Mentre si dibatte molto sulla Brexit, Social Europe invita a puntare l’attenzione sulla nazione al cuore del disastro dell’euro: la Germania, con la sua mitizzata “übercompetitiveness”. Come soluzione per uscire dalla trappola dell’euro è proposta – non per la prima volta – proprio la Gexit, ovvero il ritorno della Germania alla sua moneta. Un percorso secondo l’autore più facile sia per la Germania stessa, sia per gli altri, rispetto a una possibile uscita dei paesi più deboli.

di Jörg Bibow, 18 maggio 2016

 

Le ragioni a favore o contro un uscita della Gran Bretagna dall’UE – #Brexit – sono su tutte le prime pagine. Per il momento, la precedente controversia su una possibile uscita della Grecia dalla zona euro – #Grexit – sembra essere stata messa in secondo piano – con una o due eccezioni tra cui Christian Lindner, leader del partito liberale tedesco FDP. La maggior parte dei sostenitori dell’UE sono profondamente preoccupati per queste prospettive e per le ripercussioni che ciascuna delle due potrebbe avere sull’unità europea.

Eppure, benché siano questioni molto importanti, nessuna delle due dovrebbe distrarre l’Europa dal puntare il dito sul vero problema: il ruolo oggi dominante e contemporaneamente distruttivo della Germania negli affari europei. Non ci può essere alcun dubbio che l’approccio tedesco all’unità europea “orientato alla stabilità” è stato un triste fallimento. Per l’Europa è giunto il momento di considerare la possibilità di una uscita della Germania dall’eurozona – #Gexit – dal momento che questo potrebbe essere lo scenario meno dannoso perché l’Europa esca dalla trappola dell’euro e ricominci da capo.

L’adesione della Germania alla zona euro insieme al suo rifiuto adamantino di giocare secondo le regole di una unione monetaria è assolutamente al cuore del problema. Naturalmente, le cose non dovevano andare in questo modo. E non era inevitabile che l’Europa si ritrovasse nell’attuale stato di crisi interminabile che impoverisce e disgrega i suoi popoli. Ho sempre sostenuto l’idea di una moneta unica europea, credendo che potesse potenzialmente fornire un ordine monetario di gran lunga superiore allo status quo ante dell’egemonia del marco: la Bundesbank – nel perseguire il mandato tedesco di garantire la stabilità dei prezzi – che teneva le leve della politica monetaria in tutto il continente. Benché abbia anche sempre sostenuto che l’euro – il regime particolare di Unione economica e monetaria concordato a Maastricht – fosse profondamente sbagliato, ho mantenuto le mie speranze che le autorità politiche lo avrebbero riformato lungo la strada, per rendere l’euro praticabile.

In questo spirito ho proposto il mio piano “Euro Treasury” che, tra le altre cose, risolve il più grave difetto del regime di Maastricht: il divorzio tra le autorità monetarie e quelle fiscali, che sta lasciando tutti gli attori chiave vulnerabili e privi dei poteri necessari a guidare un grande economia come quella dell’eurozona, in una situazione generale che è tutto fuorché favorevole, nel migliore dei casi.
Ma guardando agli sviluppi della situazione in Europa da lontano, le mie speranze che l’esperimento fallito dell’euro porterà alle riforme che potrebbero salvarlo diminuiscono di giorno in giorno. Al contrario, sembra che stia aumentando costantemente la probabilità che si arrivi a una qualche forma di rottura finale. È innegabile che l’euro si è rivelato uno strumento per diffondere l’impoverimento, piuttosto che per condividere la prosperità. Sembra sempre meno chiaro per quanto tempo ancora i politici pro-europei saranno in grado di nascondere in qualche modo la cantonata e tenere insieme le cose – in particolare visto che la politica diventa sempre più nazionalista e conflittuale ovunque.

La ricerca della stabilità monetaria in Europa è sempre stata basata su due cose: la stabilità dei prezzi e l’assenza di distorsioni “beggar-thy-neighbor” (“impoverisci il tuo vicino”) nella competitività e negli scambi commerciali. La stabilità monetaria è stata considerata una precondizione per la pace e per una prosperità condivisa. Oggi l’Eurozona è sull’orlo della deflazione, la domanda interna è ancora al di sotto del livello raggiunto otto anni fa, e la disoccupazione rimane estremamente elevata, soprattutto nei paesi più indebitati coinvolti nella crisi dell’euro. Come siamo arrivati ​​qui? E come potrebbe la #Gexit essere di aiuto?

Germania fuorigioco

La verità che disturba è che la Germania ha in gran parte stabilito le regole del gioco di Maastricht, ma ha mancato di rispettarle. Forse non solo la Germania. Ma la Grecia è troppo piccola per avere peso in una qualsiasi unione monetaria ben progettata, mentre la Germania è troppo grande per non avere un peso enorme, in qualsiasi unione monetaria, in particolare in una mal progettata. La Germania ha imposto che l’indipendenza della banca centrale, il primato della stabilità dei prezzi  e il divieto di deficit di bilancio eccessivi dovessero essere i principi politici generali dell’Unione monetaria europea. Gli stessi principi avevano assicurato sia la stabilità dei prezzi sia la prosperità nella Germania Ovest del dopoguerra.

