Il FMI entra in campo sulla Brexit con disonestà scandalosa

 

Ambrose Evans-Pritchard condanna senza mezzi termini sul Telegraph l’entrata in campo del Fondo monetario internazionale sui rischi connessi alla Brexit. “Dopo avere ascoltato le loro irritanti prediche, sono più incline a optare per la sfida, perché la loro maschera di obiettività è caduta. Non ci può più essere alcun dubbio sul fatto che stanno facendo un gioco politico con l’autodeterminazione democratica di questo paese”. In particolare l’autore fa notare come il Fondo citi tra i segnali preoccupanti l’aumento del costo dei credit default swap sul debito sovrano del Regno Unito, un argomento destinato a colpire chi non si occupa da vicino di questi temi, “scordandosi” però di menzionare che nello stesso periodo sono aumentati anche quelli sul debito sovrano di Svizzera, Francia e Corea e che tutto questo con la Brexit non c’entra niente. Il Fondo ha sbagliato alla grande le sue previsioni negli ultimi anni, ricorda Evans-Pritchard, concludendo che “le conseguenze terribili prospettate… si verificherebbero solo se i paesi leader a livello mondiale decidessero di attivarsi proprio per provocare il caos che dicono di paventare”.

 

Di Ambrose Evans-Pritchard, 13 maggio 2016

Se il Fondo monetario internazione e i suoi fiancheggiatori volevano scoraggiare dall’accostarsi alla Brexit chi è ancora indeciso, nel mio caso hanno sicuramente fallito.
Dopo avere ascoltato le loro irritanti prediche, sono più incline a optare per la sfida, perché la loro maschera di obiettività è caduta. Non ci può più essere alcun dubbio sul fatto che stanno facendo un gioco politico con l’autodeterminazione democratica di questo paese.
Il Fondo scopre il suo gioco al punto 8 dell’articolo IV delle sue conclusioni sull’economia del Regno Unito, dove si afferma che “il costo di un’assicurazione contro il default sovrano del Regno Unito è raddoppiato (anche se a partire da un livello basso)”. Qualsiasi persona normale che non segue il mercato dei derivati ​​lo interpreterebbe come un segnale sinistro da parte degli investitori globali.
Certo, il prezzo dei credit default swap sul debito UK a 5 anni – l’indicatore che usiamo tutti  – ha fatto un salto da  17 a 37 dalla fine dell’anno scorso. Ma il Fondo monetario ha trascurato di ricordare che c’è stato un salto da 15 a 33 in Svizzera, da 26 a 43 in Francia, da 45 a 65 in Corea.
Questo salto non ha praticamente nulla a che fare con la Brexit, e il FMI lo sa perfettamente.  In francese c’è un’espressione che sarà familiare alla direttrice del fondo, Christine Lagarde: ils font feu de tout bois (fanno fuoco con qualsiasi legna, senso simile all’italiano “tutto fa brodo” ndt).
Il suo stesso mentore e a lungo capo economista del FMI, Olivier Blanchard, il mese scorso mi ha detto che non vi era alcun rischio di una crisi del debito sovrano, né di attacco ai titoli, né di un arresto improvviso di alcun tipo. “Il finanziamento sarà più difficile dopo la Brexit? Gli investitori valuteranno il governo britannico come più a rischio? Non penso proprio”, ha dichiarato.
Il professor Blanchard, che recentemente si è dimesso dal Fondo ed è libero di dire come la pensa, afferma che ci può essere un prezzo da pagare per la Brexit, ma è impossibile da calcolare.
“Il costo dell’uscita non sarà senza scosse, e l’incertezza, dopo, durerà per molto tempo. Le imprese che devono decidere se attivare un impianto nel Regno Unito o nel continente aspetteranno. Gli investimenti caleranno”, ha detto. Ma ha anche detto che una sterlina più debole in una certa misura potrà attutire gli effetti della diminuzione degli investimenti.
Tenetelo bene in mente, oggi,  mentre passate in rassegna le affermazioni dell’Articolo IV, con la sua deliziosa combinazione di precisione e selettiva vaghezza sui presunti danni della Brexit.
Il danno va dall’ 1.5% al 9.5% del PIL. Perfino i decimali. La forbice dipende da se avviene “secondo le modalità della Svizzera, della Norvegia, o del WTO”, ha detto la signora Lagarde.
Forse è poco elegante sottolineare che il FMI ha completamente mancato di cogliere l’inizio della crisi finanziaria globale, ed è stato del tutto cieco quando gli Stati Uniti sono caduti in recessione nel novembre 2007. Gli economisti del Fondo stavano ancora facendo previsioni di pianori illuminati dal sole a perdita d’occhio, anche quando la più nera delle più nere tempeste si stava addensando sulle loro teste.
Quanto alle  previsioni del Fondo sulla Grecia, sono state sbagliate ogni singolo anno successivo al salvataggio dell’euro e del sistema bancario del nord Europa, quello che per una crudele deformazione del linguaggio è noto come il salvataggio della Grecia.
In origine avevano sostenuto che l’economia greca si sarebbe contratta del 2.6% nel 2010 per poi recuperare vivacemente. Quello che è realmente accaduto – come previsto a suo tempo dal membro indiano del consiglio di amministrazione del FMI – è stato il più spaventoso crollo di un’economia sviluppata nel dopoguerra.

