Flassbeck: Prezzi e Salari in Germania, Ovvero Perché l’Europa non Sfuggirà alla Deflazione per i Prossimi Vent’Anni (Parte 1)

Continuiamo a tradurre uno scatenato Flassbeck (celebre economista tedesco ed ex consigliere economico del governo federale), sulla responsabilità della moderazione salariale tedesca nella crisi europea. Il guaio, ammonisce Flassbeck, è che tutte le forze sociali in Germania, sindacati pienamente inclusi, sembrano catturate dalla retorica (deflazionistica) del grande successo tedesco, e per nulla disposte a riorientare la distribuzione dei redditi in favore del lavoro abbastanza da scalfire l’adorato feticcio della “competitività”.

 

di Heiner Flassbeck, 29 aprile 2016

Questa settimana, che precede il Primo Maggio, che è la Festa del Lavoro, voglio occuparmi di politiche salariali. In Germania c’è una confusione totale sul tema dei salari. Nulla lo dimostra meglio della recente pubblicazione dell’Istituto di Ricerca dell’associazione dei sindacati, l’IMK (Institut for Makrookonomie und Konjunkturforschung). Perfino l’IMK dimostra di non avere capito lo schema complessivo e di essere disposto ad accettare la deflazione come un dato di fatto con cui bisogna convivere.

Per anni ci siamo arrovellati tutti su come sia possibile che un paese così sviluppato come il Giappone non riesca ad uscire, da decenni, dalla spirale deflattiva e dalla bassa crescita della produttività. Ora lo abbiamo capito. Un lettore mi ha mandato una citazione della Suddeutsche Zeitung, che spiega le sofferenze del Giappone usando la Germania come esempio.

Detlef Esslinger ha commentato le trattative dello scorso mese tra imprenditori e sindacati scrivendo che: “La Bundesbank ha ridotto la sua stima di inflazione allo 0,25% l’altro giorno. (…) Anche gli imprenditori si rendono conto che la situazione per i sindacalisti si è fatta psicologicamente difficile. Questi devono convincere la loro base che una crescita dell’1% dei salari oggi vale più di quanto valesse una crescita del 2,5% quattro anni fa. A quel tempo, infatti, l’inflazione era al 2%“.

Una crescita all’1% vale oggi più di quanto valesse una crescita al 2,5% nel momento in cui l’inflazione (vista dal consumatore) era al livello concordato sul piano europeo! Ciò è grandioso. Significa che ogni sforzo della BCE di riportare l’inflazione al livello target è stato inutile fin dall’inizio. Il nostro lettore aggiunge: “Scrivendo così, Esslinger ridicolizza anche il Ver.di [il sindacato dei dipendenti pubblici e dei liberi professionisti], oltre agli altri: non diranno la verità ai lavoratori. I salari reali non cresceranno. Signor Flassbeck, qual è la sua opinione su tutto questo?“.

Appena due giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Esslinger, Heike Göbel, l’indiscussa testa di lancia giornalistica della German Employers Association [associazione degli imprenditori tedeschi, NdT], chiedeva a gran voce sulla Frankfurter Allgemeine Zeiting un aggiustamento dei salari; non verso l’alto, ma verso il basso. Il suo “ragionamento” è che in tempi di zero inflazione e bassa crescita della produttività le attuali pretese salariali sono al di là della ragionevolezza: sono irresponsabili e irrealistiche. Nei tempi recenti gli imprenditori tedeschi avrebbero già concordato delle “eccessive” crescite salariali per “difendersi” dalle “ingiustificate accuse” che la Germania abbia causato la crisi dell’euro tramite la moderazione salariale. Ora, però, non si può proprio parlare di alzare i salari, dice! La crescita della produttività è troppo bassa e non c’è quasi inflazione, dice. È così che parlano i veri lobbisti.

In realtà sembra che gli imprenditori tedeschi includano anche i servizi pubblici e abbiano fatto un accordo con essi al fine di rifiutare qualsiasi aumento dei salari nominali o, quantomeno, per limitarli quanto mai prima. Questa è la ovvia conseguenza, e anche i sindacati hanno fatto lo stesso in passato. Essi considerano le stesse due componenti in questione, cioè l’attuale inflazione e la bassa crescita della produttività, e le accettano come dei dati di fatto anziché, come sarebbe il caso, esigere degli obiettivi di inflazione più alti e una maggiore crescita della produttività nel medio termine.

