Nella sua ultima colonna sul prestigioso settimanale liberal Die Zeit, Jochen Bittner si sofferma sull’ evidente fallimento dell’Unione Europea, paragonato dall’editorialista al crollo di un impero.

L’analisi di Bittner è in perfetta linea con quella della maggior parte degli intellettuali di sinistra italiani ed europei: riconosce le incongruenze politiche dell’Euro ignorando però le asimmetrie economiche che ne minano le fondamenta. Ancora una volta il progetto europeo, seppur visto come fallimentare e disonesto, si può superare unicamente con ancora “Più Europa”, a discapito della volontà dei popoli.

Sulla falsa riga delle idee alla base di un movimento come DiEM25 (qui una riflessione di Heiner Flassbeck), l’approfondimento di Bittner ha però il merito di mettere in evidenza ancora una volta, più o meno volontariamente, l’incompatibilità dell’Euro con la democrazia.

 

Di Jochen Bittner, 12 Maggio 2016

 

Traduzione di Stefano Solaro

 

Gli storici sono in grado di identificare con una certa precisione le ragioni per cui tutti gli imperi finiscono per crollare.

Spesso la causa è l’eccessiva ambizione, la volontà di espandersi sempre di più, a livello geografico e militare.

Quali sarebbero allora le motivazioni dietro a un eventuale crollo dell’Unione Europea?

Cosa avrebbe causato il fallimento di questo impero su invito, di questa unione di Stati volenterosi?

Supponiamo che il collasso possa essere provocato dal seguente scenario: il 23 giugno i britannici votano sì all’uscita del Regno Unito dall’Eurozona. Il loro esempio induce altre nazioni a fare un’analisi costi-benefici dell’appartenenza all’Unione Europea. In Italia aumenta la rabbia a causa del crescente flusso migratorio dal Nord Africa nel periodo estivo, unito alla presa di coscienza che gli altri Paesi membri non hanno alcuna intenzione di accogliere i rifugiati (secondo i sondaggi già il 48% degli italiani sarebbe a favore di un’uscita dall’Euro).

L’Italia però, diversamente dalla Grande Bretagna, fa parte dell’unione monetaria.

Un voto a favore dell’uscita causerebbe una crisi dei mercati finanziari senza precedenti. Gli operatori inizierebbero a speculare contro la permanenza dell’Italia nell’Euro, tanto da rendere impossibile finanziarsi sui mercati per un paese già fortemente indebitato.

In caso di un default italiano i piani di salvataggio europei sarebbero semplicemente inadeguati ad affrontare la crisi. L’Italia sarebbe costretta a uscire dall’Euro, un evento che scatenerebbe una nuova ondata di speculazioni sul prossimo paese destinato ad abbandonare l’Unione.

Come è iniziato tutto?

 “Così sia, dunque”, annuncia il nuovo presidente francese Marine Le Pen, prendendo la decisione di uscire dalla moneta unica.

Un collasso annunciato. In poche parole, la fine.

Come si potrebbe giungere a questo punto?

Perché sono stati proprio i britannici a rovesciare la prima tessera del domino?

In definitiva, perché hanno smesso di credere nel valore aggiunto che un’oltremodo complessa unione di Stati è in grado di fornire rispetto a un consapevole stato-nazione. E anche perché si sono resi conto che le loro critiche ai deficit funzionali e di obiettivo della UE sono state ignorate per quarant’anni.

Proprio di recente, infatti, il cancelliere tedesco ha largamente trascurato la richiesta di sostanziali riforme da parte del primo ministro britannico David Cameron. La condizione necessaria per tenere il Regno Unito in Europa sarebbe stata prendere sul serio le loro rivendicazioni, e convocare un’assemblea generale per discutere delle riforme necessarie. In una parola: disfare gli attuali trattati.

E’ evidente che Angela Merkel non era disposta a pagare questo prezzo.

Forse proprio perché aveva intuito che ciò avrebbe comunque significato la fine della UE?

Perché sarebbe diventato impossibile rimettere insieme i pezzi dopo una simile svolta?

Oppure perché l’insoddisfazione nei confronti dell’Unione in Polonia, Paesi Bassi, Francia, Ungheria, Grecia, Danimarca è diventata talmente grande da rendere impossibile replicare una struttura simile a quella stabilita dagli attuali trattati?

In quest’ottica sarebbe allora ancora più importante identificare le cause dell’endemico malcontento.

Le ragioni stanno probabilmente in una nuova forma di volontà espansionistica. Il benevolo impero targato UE ha fatto il passo più lungo della gamba, riempendo i suoi cittadini di promesse e impegni che è ormai chiaro fossero impossibili da mantenere.

Prima di ogni ondata d’integrazione e, nello specifico, prima del Trattato di Lisbona, i governi si sono avventurati in tutta una serie di promesse che di fronte a un esame più attento appaiono contraddittorie.

L’Europa diventerà più efficiente e democratica, diceva il trattato. L’Europa dei 28 avrà una sola voce davanti ai concorrenti globali e difenderà al meglio gli interessi dei cittadini europei nel mondo.

 Tanta Rabbia in Europa

 La verità è che è impossibile avere allo stesso tempo democrazia, armonia ed efficienza.

E’ impensabile che Bruxelles prenda decisioni di maggioranza di fronte a 28 Stati senza che i diritti di partecipazione dei parlamenti nazionali ne soffrano. E’ impensabile concludere in blocco accordi di libero scambio con paesi che mantengono diverse filosofie in tutela dei diritti dei consumatori e che vogliono preservare i consueti standard nazionali. E’ impensabile promettere un pool esecutivo transnazionale, senza tenere conto dei deficit che ciò comporta per il classico stato-nazione.

Non aver presentato in modo chiaro quest’analisi dei costi-benefici ha scatenato molta rabbia in Europa.

Ciò che vedono al momento i popoli europei sono solo paradossi.

Ogni referendum nazionale contro una più profonda integrazione europea era già di principio antidemocratico, perché non può essere una sola nazione a decidere per tutti i popoli del continente: prima hanno votato no gli olandesi, poi i francesi e infine gli irlandesi. Il fatto che i governi della UE abbiano però scelto di ignorare questi referendum è altrettanto antidemocratico. Erano state pur sempre delle nazioni intere a esprimere il proprio giudizio tramite il voto.

In breve: se si desidera un’Unione efficiente che si presenti come un’entità unica e omogenea agli occhi del mondo, è necessario rinunciare in una certa misura alla classica democrazia degli stati-nazione.

La domanda se gli europei siano davvero pronti per quest’evoluzione non è mai stata posta direttamente, ma soltanto camuffata.

Questa mancanza di consenso intorno al punto chiave della questione è ciò che ora sta facendo vacillare l’Unione Europea.