda aumentano di giorno in giorno).

di Shawn Donnan

Il Fondo Monetario Internazionale ha limitato le sue durature richieste affinché gli stati portino avanti le riforme strutturali, sostenendo in un nuovo rapporto che alcune di esse possono essere posticipate a momenti migliori per l’economia.

Il FMI per anni ha spinto i governi nelle economie emergenti e in quelle avanzate ad adottare riforme del mercato del lavoro ed altre ancora per migliorare il loro potenziale di crescita, un invito che è soltanto diventato più forte mentre l’economia globale continuava la sua anemica ripresa dalla crisi finanziaria del 2008.

Christine Lagarde, direttrice del FMI, ha richiesto nuovamente agli stati di procedere con le riforme strutturali come parte di un triplice approccio per rilanciare la crescita. Gli Stati Uniti, per esempio, avevano bisogno di aumentare il proprio salario minimo federale, ha detto, mentre i governi europei hanno dovuto migliorare la formazione dei lavoratori per contrastare la disoccupazione.

Tuttavia in uno studio pubblicato mercoledì sull’impatto economico delle riforme strutturali introdotte nel corso degli ultimi quattro decenni, gli economisti del FMI hanno constatato che in realtà le riforme strutturali hanno avuto risultati contrastanti, soprattutto nel breve termine. Hanno anche scoperto che l’efficacia delle riforme spesso dipendeva dal contesto economico e dall’essere accompagnate da stimoli fiscali.

Mentre le riforme strutturali potevano migliorare la fiducia e “aumentare la produzione e l’occupazione nel medio termine”, la realtà spesso è stata che “nel breve periodo il loro impatto rischia di essere più modesto perché hanno bisogno di tempo per ripagarsi”, ha detto Romain Duval, uno degli autori dello studio.

Questo è stato vero “soprattutto quando sono state attuate in condizioni economiche deboli”, ha detto. “Le condizioni macroeconomiche sono importanti per l’efficacia di alcune riforme.”

Nel tipo di riforme che potevano essere controproducenti c’erano le riforme destinate a rendere più facile assumere e licenziare i lavoratori, che in periodi di stress economico potevano effettivamente peggiorare le cose, hanno detto gli autori.

Gli autori hanno insistito che il loro messaggio non è in contrasto con l’invito del FMI ad una rinnovata spinta per le riforme strutturali.

In linea di massima, le condizioni politiche ed economiche in questo momento sarebbero a favore di una nuova spinta alle riforme dal lato dell’offerta, e anche se ci sono stati segnali in alcune parti d’Europa di “stanchezza da riforme” tra gli elettori stanchi della crisi, i governi e le economie ne trarrebbero giovamento implementandole.

Ma gli economisti del FMI hanno anche scritto che la richiesta di nuove riforme strutturali deve essere “limitata” e hanno ammesso che i governi devono essere consapevoli del fatto che l’impatto delle riforme sulla crescita potrebbe “essere transitorio” e dipendente dalle condizioni che si verificano assieme ad esse.

“La maggior parte delle riforme rischia di essere solo un piccolo contributo di breve termine alla ripresa economica in atto. . . in particolare nei paesi in cui le condizioni economiche sono deboli”, hanno scritto.

Mentre la riforma del mercato del lavoro e altre riforme negli anni ’90 in Nuova Zelanda sono state a lungo elogiate per aver rinvigorito l’economia, lo studio FMI ha scoperto che non avevano dato alcun contributo alla crescita. Ciò in gran parte è successo, hanno scritto gli autori del FMI, perché sono state introdotte “in condizioni macroeconomiche particolarmente deboli” ed assieme agli sforzi del governo per domare i deficit di bilancio cronici e l’inflazione.