 

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La produzione in ultima analisi è scesa del 26%, calcolando dal punto massimo a quello più basso. A suo merito, il FMI ha poi ammesso di aver terribilmente sottovalutato il moltiplicatore fiscale. In effetti.
Non voglio denigrare il Fondo. Rimane un’istituzione superba. Utilizzo continuamente i loro studi per il mio lavoro. Ma in questa occasione è stato usato in modo scorretto per finalità politiche.
L’analisi del Fondo parte dal fermo presupposto che l’UE sarebbe in grado di dettare legge dopo la perdita della sua seconda maggiore economia e prima potenza militare. Sostiene che ogni nuovo accordo commerciale con la Gran Bretagna richiederebbe il consenso unanime di tutti i paesi dell’UE, implicando “notevoli rischi politici”.
Questo è vero in senso stretto, ma si può allo stesso modo capovolgere il ragionamento. Se uno qualsiasi di questi paesi cercasse di ostacolare i rapporti commerciali della Germania con la Gran Bretagna, avvelenerebbe ulteriormente la chimica interna della stessa UE.
Lo stesso vale se tentassero di impedire un accordo amichevole che l’Olanda, la Danimarca, la Svezia e la Finlandia potrebbero desiderare per ragioni di affinità democratica e culturale; o un accordo di cui la Polonia e gli Stati baltici hanno un estremo bisogno,  per garantire che i ragazzi britannici siano ancora disposti a morire per Danzica (per così dire ) per sostenere la NATO.
Se gli stati membri che sono ai confini con la Russia adottassero misure che danneggiano seriamente la Gran Bretagna, provocherebbero la distruzione della NATO, che è più importante per loro di qualsiasi discussione accademica sulla politica commerciale dell’UE. Sì, ci sono alcuni stati nella UE che potrebbe desiderare di giocare duro. Ma farebbero crollare l’intero tempio della UE sulle loro teste, se ci provassero.
A mio avviso, il ministro delle Finanze italiano Carlo Padoan è stato più vicino alla verità questa settimana, quando ha ammonito che la Brexit potrebbe mettere in moto potenti forze centrifughe, portando al rischio di disintegrazione del blocco. Questo renderebbe ancora più indispensabile per l’UE comportarsi con moderazione.
Sia come sia, c’è disonestà in una grande parte del discorso sul commercio. Il FMI sostiene che gli accordi commerciali della Gran Bretagna con 60 economie non appartenenti all’UE – ora sotto gli auspici dell’UE – decadrebbero automaticamente, e dovrebbero essere rinegoziati. È una stecca, e lo sanno bene.
Questi accordi potrebbero compiere facilmente il passaggio, secondo il principio della “presunzione di continuità”, sancito dal diritto internazionale. Tutto quello che c’è da fare è firmare un documento di mantenimento in vigore dell’accordo, una procedura amministrativa.
Come Richard North sottolinea sul suo blog EU Referendum, varianti di queste procedure sono state seguite più volte: dopo il ‘Divorzio di Velluto’ tra repubblica Ceca e Slovacca, dopo la disgregazione della Jugoslavia, o nella transizione post-coloniale.
Tornerò su questo tema in modo più approfondito nei prossimi giorni, ma quello che è chiaro è che le conseguenze terribili prospettate successivamente dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, dal Tesoro, dall’OCSE, dalla Banca d’Inghilterra, e dal Fondo monetario internazionale si verificherebbero solo se i paesi leader a livello mondiale decidessero di attivarsi proprio per provocare il caos che dicono di paventare.
Ci possono essere motivi validi per la Gran Bretagna per rimanere nell’UE, ma non hanno nulla a che vedere con le affermazioni prive di fondamento sostenute oggi dal FMI.
Prenda il suo mucchio di legna umida e marcia e lo porti altrove, madame Lagarde.

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