Dal New York Times un interessante articolo sul mito del cosmopolitismo: coloro che ne rivendicano il valore,  contrapponendolo ai “nazionalismi” di stampo populista, in realtà fanno parte (o aspirerebbero a far parte) di una élite globale che in realtà è solo una tribù come le altre.

di Ross Douthat, 2 luglio 2016

traduzione di @Adunedhel 

Ora che delle ribellioni populiste stanno portando la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea e il partito repubblicano fuori dai giochi per la presidenza, forse dovremmo parlare non più di destra e sinistra, liberali e conservatori. D’ora in poi le grandi battaglie politiche saranno combattute tra nazionalisti e internazionalisti, nativisti e globalisti. D’ora in poi le lealtà che contano saranno strettamente tribali – rendere l’America “Great Again”, questo campo benedetto, questa terra, questo regno, questa Inghilterra – o multiculturale e cosmopolita.

Beh forse. Ma descrivere la divisione in questo modo ha un grande difetto. Dà al punto di vista dell’elite nel dibattito (il lato che ne discute di più) troppa importanza per essere veramente cosmopolita.

Il cosmopolitismo genuino è una cosa rara. Richiede essere ben disposti verso la vera differenza, con i modi di vita che sono veramente esotici rispetto al proprio. Prende spunto dal verso di un drammaturgo romano che “nulla di umano mi è estraneo”, e va verso l’esterno pronto per essere trasformato da ciò che trova.

Le persone che si considerano “cosmopolite” nell’occidente di oggi, al contrario, fanno parte di un ordine meritocratico che trasforma la differenza in similitudine, selezionando i migliori e i più brillanti da tutto il mondo e omogeneizzandoli nella peculiare specie che noi chiamiamo “cittadini globali”.

Questa specie è multirazziale (entro certi limiti) e desiderosa di assimilare i pezzetti che sembrano divertenti delle culture straniere – cibo, un tocco di spiritualità esotico. Ma non meno degli gli abitanti della Cornovaglia che hanno votato per il brexit, i nostri cittadini globali pensano ed agiscono come membri di una tribù.

Hanno la loro specifica visione del mondo (fondamentalmente, un cristianesimo liberale senza Cristo), la propria esperienza educativa comune, i propri valori e le ipotesi condivise (gli psicologi sociali li chiamano WEIRD : per Western -occidentale-, Educated -educato-, Industrialized -industrializzato-, Rich -ricco- and Democratic -democratico-), e, naturalmente, i propri gruppi nemesi (evangelici, “piccoli inglesi”) da temere, compatire e disprezzare. E come ogni coorte tribale, cercano comfort e cose familiari: da Londra a Parigi a New York, ogni “città globale” occidentale  (come ogni “università globale”) è sempre più intercambiabile, in modo che ovunque il cittadino del mondo viaggia si sente già a casa.

Infatti, il tribalismo d’elite è attivamente incoraggiato dalle tecnologie della globalizzazione e dalla facilità del viaggiare e della comunicazione. La distanza e la separazione costrincono all’incontro e all’immersione (nelle culture aliene, ndt), che è il motivo per cui l’età dell’impero creò cosmopoliti e sciovinisti – a volte delle stesse persone. (C’è più cosmopolitismo genuino in Rudyard Kipling e Thomas Edward Lawrence e Richard Francis Burton che in un centinaio di sessioni di Davos.)

E ancora possibile scomparire nella cultura di qualcun altro, abbandonare questa finzione di cittadino-globale. Ma nella mia esperienza le persone che lo fanno sono eccezionali o eccentrici o che naturalmente vivono ai margini già dall’inizio – come un giovane scrittore che conoscevo che aveva viaggiato in Africa e in Asia, più o meno a piedi per anni, non per un libro, ma solo perché gli andava, o la figlia di missionari evangelici che è cresciuta in Asia meridionale e vissuto a Washington, DC, come una tappa prima di trasferire la propria famiglia in Medio Oriente. Queste non sono le persone che salgono al potere, che diventano quelli all’interno del sistema contro i quali i populisti si rivoltano.

Nel mio caso – di parlare come uno all’interno del sistema per un momento – il mio cosmopolitismo probabilmente ha raggiunto il picco quando avevo circa 11 anni, quando, allo stesso tempo, frequentavo servizi di culto pentecostali dove si usava la glossolalia, giocavo nella Little League in un quartiere operaio, mangiavo insieme a vecchi hippies nei ristoranti macrobiotici durante il fine settimana, mentre nel frattempo frequentavo una scuola parrocchiale Episcopale liberale. (È una lunga storia.)

Una volta che ho cominciato a frequentare una università globale, vivendo in città globali, lavorando e viaggiando e socializzando con i miei concittadini a livello mondiale, la mia esperienza di vera e propria differenza culturale è diventato molto più superficiale.

Non che ci sia necessariamente qualcosa di sbagliato in questo. Gli esseri umani cercano una comunità, e l’apertura permanente è difficilmente sostenibile.

Ma è un problema che la nostra tribù di cosmopoliti sedicenti non si vede chiaramente come una tribù: perché significa che i nostri leader non riescono a vedere se stessi nel modo in cui gli elettori a favore di del Brexit e quelli a favore di Trump e Marine Le Pen li vedono.

Non riescono a capire che quella che si sente diversa al suo interno può ancora essere vista come un’aristocrazia agli esclusi, che guardano alle città come Londra e vedono, come Peter Mandler ha scritto per la testata “Dissent” dopo il voto Brexit “, un casta professionale quasi ereditaria di avvocati , giornalisti, pubblicisti e intellettuali, una casta sempre più ereditaria di politici, cenacoli ristretti di agitatori culturali riccamente sponsorizzati dalle multinazionali.”

Non possono capire che i peana per l’apertura multiculturale possono suonare come egoistici luoghi comuni proveniendo da londinesi a favore di frontiere aperte a cui piacciono i ristoranti afghani, ma non vivrebbero mai neanche vicino a un progetto di edilizia abitativa per immigrati, o da parte di liberali americani che salutano la fine della supremazia bianca mentre fanno tutto il possibile per tener lonatno i loro figli dalle scuole dove le minoranze sono in maggioranza.

Non possono capire che la loro visione della storia come di una traiettoria che   inesorabilmente si allontana da tribù e religione e stato-nazione sembra a quelli fuori dal sistema come qualcosa di familiare che viene da epoche passate: una egoistica  spiegazione da parte di una casta potente del perchè solo lei merita di governare il mondo.