Un bell’articolo del Telegraph invita a ragionare con mente lucida sul fenomeno dell’immigrazione, che ha sicuramente inciso sull’esito del referendum per la Brexit. In particolare la sinistra si è sin qui limitata a difendere il feticcio della “libertà di movimento delle persone”, senza accorgersi che questo corrisponde a una mercificazione dei lavoratori in grado di provocare enormi disagi sia alle persone che vengono così sradicate, sia nel tessuto sociale delle popolazioni che vivono nei luoghi di insediamento. Senza contare i Paesi di origine, che perdono le loro persone più intraprendenti e vengono ridotte a colonie-serbatoi di manodopera da importare.

 

Di Janet Daley, 2 luglio 2016

 

Possiamo dimenticarci un attimo le tragedie di Sofocle – o le mini-serie TV, a seconda di qual è il vostro orizzonte culturale di riferimento –e cercare di dare un senso di ciò che è appena accaduto? Vale a dire – parlare di quello che il paese ci ha detto in termini così chiari da sbigottire la maggior parte dei principali attori coinvolti?

È abbastanza strano, se ci si pensa, quanta poca attenzione viene data alla questione che sembra creare confusione all’interno dei nostri due partiti principali. Presumibilmente ciò avviene perché la questione terrorizza la maggior parte dei politici. Fino al discorso di venerdì di Michael Gove, che ha lanciato a sorpresa la propria candidatura, quasi nessuno aveva fatto alcun commento a riguardo.

Considerando che l’apparente innesco della rimozione forzata di Boris Johnson dalla corsa alla leadership dei Tory sono state le parole del suo editoriale su “The Telegraph” dove affrontava proprio questo argomento tossico, e che è anche il presunto motivo della catastrofica perdita di consenso di Jeremy Corbyn fra gli elettori tradizionali del partito laburista nel nord, penso sia ora di discutere di immigrazione (ecco qui, l’ho detto) da adulti, non trovate?

Quello che Boris ha effettivamente scritto è: “si dice che coloro che hanno votato “Leave” la scorsa settimana sono stati principalmente influenzati da ansie sull’immigrazione. Io non lo credo”. Che questa affermazione sia fattualmente corretta o meno, Johnson ha dato l’impressione di voler sminuire l’importanza di quelle ansie nel tentativo, forse, di dissociarsi da quelle persone che le considerano importanti.

E poi c’è lo sfortunato signor Corbyn, che è sembrato così immerso nei discorsi liberali dei salotti buoni del nord di Londra da non riuscire a comprendere la pericolosa disperazione e alienazione che si è sviluppata in quello che viene definito il “cuore pulsante” del partito “Labour”.

Invece di prendersela con le forze scatenate del capitalismo globale che fanno un uso cinico del “libero movimento delle persone” per perseguire i propri interessi, come avrebbe dovuto fare – dato il suo orientamento politico – sembra più a suo agio nell’accusare implicitamente i suoi ex sostenitori per quella che lui ritiene intolleranza.

E questo ci porta al cuore del problema – la possibilità di mettere in discussione un’immigrazione senza limiti in termini umani e senza vergogna.

Guardiamo nella maniera corretta a quelle che i Commissari UE definiscono le sacre “quattro libertà”: il libero movimento delle merci, dei capitali, dei servizi e delle persone. Notato niente di leggermente stonato in questa lista? Le merci sono oggetti, i capitali sono denaro, i servizi sono transazioni, ma le persone appartengono a un’altra categoria, non è forse così? Sono creature senzienti con legami culturali, sentimenti, inclinazioni, comportamenti, presupposti sociali e… tutte le altre ovvie caratteristiche a cui potete pensare.

Non solo il loro libero movimento in numero illimitato costituisce una prospettiva molto più complessa e potenzialmente delicata, ma di sicuro sembra decisamente sbagliato accumunare le persone ai manufatti e i servizi commerciali. Forse è questo il sogno liberale europeo: costruire un sistema economico e politico che sposta le persone in lungo e in largo sul continente europeo per soddisfare ogni esigenza delle grandi multinazionali in qualsiasi momento.

In realtà, come avrebbe potuto dire il signor Corbyn se non fosse stato troppo occupato a paragonare Israele all’Isil, questo è quello che Marx chiamava la “mercificazione del lavoro” – considerare i lavoratori come una delle tante risorse che il capitale internazionale può importare ed esportare, o usare come strumento per mantenere bassi i livelli salariali.

