La globalizzazione è diventata un’ossessione –denuncia Will Denayer su Flassbeck-economics– che impedisce alle forze progressiste il raggiungimento di qualsiasi obiettivo a qualsiasi livello. Nel voler diventare a tutti i costi “europea” e transnazionale, la Sinistra ha perso di vista che le battaglie si possono e devono ancora combattere quasi interamente a livello nazionale, con le proprie politiche, le proprie scelte e la propria moneta. Nell’avere accettato la leggenda di un Capitale internazionale totalmente libero e onnipotente, al quale bisogna per forza adeguarsi (al limite con qualche correzione), perché “non c’è alternativa”, si è dimenticato che è (ancora e solo) all’interno dei singoli paesi che si possono perseguire concretamente i grandi obiettivi di progresso sociale. Il Capitale è quello che è sempre stato. È il Lavoro che ha smesso di difendersi (per inseguire un’allucinazione).

 

di Will Denayer su Flassbeck-economics, 24 maggio 2016

1. Varoufakis

Questo articolo parla di strategia, ma la strategia non può essere considerata indipendentemente dalle persone, dalle loro storie e dalle loro azioni. Syriza è sempre stato un complicato conglomerato di gruppi con convinzioni politiche eterogenee, ma da quando è salito al potere nel gennaio 2015 fino alla sua resa sette mesi più tardi, sono emerse due fazioni principali che combattevano una fiera lotta. Da una parte c’era una sinistra composita ma determinata a mantenere le promesse elettorali (il programma di Tessalonica): non ci doveva più essere alcuna austerità, la Grecia avrebbe dovuto negoziare una cancellazione del debito, e se la Troika avesse proseguito per la sua strada portando il paese al limite, questo gruppo avrebbe preferito sostenere l’uscita dall’eurozona. La dirigenza di Syriza, dalla parte opposta, voleva ugualmente mettere fine all’austerità, ma non voleva a nessun costo uscire dall’eurozona.

Come spiega Lapavitsas, la dirigenza di Syriza si era convinta che se avesse rifiutato un nuovo salvataggio, i creditori europei si sarebbero piegati di fronte al rischio di un nuovo tumulto finanziario e politico. La mente dietro questa strategia era quella di Yanis Varoufakis. Varoufakis trattò con i creditori per oltre sei mesi. Ma la Grecia non poteva condurre alcuna trattativa efficace se non disponeva di un piano alternativo, un piano che potesse anche includere l’uscita dall’eurozona. La possibilità di creare la propria liquidità sarebbe stato l’unico modo per evitare lo strangolamento da parte della Troika. Ovviamente non sarebbe stato facile, ma avrebbe quantomeno fornito la possibilità di resistere di fronte alle catastrofiche strategie di salvataggio. La dirigenza di Syriza non ne era in grado (si veda qui).

Syriza ha fallito“, scrive Lapavitsas, “non perché l’austerità fosse invincibile, né perché i cambiamenti radicali siano impossibili, ma solo parché era disastrosamente riluttante e impreparata a sfidare a viso aperto la questione dell’euro. Un cambiamento radicale e un abbandono dell’austerità in Europa richiede un confronto diretto con l’idea stessa di unione monetaria. Per i paesi piccoli questo significa prepararsi a uscire, per i paesi più grandi significa accettare dei cambiamenti decisivi agli assetti monetari disfunzionali” (si veda anche qui e qui la sua idea sulla Grexit).

Oggi Varoufakis si ripresenta come ideatore di DiEM2025 (Democrazia in Europa). L’ex ministro delle finanze greco gode ancora di grande credibilità presso la Sinistra europea. Molta di questa credibilità si basa sulla leggenda metropolitana che il governo Syriza abbia condotto una lotta eroica contro i poteri europei antidemocratici che non dimostravano nessuna capacità di visione economica, nessuna considerazione del destino del popolo greco e un aperto disprezzo per la democrazia.