I tassi di cambio nominali ancorati erano fondamentali per questo risultato, senonché la competitività tedesca è migliorata ogni volta che l’inflazione tedesca è rimasta al di sotto della media degli altri paesi. In questo modo la Germania ha sempre potuto contare sulle esportazioni come motore della crescita e astenersi largamente da una gestione attiva della sua domanda interna. A Maastricht le autorità tedesche hanno però trascurato l’ovvio fatto che il modello tedesco non avrebbe più potuto funzionare una volta che i partner commerciali della Germania si fossero comportati come la Germania – il che è esattamente ciò che l’euro ha chiesto loro di fare. L’errore fatale della Germania è stato quello di interpretare il conseguente ristagno a metà degli anni ’90 come un invito ad aumentare la propria competitività nazionale comprimendo i salari. Questa mossa ha aperto la strada alla rovina in tutta la zona euro.

Il motivo è che il divergere della competitività non è consentito all’interno di un’unione monetaria che non sia anche un’unione fiscale e di trasferimento (ho definito questo “Il trilemma dell’euro per la Germania”). L’effetto: l’accumularsi di squilibri e bolle, e il loro inevitabile scoppio all’interno dell’euro. La Germania ha accumulato enormi crediti nei confronti dei suoi partner dell’eurozona, che a loro volta si ritrovavano con un debito estero sempre più alto. I cosiddetti “salvataggi” le hanno quindi permesso (come agli altri creditori) di uscirsene con perdite limitate. Il sostegno della BCE alla liquidità delle banche nazionali dei paesi in crisi è stato assolutamente determinante in questo contesto. In sostanza, è stato facilitato il passaggio dei rischi dai bilanci privati al bilancio pubblico, in modo da contenere e coprire i danni nei paesi creditori. La Germania aveva salvato le sue banche dopo le perdite subite nelle loro avventure con i subprime statunitensi. Evidentemente le autorità tedesche hanno ritenuto che fosse più facile tirare fuori dai guai i suoi partner nell’euro che organizzare un altro giro di salvataggi degli istituti finanziari tedeschi per le perdite subite nelle loro avventure dell’Eurozona.

Ma i salvataggi dei partner dell’eurozona dovevano essere accompagnati da una punizione. La Germania ha prescritto una dura austerità ai suoi partner, ma ha rifiutato di partecipare al processo di riequilibrio attraverso un’espansione fiscale e una maggiore inflazione salariale a casa propria. Di conseguenza, il riequilibrio è stato unilaterale e deflazionario, con un’inutile sofferenza inflitta a tutta l’Eurozona. La stessa Germania ha avuto fortuna, ancora una volta: le ripresa negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Cina e altri mercati emergenti ha compensato le ripercussioni dell’avere soffocato il suo mercato di sbocco dell’Eurozona.

Wir Sind Wieder Was

E qui ci troviamo oggi, con un’esperienza dell’euro fortemente divisa. Al di fuori della Germania l’euro significa impoverimento e disagio. Mentre in Germania la stragrande maggioranza della popolazione non ha fatto molti progressi, ma in confronto al disastro che si vede nei paesi partner i tedeschi probabilmente si sentono grati di avere un lavoro e dei pur piccoli aumenti di reddito che possono aver sperimentato nel corso degli ultimi vent’anni; soprattutto negli ultimi due anni, in realtà.
C’è un indottrinamento sistematico all’orgoglio per la übercompetitiveness della Germania. E questo rende più facile dare la colpa di tutti i problemi esistenti altrove all’inferiorità e alla pigrizia degli altri. Eppure il malcontento politico è in aumento ovunque. Fuori dalla Germania, perché le persone mettono sempre più in dubbio il senso e la giustizia del loro impoverimento. E all’interno della Germania, perché c’è il sentimento prevalente che al paese sia in qualche modo chiesto di salvare tutti gli altri – il vecchio luogo comune del “pagatore UE”, moltiplicato per mille.

L’ultima incarnazione di questo luogo comune presenta i risparmiatori tedeschi come “espropriati” dalla politica monetaria della BCE. Non c’è alcuna considerazione del fatto che i tassi di interesse di oggi sono una conseguenza della cattiva condotta tedesca sotto il regime dell’euro, un regime “made in Germany” che non ha portato altro che rovina in Europa.
Al contrario i tedeschi vivono in un mito secondo cui la posizione oggi più forte della Germania dimostrerebbe che ha fatto tutto giusto. La compressione dei salari sotto l’euro ha facilitato uno spostamento massiccio della distribuzione di reddito e ricchezza anche in Germania. Ma il tedesco medio non è consapevole che l’unico vero vincitore nella moneta unica è l’un per cento più ricco del suo paese. Mentre viene tosato dalla sua élite, il tedesco medio vive nel timore di essere dissanguato dai suoi concittadini europei.

