Sul Financial Times il prof. Lawrence Summers —Presidente emerito dell’Università di Harvard ed ex ministro del Tesoro USA— sembra segnare uno cambio di rotta “ideologico” di valore storico. Sebbene in mezzo molti argomenti del tradizionale mainstream, Summers decreta la necessità di superare l’idea astratta di una globalizzazione salvifica e da perseguire ad ogni costo, e di orientarsi piuttosto verso un più pragmatico e responsabile “nazionalismo”, nel quale il primo obiettivo del governo di ciascun paese deve essere quello di preoccuparsi del benessere materiale dei cittadini che esso rappresenta. (A molti sembrerà ovvio che debba essere così, ma sia chiaro che l’élite globale, da alcuni decenni a questa parte, non la pensa allo stesso modo.)

 

di Lawrence Summers, 10 luglio 2016

Gli accordi internazionali non devono essere valutati in base a quante barriere abbattono, ma in base a quanto potere danno ai cittadini.

È diventato chiaro, dopo il voto sul Brexit e la vittoria di Donald Trump alle primarie repubblicane, che gli elettori si stanno ribellando contro una certa politica dell’economia “aperta”, che è stata la regola negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dopo la seconda guerra mondiale.

L’opposizione populista all’integrazione internazionale sta crescendo in gran parte dell’Europa continentale, ed è sempre stata la norma nell’America Latina. La domanda ora è quali debbano essere i principi che guidano la politica economica internazionale. Il punto è come debbano fare quelli come noi —quelli che credono che i buoni risultati ottenuti dal sistema globale dopo la seconda guerra mondiale, rispetto al periodo successivo alla prima guerra mondiale, siano ampiamente dovuti a delle politiche economiche più illuminate— come debbano fare, dico, a sostenere i propri argomenti.

L’approccio “mainstream” è quello di argomentare con un misto di ragionamenti razionali e di gonfia retorica sulle conseguenze economiche dell’integrazione internazionale. Ci sono degli studi scientifici che parlano dei posti di lavoro creati grazie agli accordi commerciali, dei benefici dell’immigrazione e dei costi dovuti alle restrizioni al commercio. In molti casi i vantaggi economici complessivi sono chiari. Eppure c’è una specie di variante della Legge di Gresham [quella per la quale “la moneta cattiva scaccia quella buona”, NdT] secondo cui le affermazioni più audaci [spudorate] scacciano via quelle più prudenti. Talvolta questa variante si applica anche agli argomenti sui vantaggi dell’integrazione.

Per quanto si possa affermare che gli Stati Uniti oggi stiano meglio che se l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA) fosse stato rifiutato, i più stravaganti ed esagerati tra i benefici che erano stati prospettati in effetti non si sono realizzati. E si può tranquillamente dire che le aspettative secondo cui l’entrata della Cina nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO) avrebbe portato a una maggiore liberalizzazione politica non si sono confermate. La volontà della gente di farsi “intimidire” dagli esperti e di sostenere una tendenza sempre più cosmopolita sembra, al momento, essersi esaurita.

La seconda fase dell’approccio mainstream è quella di portare avanti delle politiche che frenino le disuguaglianze, limitino le fratture sociali e sostengano i poveri e la classe media, con l’idea che se queste politiche interne vengono condotte opportunamente, la resistenza contro la globalizzazione si ridurrà. La logica di fondo è corretta, e di certo delle misure come l’assicurazione del governo sui mutui o il sistema autostradale interstatale sono state parte di un pacchetto politico che ha permesso agli Stati Uniti di assicurarsi un sistema globale aperto.

Negli ultimi otto anni si è vista l’adozione di un sistema assicurativo sanitario universale in America, l’espansione di una serie di programmi di sostegno ai poveri e la disoccupazione al di sotto del cinque percento; eppure l’opinione pubblica si è fatta sempre più negativa riguardo il commercio. Non è che delle forti politiche interne non servano per garantirsi una maggiore integrazione globale, è che non sono sufficienti.

Deve iniziare un nuovo approccio basato sull’idea che la responsabilità fondamentale di un governo è quella di massimizzare il benessere dei propri cittadini, non quella di perseguire una qualche idea astratta del bene globale. Le persone vogliono sentire che hanno la possibilità di stabilire il tipo di società in cui vivono. Può essere inevitabile che le forze impersonali della tecnologia o le mutate circostanze economiche globali abbiano un effetto profondo, ma quando i governi stringono degli accordi che cedono il controllo ai tribunali internazionali, non fanno altro che aggiungere al danno la beffa. Questo è specialmente vero quando, per questioni legali o per circostanze contingenti, le multinazionali si trovano ad avere un’influenza spropositata nel determinare gli accordi globali.

Se il sistema bancario italiano è gravemente sottocapitalizzato e il governo democraticamente eletto dal paese vuole utilizzare il denaro pubblico per ricapitalizzarlo, perché mai degli accordi internazionali dovrebbero intervenire a impedirlo? Perché mai dei paesi che ritengono che i prodotti geneticamente modificati siano dannosi per la salute non dovrebbero mettere, di conseguenza, al riparo i propri cittadini? Perché mai la comunità internazionale dovrebbe cercare di impedire a dei paesi di porre un limite all’afflusso di capitali esteri, se questi lo vogliono? In tutti questi casi il punto fondamentale non è nel merito, ma nel principio. Il principio è che le intrusioni nella sovranità dei popoli hanno un costo elevato.

Ciò di cui c’è bisogno è un nazionalismo responsabile — un approccio secondo il quale il primo obiettivo di un paese è quello di perseguire il benessere economico dei propri cittadini, fermo restando che venga circoscritta e limitata la sua possibilità di danneggiare gli interessi dei cittadini di altri paesi. Gli accordi internazionali non devono essere valutati in base a quante barriere abbattono, ma a quanto potere danno ai cittadini.

Questo non deve significare la riduzione della cooperazione internazionale. Può anzi significare maggiore cooperazione. Per esempio, l’attuale peso della tassazione sui lavoratori di tutto il mondo è di migliaia di miliardi di dollari maggiore che se si introducesse un opportuno sistema internazionale di coordinazione, in cui vengano identificati i redditi da capitale e si impedisca una corsa al ribasso sulla tassazione di questi ultimi. Ma la tassazione è solo l’esempio più ovvio di un ambito nel quale la corsa al ribasso interferisce con il raggiungimento di obiettivi nazionali. Altri ambiti potrebbero riguardare la regolamentazione del lavoro o della finanza e gli standard ambientali.

L’attuale internazionalismo “di riflesso” deve cedere il passo a un nazionalismo responsabile, oppure vedremo sempre più referendum dagli esiti dolorosi e sempre più demagoghi populisti concorrere per raggiungere le massime cariche dello stato.