Ma anche se non foste dei Marxisti, dovreste rendervi conto che il libero movimento delle persone significa privare i paesi più deboli della loro risorsa migliore – i loro cittadini più abili e ambiziosi. Se gli stati ricchi dell’Europa settentrionale e occidentale può saccheggiare la popolazione degli stati del sud e dell’est indefinitamente, allora questi stati meno fortunati non potranno mai prosperare. Diventeranno, effettivamente, come protettorati coloniali, che forniscono un’infinita fucina di manodopera a basso costo per servire i loro “partner” ricchi e dominanti della UE.

Cosa c’è di idealista in tutto questo? E’ un esempio piuttosto evidente di sfruttamento nel vero senso della parola – ecco che cosa avrebbe potuto dire il partito “Labour” per sostenere coloro che sono le sue radici, se non avesse avuto la testa impegnata altrove.

Se gli attori pro-UE avessero volute essere davvero benevoli, avrebbero chiesto (anziché lamentarsene) la delocalizzazione delle aziende nei paesi dell’est in difficoltà, dove queste avrebbero dato occupazione e opportunità a casa loro, anziché forzarli a diventare tribù nomadi che viaggiano per migliaia di chilometri in cerca di opportunità di vita decenti. Le conseguenze dello sradicamento di queste vite itineranti è perlomeno altrettanto grave quanto l’impatto sociale sulle comunità presso cui esse si stabiliscono. I giovani europei dell’est che migrano verso ovest alla ricerca di un lavoro, lasciano indietro le loro famiglie e comunità – e i loro paesi – e questi avrebbero beneficiato della loro determinazione e delle loro competenze.

C’è poi un’altra parola cruciale in questo dialogo tra sordi: le competenze. Si dice spesso e con spensieratezza, che gli immigrati sono molto utili all’economia – e non danno veri problemi alla popolazione autoctona – perché sono pronti a fare quei lavori che non richiedono qualifiche o a basse competenze che i cittadini britannici non vogliono più fare.

Ecco quindi cosa viene proposto con grande spensieratezza: che questo Paese debba accettare in maniera permanente una sotto-classe di persone che rifiutano lavori, dipendono dalle sovvenzioni statali e che condurranno una vita in cui non danno il meglio di loro stessi ma che vengono sostenuti dalla produttività dei lavoratori importati a buon mercato. Non è il mio ideale di un futuro edificante. I paesi poveri vengono privati dei loro abitanti migliori e più brillanti mentre quelli più ricchi coltivano una sottocultura disfattista, piena di risentimenti e di disperazione che nessuno prevede di estirpare mai. Eccellente. Ottime premesse per il disordine sociale e per la permanente sfiducia nel futuro.

Paradossalmente – in questo clima politico molto confuso – è stato il signor Gove (che non è esattamente di sinistra) a portare l’attenzione sul vero problema. Ha detto che siamo ora realmente divisi in “due Paesi”: quelli che hanno guadagnato dalla globalizzazione e dalle vittime del fluire del capitale e del lavoro che sono costrette a diventare carne da cannone per “le grandi multinazionali che hanno alterato il mercato a proprio favore”. Ha detto che la frattura sociale si è rivelata più esplosiva di quanto chiunque avesse previsto da entrambe le parti che hanno lottato per il referendum, e questo ha causato il caos in seguito al suo risultato.

Credo onestamente che sia difficile credere alle teorie di un complotto volto a sostituire Johnson con Gove prima della sfida per la leadership proprio per questa ragione: i sostenitori del “Leave” non si aspettavano di vincere. Quindi non c’era ragione di aspettarsi, e prepararsi, per il vuoto lasciato dalle dimissioni di David Cameron. Sono stati tutti colti di sorpresa dalla profondità della resistenza della gente nei confronti dell’appartenenza alla UE. All’improvviso, quando si è trattato di fare sul serio, troppi partecipanti hanno pensato che la prospettiva di Boris Johnson che diventava il Principe Hal e rinunciava al suo alter ego Falstaff non era esattamente realistica.

Ma la vera questione qui è ancora il risultato del referendum e quello che ci rivela dell’opinione pubblica nazionale. Potrebbe essere o non essere vero che gran parte dell’elettorato ha votato “Leave” per la sua preoccupazione riguardo l’immigrazione incontrollata. Se l’hanno fatto, e le loro preoccupazioni e risentimenti vengono tralasciati e considerati non degni dalle persone che, come ha detto il signor Gove, hanno tratto benefici dalla globalizzazione, allora ci sarà ulteriore erosione nella fiducia della gente nella politica e nelle istituzioni democratiche. Ma anche se non l’hanno fatto, l’intera questione merita più discussioni approfondite e meno tentativi di caccia alle streghe.