Ora si sta di nuovo diffondendo lo stesso discorso. Nel 2015 in definitiva non ci sarebbe stata “nessuna scelta” per il governo greco se non quella di accettare le condizioni della Troika. Oggi DiEM2025 vorrebbe riformare le istituzioni UE. Di nuovo “non c’è scelta“. Una lotta a livello nazionale è impossibile, e dunque la sinistra di tutta l’Europa si dovrebbe unire e affrontare di petto le stesse istituzioni UE. Lo scopo di DiEM2025 è quello di “democratizzare la UE con la consapevolezza che altrimenti essa si disintegrerà e questo avrà un costo enorme per tutti” (si veda qui). Restano solo altre due “opzioni spaventose“: ritirarsi dentro i cosiddetti “vecchi bozzoli degli stati-nazione” oppure “arrendersi” all’oligarchia europea. L’obiettivo di DiEM2025 è di “costruire un’assemblea costituente” dove gli europei possano deliberare il modo in cui costruire, entro il 2025, una compiuta democrazia europea, che abbia un “parlamento sovrano” che “rispetti l’autodeterminazione nazionale e condivida i poteri coi parlamenti nazionali, le assemblee regionali e i consigli municipali” (si veda qui). Tutto ciò è, come ammette lo stesso Varoufakis sull’Independent, “utopistico”. Eppure, continua lui, è “molto più realistico che cercare di mantenere il sistema così come è adesso” oppure “cercare di abbandonarlo“. Che voi siate greci o britannici, “fuggire” è impossibile (si veda qui e qui). Vi suona un campanello?

2. Quali riforme?

Il sistema della “democrazia sovranazionale” di DiEM2025 dovrebbe basarsi su “un significativo potenziamento del Parlamento Europeo, che dovrebbe essere l’unica fonte della legislazione europea“, e dovrebbe affiancare “un esecutivo completamente riformato, che dovrebbe includere un presidente europeo direttamente eletto“. Questo sistema garantirebbe che la Commissione metta in atto solo le politiche che si basano sulla volontà popolare. Tutto deve basarsi sui risultati elettorali che coinvolgono dei nuovi partiti autenticamente europei (si veda qui e qui).

Bisogna notare alcuni problemi. Per iniziare, la proposta assume, stranamente, che ci sia un legame diretto tra il potenziamento del parlamento e un cambiamento politico e ideologico. Ma perché mai ciò dovrebbe avvenire? Gli europei dovrebbero forse decidere di eleggere un parlamento più orientato a sinistra, solo perché il potere del parlamento è stato aumentato? E poi, da dove verrà questo potenziamento del parlamento? Il Parlamento Europeo stesso non può deciderlo da solo, per cui servirà dell’altro. D’altra parte, perché iniziare il discorso proprio dal parlamento? Un tale cambiamento potrà venire solo quando saranno modificati i rapporti di potere all’interno della Commissione e dei due Consigli. In realtà ciò di cui ci sarebbe bisogno è una trasformazione totale delle istituzioni politiche europee. E ciò può avvenire solo in conseguenza di cambiamenti a livello nazionale. Ma allora perché concentrarsi sul livello sovra-nazionale come punto di partenza?

DiEM2025 ha una strategia (se volete chiamarla così) finalizzata al cambiamento politico. La nuova democrazia sovra-nazionale deve accompagnarsi alla creazione di un “elettorato post-nazionale o sovra-nazionale“. Ma questo come funzionerebbe? Come nota giustamente Thomas Fazi, è evidente che per la grande maggioranza dei normali cittadini europei, le barriere linguistiche e le differenze culturali impediscono la possibilità di una partecipazione al livello sovra-nazionale (si veda qui). Può essere ovvio, ma è un problema reale. Perché mai avremmo bisogno di tali partiti [sovra-nazionali]? Cosa possono fare questi che non possono fare gli altri? Non c’è lo straccio di una prova che questi possano ottenere dei progressi.

È vero il contrario. Ulteriore integrazione, se anche venisse accompagnata da un potenziamento del parlamento, non sarebbe equivalente a maggiore controllo popolare. Ingenuamente Varoufakis assume che una versione migliorata del Parlamento Europeo sarebbe sufficiente per raggiungere un vero controllo democratico sulle decisioni dell’UE. Come sostiene giustamente Fazi, ciò ignora completamente la questione della cattura oligarchica (si veda qui). La ricerca mostra continuamente che i problemi relativi alle pressioni lobbistiche possono solamente aumentare quando si passa al livello sovra-nazionale. Il trasferimento della sovranità verso luoghi internazionali contribuisce all’indebolimento del controllo popolare. Questi luoghi sono, in genere, fisicamente, culturalmente e linguisticamente più distanti dall’opinione pubblica di quanto lo siano i loro corrispettivi nazionali. E questo li espone a maggiore probabilità di cattura da parte di forze oligarchiche (si veda qui).

