Sapir: La Riforma della Legge sul Lavoro in Francia (e la Lotta di Classe)

Jacques Sapir mette a nudo la riforma della legge sul lavoro in Francia: una riforma che demolisce le conquiste di un secolo e mezzo di lotte per i diritti del lavoro. Il punto critico, sottolinea Sapir, è che questa riforma aggredisce contratti e diritti collettivi, riportando ciascun lavoratore in una condizione di singolarità, secondo la logica fasulla che lavoratore e padrone possano contrattare alla pari. Con questa riforma, che arriva in un momento di estrema debolezza del lavoro (la disoccupazione è forte, dunque il potere contrattuale è debole), il Governo francese che si autodefinisce “socialista” ha preso parte al conflitto di classe in favore del capitale e contro il lavoro.

 

di Jacques Sapir, 3 maggio 2016

La “legge sul lavoro” è ora in discussione in Parlamento. Ci saranno molti emendamenti e, a mettere fine al discorso, non è impossibile che il Governo decida di fare ricorso all’articolo 49.3 secondo il quale un testo risulta approvato a meno che non ci sia una mozione di sfiducia. Il disegno di legge è stato certamente modificato, fino ad ora. Ma il testo nel suo insieme rimane fortemente discutibile. Il testo non è “emendabile” nel senso che si possano correggere i suoi passaggi più scandalosi con delle piccole modifiche. Questo testo ha una sua “logica d’insieme” in virtù della quale deve essere interamente rifiutato.

Un disegno di legge inemendabile

Ce lo dimentichiamo troppo facilmente, ma il problema principale di questo disegno di legge non è la questione dei licenziamenti economici, la tassazione dei CDD o la rappresentanza delle organizzazioni degli imprenditori. Questi punti costituiscono, ovviamente, degli ulteriori motivi per protestare contro questa riforma, ma sono motivi relativamente minori rispetto alla “economia generale” del testo. Questa economia generale si riassume in una parola: decentralizzazione. Questo testo porta con sé una visione del mondo del lavoro nel quale il lavoratore e l’imprenditore sarebbero sullo stesso piano. Saremmo dunque in presenza di “attori” ugualmente liberi di contrattare tra loro. Questa “uguaglianza” potrà pure essere sancita dalla legge, ma sappiamo che è fasulla. O se vogliamo, per la precisione, si applica solo dentro le imprese molto piccole. Ma appena ci si trova di fronte a un’azienda con molti dipendenti, per non parlare delle aziende con centinaia, o migliaia, di lavoratori, la logica è tutt’altra. Il lavoratore salariato ha bisogno del lavoro per vivere. Per l’imprenditore, invece, assumere uno o un altro non ha molta importanza. Potrebbe anche permettersi di non assumere nessuno per un certo periodo di tempo. Questo punto è fondamentale. Siamo di fronte ad una asimmetria nel “contratto di lavoro”, che di fatto annulla l’idea di una uguaglianza giuridica.

L’individualizzazione dei salariati e la fine del diritto del lavoro

La realtà è che il diritto del lavoro è stato costruito, a partire dalla seconda metà del diciannovesimo secolo, attorno al concetto cruciale di diritto collettivo dei lavoratori dipendenti. Il diritto del lavoro che esiste oggi come coagulazione delle lotte del passato, è ciò che il lavoratore ha sempre cercato di ottenere nel suo confronto col datore di lavoro, perché nel confronto individuale, testa a testa, col datore di lavoro, il singolo lavoratore esce necessariamente perdente. È per questo che i contratti collettivi danno dei diritti a TUTTI i lavoratori di un certo settore (nel caso di accordi settoriali) o a tutti i lavoratori di un intero paese. È in nome di questa logica che negli anni sessanta il salario minimo garantito (SMIG) è stato unificato e omogeneizzato nel salario minimo di crescita (SMIC), che ha assicurato una forte crescita del reddito e della produzione.

Tornando all’individualizzazione, che sia personale o d’impresa, il lavoratore ne esce necessariamente perdente. Questo è ciò che gli imprenditori sanno bene da quando il lavoro salariato ha iniziato a crescere, ed è per questo che stanno spingendo, da tempo, per questa riforma della legge del lavoro.

In tutto questo la responsabilità del Governo è enorme. Il Governo si sta assumendo il rischio di annullare questa architettura collettiva e di rinviare il lavoratore salariato alla sua singola condizione individuale. Abbiamo dovuto attendere il 2016 per vedere un governo che viene definito “socialista” procedere verso una tale distruzione del diritto del lavoro. È un immenso scandalo e merita una sanzione esemplare.

Una follia macroeconomia e le sue ragioni

Ma questo governo sa fare anche di peggio. Procede verso questa riforma nel momento in cui stiamo vedendo una disoccupazione di massa, cioè una situazione che aggrava ulteriormente l’asimmetria iniziale. Procede verso questa riforma ora che i bassi salari sono pressoché in stagnazione. Il divario tra la crescita della produttività e quella dei salari mediani (non quella dei salari medi) mostra bene che il vantaggio va tutto agli imprenditori. Tutto ciò ha delle implicazioni macroeconomiche ben chiare. La debolezza della crescita dei salari rispetto alla crescita della produttività è una delle cause della disoccupazione di massa. Gli economisti che invece la attribuiscono solo agli incrementi di produttività meritano il cappello da somaro. Se il reddito dei lavoratori salariati avesse visto una crescita comparabile a quella della produttività, la domanda coprirebbe il massimo della capacità produttiva con una occupazione costante. Nell’intraprendere questa riforma nel contesto molto difficile che stiamo vedendo da quasi 25 anni, il Governo si tira addosso ben più di una colpa sociale o economica. Sta di fatto conducendo una lotta di classe contro il lavoro, da un lato indebolendo i lavoratori rispetto agli imprenditori, e dall’altro creando la condizione economica che li priva di una capacità di resistenza. La gravità di questa situazione economica si moltiplica anche tramite i tagli agli investimenti pubblici e la distruzione programmata della scuola.

Ciò che stiamo vedendo è dunque un conflitto di classe. Bisognerà ricordarsene quando quegli stessi che lo stanno conducendo verranno a chiedere il nostro voto.

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