Ora vediamo quanto sia stato importante per gli imprenditori, negli anni recenti, continuare a negare la realtà sul dumping salariale tedesco e le sue devastanti conseguenze. Molti del movimento sindacale hanno partecipato a questo discorso. Immaginate cosa abbiano detto i sindacati tedeschi alle loro controparti in altri paesi europei nel corso degli anni. Si capisce bene quale sia la vera questione in gioco leggendo il commento della Göbel, ed è una questione sulla quale i sindacati fanno fatica a dissentire: la questione è che le accuse lanciate in Germania sulla moderazione salariale sarebbero “ingiustificate”. La redistribuzione a favore degli imprenditori è stata buona e accettabile da parte dei sindacati, perché se essa non fosse avvenuta, nemmeno il grande “successo” economico della Germania avrebbe mai avuto luogo. Oltretutto, negli anni più recenti c’è stata un po’ di crescita dei salari reali e un po’ di redistribuzione a favore dei lavoratori. Perciò chiedere maggiori incrementi salariali sarebbe ora irresponsabile: perché andrebbe oltre ciò che può essere “redistribuito” senza mettere in pericolo il successo tedesco.

In tutta questa incredibile confusione, ecco che arriva l’IMK. Ed è ora che le cose si fanno veramente tragiche. L’istituto di ricerca economica di Düsseldorf, che è stato fondato dai sindacati, la scorsa settimana ha pubblicato una previsione che mostra che nell’attuale situazione (nella quale non c’è praticamente crescita dei prezzi), è possibile che i salari reali crescano significativamente senza che ciò metta in pericolo la competitività tedesca. I ricercatori assumono una crescita nominale dei salari del 2,5%. Con un’inflazione allo 0,5%, questa ovviamente porterebbe a una crescita dei salari reali. E dato che la crescita prevista della produttività per quest’anno è dello 0,5%, ciò significherebbe che una tale, pur modesta crescita dei salari nominali porti a una redistribuzione a favore dei lavoratori.

È in questo contesto che salta fuori l’IMK a spiegare e difendere la logica deflazionistica. Secondo loro, i salari nominali tedeschi sarebbero cresciuti tanto quanto chiedeva l’Europa – “pur salvaguardando la competitività tedesca“. L’obiettivo di inflazione è al 2% più la crescita della produttività. La Germania non avrebbe fatto niente di male. Uno si chiede perché l’istituto questa volta non raccomandi ai sindacati di chiedere una crescita dei salari del 2,5%, in modo che stiamo felici e così sia.

Eppure non lo ha fatto. La logica interna di questa “richiesta” è chiara: la redistribuzione sarebbe un retaggio del passato. Il ruolo della Germania nella crisi europea? Ignoratelo! Va tutto bene in Germania, le quote sui mercati internazionali sono e restano altre, l’economia interna mostra segni di miglioramento e l’uomo tedesco ha mostrato nuovamente di appartenere a una specie superiore. Ora ciascun paese deve badare a se stesso e a dove si caccia, solidarietà europea o meno.

Vero che le cose diventano molto semplici, quando vi pagano per non capirle? Nulla di tutto ciò è vero. Nulla di tutto ciò è grande. L’Europa è di fronte a un calvario di dimensioni storiche. Eppure il sistema tedesco di concertazione sociale (imprenditori, lavoratori e governo) si impegna ad accettare la deflazione come la realtà definitiva. Non ci potete fare niente. Il massimo delle critiche che sentite negli ambienti politici è sui bassi tassi d’interesse, ma questi non hanno nulla a che vedere coi salari – saluti dal Giappone. Bisogna solo credere agli imprenditori e ai loro media. Sono riusciti di nuovo a intrappolare l’opinione pubblica, i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali in un’euforia totalmente ingiustificata che unisce proprio tutti, eccetto qualche guastafeste [in Italiano potremmo tradurre con “gufi”, NdT], cioè quei tizi malvagi che cercano di distruggere la meravigliosa e devastante illusione e tutta l’ideologia che si porta dietro.

Nella seconda parte parleremo di ciò che è effettivamente successo dal 1995 e del perché l’attuale costellazione di sindacati dovrebbe essere più assertiva e scendere in piazza a reclamare ciò che gli spetta. Nella terza parte spiegheremo l’origine della bassa crescita della produttività in Germania. La bassa crescita della produttività non è una cosa che cade dal cielo. Ha a che fare coi salari.

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