Nell’Unione Europea ci sono due fonti di legittimazione democratica: il Parlamento Europeo, che viene eletto direttamente dai cittadini degli stati membri, e il Consiglio dell’Unione Europea (il consiglio dei ministri) assieme al Consiglio Europeo (la riunione dei governi nazionali). La Commissione Europea viene nominata da questi due enti. Si può dire molto di negativo sul Parlamento Europeo, e per molte ragioni, ma la verità è che il Parlamento Europeo ha poco di diverso dai parlamenti nazionali. In teoria i membri dei parlamenti nazionali avrebbero il potere di proporre le leggi. Nel Parlamento Europeo questo non avviene. Esso può solo fare degli emendamenti che poi la Commissione accetta o rifiuta. Tuttavia, anche nei parlamenti nazionali in media meno del 15 percento delle iniziative legislative proposte dai membri parlamentari diventa poi legge (si veda qui). Ben pochi membri parlamentari (o addirittura nessuno) propone una legge che non sia già stata prima approvata dai rispettivi partiti o che non sia stata stabilita assieme agli altri partiti della coalizione. Di certo il Parlamento Europeo non sta funzionando come dovrebbe fare un vero parlamento, ma questo vale anche per molti parlamenti nazionali. Questo significa anche che la lotta per la “Democrazia in Europa” deve essere anzitutto condotta a livello nazionale. Non è un problema solo all’interno delle istituzioni europee. È un problema in tutta Europa.

Le istituzioni europee sono dei gusci vuoti se i governi nazionali non approvano le scelte politiche prese a quel livello. Il voto del Consiglio avviene o con maggioranza qualificata o con unanimità. Tutte queste decisioni vengono prese da rappresentanti politici nazionali. Lo stesso vale per il consiglio di amministrazione della Banca Centrale Europea. C’è un presidente, un vice-presidente e altri quattro membri. Tutti questi membri sono nominati dal Consiglio Europeo. Le decisioni della BCE vengono prese da questi sei membri più i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 paesi dell’eurozona. Il collegamento con il livello nazionale è sempre forte.

La situazione all’interno della Commissione è ancora peggiore. La Commissione ha un presidente che viene eletto dal Parlamento Europeo. Ciò significa ben poco, perchè l’ultima (e la prima) volta in cui ciò è avvenuto, il nome di Juncker era anche quello dell’unico candidato. Gli altri 27 commissari non sono eletti, il che significa che detengono la loro posizione come risultato di trattative tra i governi nazionali. Nel corso degli anni è diventato abitudine decidere le nuove legislazioni in un’unica lettura. Le nuove misure di governance economica, come il Trattato fiscale, il Six-Pack, il Two-Pack e il Semestre europeo, sono state decise con modalità che sono fondamentalmente anti-democratiche. Tutto ciò ovviamente è pessimo e necessita sicuramente di cambiamento, ma in cosa differisce realmente da ciò che avviene nelle legislazioni di molti parlamenti nazionali in Europa? L’austerità e le riforme vengono dibattute in parlamento fino a che l’opposizine vota contro e la maggioranza le approva lo stesso, forse con qualche disertore solitario qui e là. Nessun governo nazionale in Europa è caduto come conseguenza dell’introduzione di misure di austerità. Questo dimostra che il problema non è localizzato solamente al livello europeo. In effetti, se non ci fosse questa macabra ossessione ordoliberista, monetarista, mercantilista, questa ossessione per la competitività e le “riforme strutturali” a livello nazionale, l’UE non avrebbe alcun potere per portare avanti questi suoi programmi.

Al tempo stesso, come scrive Wolfgang Kowalsky, le ambizioni delle politiche sociali sono state decisamente abbassate verso standard del lavoro che sono ben al di sotto degli attuali standard minimi europei (si veda qui). Tutto ciò, ovviamente, è un male. Ma guardate a ciò che avviene a livello nazionale. Tutto ciò non è molto diverso da ciò che avviene in Francia, nel Regno Unito, in Belgio o in molti paesi dove governi conservatori (o di qualsiasi altro colore) mettono in atto (o provano a mettere in atto) una gran quantità di leggi anti-sociali.