Una cosa è chiara: i partner nell’euro della Germania non accetteranno l’impoverimento come loro destino per sempre – l’euro non può sopravvivere a meno che la Germania non cambi drasticamente linea. Ma come si fa a convincere la Germania a cambiare, se i tedeschi sono stati indotti a credere che hanno fatto tutto giusto? Questa è la sfida che l’Europa deve soddisfare.

La nuova questione tedesca

L’Europa dovrebbe concentrare la propria attenzione e i propri discorsi su come convincere la Germania o a cambiare linea o a uscire dall’euro. È inutile fare finta che la rottura dell’euro non sia un’opzione. Senza un drastico cambiamento nelle politiche e nelle istituzioni, in un modo o nell’altro in ogni caso accadrà.
Una possibilità è la completa disgregazione, con tutti i partner che tornano alle loro monete nazionali. In questo caso sarebbe inutile un ancoraggio al nuovo marco, visto che ciò ripeterebbe il vecchio problema. Un’altra possibilità è che solo uno o un gruppo di stati membri escano. La paura dell’esperienza della #Grexit lo scorso anno (e precedenti crisi sempre peggiori) ha fornito un assaggio dei dolori che un paese debole e indebitato dovrebbe affrontare uscendo. Del resto anche i paesi creditori soffrirebbero le conseguenze spiacevoli dell’uscita e del default di un paese debitore.

La #Gexit, ovvero l’uscita del paese forte, sarebbe meno dirompente per l’Eurozona nel suo complesso. La Germania domenica prossima potrebbe dichiarare che reintroduce il marco tedesco, con la conversione di tutti i contratti nazionali e dei prezzi a un tasso di 1 a 1. (Forse gli austriaci e gli olandesi potrebbero considerare l’idea di farlo anche loro, ma per ora lascio questa possibilità da parte). Lunedì mattina la Bundesbank potrebbe applaudire l’impennata del nuovo marco sui mercati finanziari. Allora seguirebbe i consigli di Deutsche Bank e alzerebbe i tassi di interesse, per garantire ai risparmiatori tedeschi i loro meritati compensi.

Il governo tedesco potrebbe orgogliosamente annunciare ai propri cittadini che ora non dovranno più salvare i pigri europei, ma potranno godere i veri frutti della loro sudata übercompetitiveness. E così tutti i tedeschi vivrebbero felici e contenti. Tranquillizzati dal loro culto per la stabilità, non proverebbero alcun disagio per le conseguenze deflazionistiche del sistema di riequilibrio prescelto; così come hanno ignorato le sofferenze sperimentate altrove in Eurozona dal 2009. E sarebbero ancora meno turbati da eventuali peggioramenti nell’indebitamento, privato e pubblico (e fallimenti derivanti), conseguenti a questo riequilibrio deflazionistico; come non hanno ritenuto che ci fosse alcuna ragione di preoccuparsi per questo tipo di effetti collaterali quando si sono manifestati altrove nella zona euro dal 2009.

In sostanza, nell’attuale Eurozona i partner nell’euro della Germania servono come zona depressa, che sta mantenendo basso il valore dell’euro in modo che i tedeschi esportino più facilmente a livello globale. Al contrario, la nuova Eurozona (una volta esclusa la Germania) vedrebbe la sua competitività esterna immediatamente ripristinata, in particolare nei confronti della Germania stessa; mentre, all’interno, eventuali squilibri di competitività restanti sarebbero comunque minori rispetto alla condizione attuale che include la Germania.

Liberata dalle idiosincrasie tedesche in tutte le questioni di macroeconomia, la zona euro potrebbe seguire il mio piano Euro Treasury e d’ora in poi investire con intelligenza nel suo futuro comune – un futuro di prosperità, invece che di impoverimento. Senza l’ostacolo dalle pressioni tedesche e supportata da una politica fiscale costruttiva invece che distruttiva la BCE potrebbe continuare il suo corso attuale e riottenere la stabilità dei prezzi in un paio di anni.
Se invece preferiscono tornare alle loro monete nazionali, questa sarebbe l’altra strada per uscire dalla trappola dell’euro. Personalmente io ritengo che, se fosse seguito l’Euro Treasury, i membri della zona euro (una volta esclusa la Germania) starebbero meglio con l’euro. Ma questa è una loro scelta.
Nel frattempo, l’Europa è davvero troppo importante per essere lasciata ai tedeschi.

 

 

Jörg Bibow insegna Economia allo Skidmore College (NY, Usa) ed è ricercatore al Levy Institute del Bard College (NY, Usa). I suoi studi sono focalizzati sulle banche centrali, i sistemi finanziari e gli effetti della politica monetaria sulle prestazioni economiche, in particolare le politiche monetarie della Bundesbank e della Banca Centrale Europea.