Al posto di questa ossessione per la facciata (“façadism” la chiama Kowalsky), ci sarebbero molte altre iniziative che la UE potrebbe promuovere se fosse interessata alla democrazia. Potrebbe, ad esempio, rendere reale la democrazia nel posto di lavoro e portare avanti una democrazia industriale – termini che nemmeno si trovano mai nei documenti sulle politiche europee (inclusi quelli del Parlamento Europeo). Al contrario, le istituzioni (Parlamento Europeo incluso) stanno attualmente cercando di intromettersi nel territorio della contrattazione collettiva nazionale imponendo limiti all’andamento dei salari – una chiara strategia per distruggere l’autonomia delle parti sociali (si veda qui). Ma questo, ancora una volta, sta avvenendo in un modo o nell’altro anche all’interno della maggior parte dei paesi europei e dunque, ancora una volta, è una battaglia che deve essere combattuta a livello nazionale, non da partiti transnazionali, ma da partiti social-democratici e di sinistra.

3. La “TINA” (“Non C’È Alternativa“) della Sinistra

La “TINA” di DiEM è ben peggiore della fasulla analisi sulle istituzioni europee e del loro dimenticare le relazioni dei poteri nazionali. Non c’è nulla di casuale in questo. È l’ovvio risultato della loro fondamentale diagnosi di ciò che non va nel mondo: se le nazioni sono diventate impotenti a causa della globalizzazione allora non ha senso iniziare una lotta politica a livello degli stati nazionali. Questa è la tesi di DiEM. Ma gli stati nazionali non sono affatto diventati impotenti a causa della globalizzazione.

Il pensiero portato avanti da DiEM2025 e da altri è che il modello politico basato sugli stati-nazione è “finito” (Varoufakis). In Europa gli stati-nazione hanno “responsabilità senza potere“, mentre a livello sovra-nazionale ci sarebbe “potere senza responsabilità“. La sovranità dei parlamenti nazionali si sarebbe dissolta. Oggi i mandati elettorali nazionali sono intrinsecamente impossibili da rispettare. Per questo una riforma delle istituzioni europee (o più precisamente del Parlamento Europeo) sarebbe l’unica opzione possibile. Varoufakis non è certo l’unico a pensarla così. Secondo Slavo Zizek, la lezione che la sinistra deve imparare dall'”episodio Syriza” è che è impossibile combattere il capitalismo globale entro una singola nazione. Secondo Zizek, la “nuova tentazione social-democratica neo-keynesiana“, che adesso è in voga in certi contesti e che mira a portare la lotta a livello degli stati-nazione non sarebbe altro che una cortina fumogena di una pseudo-sinistra caduta nel nazionalismo e nel populismo, che illude la popolazione con l’idea di poter decidere ancora qualcosa (si veda qui). Ok tutto, ma non è vero.

Come fanno a convincersi di tutto questo e a essere così sicuri? Un paio di anni fa Dani Rodrik introdusse ciò che chiamò “il trilemma politico dell’economia mondiale” (si veda qui). In condizioni di “vera integrazione economica internazionale“, la democrazia, la sovranità nazionale e l’integrazione economica globale diventano mutuamente incompatibili. È possibile combinare due delle tre cose, ma non tutte e tre insieme in piena misura. Se volete più globalizzazione, dovete rinunciare alla democrazia oppure alla sovranità nazionale. Per esempio, se un paese decide di agganciare la sua valuta e permettere afflussi e deflussi di capitali senza restrizioni, allora non può stabilire indipendentemente il proprio tasso d’interesse. In questo contesto l’aspetto politico dello stato-nazione si riduce.

Il trilemma di Rodrik è certamente famoso. Ma come scrive giustamente Bill Mitchell, è stato abilmente venduto da tutte le forze politiche da qualsiasi parte. La dottrina che trasmette è straordinariamente comoda. Dite alla gente che lo stato-nazione è “finito“, che è impossibile garantire la piena occupazione (o lavorare a quello scopo) e vi sarete liberati perfino della responsabilità di doverci provare. Lo stesso vale per l’austerità e per qualsiasi altra cosa. Se lo stato-nazione è “finito” è inutile opporsi a questa realtà. La questione se ciò sia vero, ovviamente, non viene quasi mai posta. “Tutti” sanno già la risposta. Ma questo non è ciò che Rodrik intendeva. Il titolo del suo articolo “Fino a dove arriverà l’integrazione economica?” dovrebbe darvi un indizio (si veda qui). Al contrario del buon senso comune, Rodrik scrive che l’integrazione economica internazionale non è “vera”, cioè essa rimane decisamente limitata anche se viviamo in un mondo che si suppone globalizzato. È vero che l’articolo di Rodrik è del 2000, ma il mondo non è cambiato poi così tanto da allora. Come nota Mitchell, ci sono ancora i confini nazionali. C’è incertezza sui tassi di cambio, nonostante un’aumentata deregolamentazione. Ci sono importanti differenze culturali e linguistiche che impediscono una piena mobilitazione delle risorse attraverso i confini nazionali. C’è una propensione degli investimenti a restare dentro i confini. C’è una forte correlazione tra i tassi di investimento nazionali e i tassi di risparmio nazionali. I flussi di capitali dai paesi ricchi verso i paesi poveri sono inferiori a quanto predetto dai modelli teorici. Ci sono ancora forti restrizioni alla mobilità internazionale del lavoro (si veda qui). La verità è che non viviamo in un mondo completamente globalizzato, anzi siamo ben lontani da esso. Pertanto gli stati-nazione possono tuttora perseguire le proprie politiche. Questa è la conclusione a cui giungono tutti quelli che analizzano il tema (si veda qui lo studio di Godar, Paetz e Truger sulle possibilità di redistribuzione e di politiche di crescita a livello nazionale nell’UE, e si veda qui per una panoramica sulla letteratura).

Non c’è evidenza che sostenga la “TINA” di DiEM. La loro tesi secondo cui il capitale sarebbe diventato completamente sovra-nazionale e che “noi” per poterlo combattere e avere una possibilità di vincere dovremmo fare lo stesso e portare dunque la lotta al livello sovra-nazionale, è sbagliata. Il carattere “libertino” del capitale va combattuto a livello nazionale, e questo porterà in seguito a una cooperazione internazionale, o non ci sarà affatto lotta. Se il capitale fosse diventato completamente “libero” e se gli stati-nazione fossero “finiti”, perché mai Goldman-Sachs e altri dovrebbero pagare milioni di dollari a Hillary Clinton per discorsi da mantenere segreti? Perché le lobby dovrebbero spendere miliardi per le istituzioni di regolamentazione all’interno dei paesi? Perché dovrebbero esistere ovunque gruppi di esperti e agenzie di marketing che non hanno altro scopo se non quello di orientare le opinioni degli elettori? Perché il settore aziendale dovrebbe essere così interessato ad accaparrarsi i media in modo da salvaguardare la sua divulgazione ideologica? Forse perché gli stati-nazione sono “finiti”?!

Come scrisse Bill Mitchell sul suo blog un anno fa, “la realtà effettiva è che i politici hanno tuttora la capacità legislativa necessaria per limitare le attività economiche transfrontaliere (…) La vera sfida non è quella di cedere la sovranità nazionale a a un qualche livello mitologico di integrazione economica internazionale, ma di resistere alla corruzione del processo di presa delle decisioni politiche a livello nazionale, che si sta orientando sempre di più verso la tecnocrazia; la vera sfida è di assicurarsi che i sistemi di voto democratico non vengano corrotti dai lobbisti che li vogliono orientare verso specifiche élite capitaliste” (si veda qui).

Ma perché tutto ciò non sta avvennedo? Si può accusare la Destra di molte cose, ma non del fatto di essere di Destra. La Destra è la Destra. Il problema è che lo stesso non vale anche per la Sinistra. Bill Mitchell scrive:

Il problema è che nella loro stupidità i politici di Sinistra hanno portato avanti il mito che l’integrazione economica internazionale sia ad una fase così avanzata e inevitabile che ora è necessario abbandonare i tipici obiettivi progressisti e, al contrario, mettersi a servire gli interessi del Capitale. La narrazione che fanno per distinguersi sta nell’improbabile pretesa che essi riusciranno in qualche modo a mantenere una posizione politica tale da assicurare degli esiti di maggiore equità” (si veda qui).

Questo in parole povere è quanto è avvenuto nel corso degli ultimi trent’anni. Non è la finanziarizzazione che ha distrutto la socialdemocrazia (come ha recentemente dichiarato Varoufakis alla televisione belga – si veda qui), ma la falsa ideologia che in fondo non ci sia più niente da fare, che un cambiamento strutturale sia impossibile, che la lotta politica a livello degli stati nazionali sia finita, che l’unica cosa rimasta sia cercare di gestire gli stati secondo le regole neoliberiste ma con qualche “correzione sociale” qua e là. Correzioni che si dimostrano completamente insufficienti, quantomeno nella misura in cui tutto ciò che la socialdemocrazia fa, come il New Labour di Blair nel Regno Unito, è di non accettare del tutto l’ideologia neoliberista sugli “scrocconi del welfare” e cose simili, e nel frattempo peggiora la situazione dei disoccupati e dei poveri in un modo che non era mai avvenuto.

Resta il fatto che per i paesi che emettono la propria moneta è possibile perseguire le proprie politiche economiche – politiche che possono avere, tra gli altri, anche l’obiettivo della piena occupazione. Questa è la vera questione. Non è la democratizzazione delle istituzioni. Non è la necessità di una politica europea transnazionale. Non sono cose fumose, del tipo un modello di società che sia “al tempo stesso liberale, Marxista e Keynesiano” come ha detto Varoufakis (si veda qui e qui). Ciò di cui abbiamo bisogno sono partiti di Sinistra capaci di vincere le elezioni nazionali.

4. Perché bisogna dare priorità al livello nazionale?

Se DiEM2025 vuole combattere per “istituzioni UE più democratiche“, lasciateli fare. Ma la battaglia più importante si combatte a livello nazionale. Nulla può danneggiare l’oligarchia europea più di un paese che abbandoni l’eurozona (o minacci di farlo), si rimetta in sesto, torni a crescere e faccia meglio del resto di un’eurozona disfunzionale e ultra-neoliberista. Dovunque in Europa il Capitale sta disegnando linee di demarcazione fasulle lungo dimensioni etniche e culturali, conducendo una strategia del dividi et impera contro il Lavoro. La Sinistra deve combattere questa battaglia ad ogni livello possibile. L’internazionalismo non ha mai significato l’abbandono della lotta a livello nazionale. È vero il contrario. Tutto ciò non ha niente a che vedere con il nazionalismo. Non ha niente a che vedere con ciò che gli inglesi o i tedeschi possono fare per il fatto di essere inglesi o tedeschi, ma per il fatto che è a questo livello che si possono ottenere dei progressi. Gli irlandesi hanno sconfitto la privatizzazione dell’acqua. Non hanno per questo condotto una battaglia europea. La privatizzazione dell’acqua è probabilmente impossibile da sconfiggere a un livello europeo. Ma gli irlandesi lo hanno fatto entro la propria nazione. Si tratta semplicemente di una strategia volta a ottenere dei progressi laddove dei progressi possono essere ottenuti. Questo non esclude la solidarietà internazionale. Al contrario, è una condizione affinché la solidarietà internazionale possa esistere. Abbiamo bisogno di partiti autenticamente socialdemocratici che vincano le elezioni a livello nazionale, mandino dei rappresentanti di Sinistra al Parlamento Europeo, al Consiglio e alla Commissione, e mandino dei keynesiani alla BCE. La battaglia per gli investimenti, la crescita e contro l’austerità e il lobbismo corporativo deve essere intrapresa dall’interno di queste istituzioni. Come possono essere dei partiti politici transnazionali a farlo? È a livello nazionale (e locale) che le persone possono relazionarsi [direttamente] coi politici. È qui che si trovano le maggiori forze.

Ovviamente Varoufakis non la pensa così. Come ha spiegato all’Independent, dopo quasi otto anni dall’inizio della crisi finanziaria la disoccupazione nell’UE è ancora a livelli di crisi, ed è doppia rispetto alla disoccupazione nel Regno Unito o in USA – “che stanno raggiungendo ciò che gli economisti considerano ‘piena occupazione’“. Per iniziare, nessuno crede a queste statistiche. Ci sono milioni di persone disoccupate anche in questi paesi. “Se la disoccupazione fosse al 10-11 percento nel Regno Unito o in USA, le rispettive amministrazioni politiche sarebbero già crollate” ha detto Varoufakis all’Independent (si veda qui, ma anche qui e qui per una critica). Come fa a dirlo? Il governo spagnolo, dove la disoccupazione è ancora sopra il 20 percento, è forse crollato? Il governo irlandese è crollato? No. Il principale partito sostenitore dell’austerità in Irlanda è perfino stato rieletto, e il vecchio primo ministro è di nuovo al potere. Nessun partito transnazionale potrà cambiare questo stato di cose. Lo possono fare solo dei veri, autentici partiti socialdemocratici, se si svegliano.