Un articolo sul Financial Times sfata il mito dell’Europa che ha ci portato la pace. L’idea alla base del mito è che lo scambio commerciale renda sconvenienti, e dunque impedisca, i conflitti. Lo stesso mito, spiega l’autore, è in voga da secoli, e ha raggiunto il suo apice all’inizio del Novecento, poi ci fu una guerra mondiale, e poi un’altra. Le ragioni della pace in Europa negli ultimi 70 anni sono essenzialmente altre, e l’eccessiva interdipendenza economica sta, semmai, creando attriti all’interno dell’eurozona.

 

di John Plender, 4 agosto 2016

Ora che la Gran Bretagna si distacca dall’UE e il nazionalismo torna in voga in tutto il continente, il realismo ci chiede di affrontare un beneamato quanto esagerato mito su questa costruzione sovranazionale — vale a dire il mito secondo il quale il grandioso piano europeo avrebbe tenuto lontano i conflitti per decenni.

È vero che la strategia iniziale dei padri fondatori dell’UE, che hanno cercato di stringere gli stati nazione in una rete sempre più fitta di relazioni economiche con l’obiettivo nascosto di garantire la pace, è riuscita a unire verso una maggiore cooperazione paesi precedentemente ostili. L’obiettivo, secondo la celebre frase pronunciata dall’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman, era quello di rendere la guerra “non solo impensabile, ma anche materialmente impossibile“.

Eppure, fare le cose “di nascosto” ha un costo. Questo modo di procedere ha ispirato nell’élite politica europea un atteggiamento di profonda irriverenza verso l’opinione pubblica e verso il processo democratico, non da ultimo verso i referendum che portano a risultati “sbagliati”. Questa è una componente importante del risentimento che sta dietro l’ascesa dei partiti populisti di destra nell’UE. E anche l’affermazione di fondo, che l’interdipendenza economica prima all’interno della Comunità dell’Acciaio e del Carbone ispirata da Schuman negli anni ’50, e poi in tutta l’UE, abbia fatto scomparire le antiche rivalità in Europa, non è solo fantasiosa ma si basa su un fraintendimento della relazione tra economia e sicurezza nazionale.

L’idea che il commercio porti la pace risale almeno al diciottesimo secolo, in particolare al teorico politico francese Montesquieu, che nel saggio De L’Esprit Des Lois sosteneva che il desiderio di guadagno economico poteva frenare le passioni distruttive innate alla natura umana. Questo pensiero attraversò la Manica e prese forma nell’internazionalismo liberale sostenuto da Richard Cobden, anti-imperialista e liberomercatista inglese del diciannovesimo secolo. Il culmine arrivò nel 1910 con la pubblicazione di The Great Illusion di Norman Angell, un politico britannico che sosteneva che i costi economici di una vittoria in guerra sono decisamente superiori ai guadagni. Molti ne trassero la conseguenza che la guerra era futile e, in futuro, sarebbe diventata improbabile. La disillusione arrivò nel 1914. L’idea che l’interdipendenza economica freni l’aggressione militare si è dimostrata, nonostante questo, tenace. Oltre ad avere ispirato i padri fondatori dell’UE, questa idea è presente anche nelle dichiarazioni ufficiali dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO). Molti accademici, tra cui l’economista Robert Shiller di Yale, vincitore del premio Nobel, sono fermamente convinti di essa. In effetti ci sono degli elementi di verità in questa tesi. L’interdipendenza economica fa sicuramente aumentare i costi economici di un conflitto.

Eppure ci sono altri fattori che spiegano meglio la pace post-bellica. Nel pericoloso contesto nucleare dell’immediato dopoguerra, l’esistenza di un nemico comune durante la Guerra Fredda ha aiutato a unire Francia e Germania. L’assopimento delle rivalità tra paesi è stata facilitata anche dall’egida militare statunitense. Soprattutto la Germania, che aveva sofferto due sconfitte impressionanti in due guerre mondiali di seguito, non aveva molta intenzione di tirarsi dentro una ulteriore catastrofe. All’interno della UE presa nel suo insieme, il desiderio di un conflitto è decisamente limitato per il prossimo futuro. Per i partiti populisti, gli attuali nemici sono la globalizzazione, l’immigrazione, Bruxelles, e altre minacce all’identità nazionale.

Nel duro mondo fuori dall’UE, c’è ben poco che suggerisca che l’interdipendenza economica sia un potente freno all’aggressione militare — vedete la situazione dell’intervento russo in Crimea e in est-Ucraina. Qui il nazionalismo passa sopra gli interessi economici.

La più sottile interazione tra politica ed economia all’interno dell’UE è quella che riguarda l’eurozona. Qui l’interdipendenza economica si sta dimostrando la strada verso un attrito sempre maggiore. In effetti l’antico equilibrio del potere politico in Europa è stato incorporato all’interno di una unione monetaria instabile, con la differenza che la Germania è emersa come paese egemone, e ha insistito sull’austerità per tutta la durata della crisi dell’eurozona, mentre continuava ad accumulare surplus da record delle partite correnti. In assenza di una vera infrastruttura — una politica fiscale comune, una vera unione bancaria, la mutualizzazione dei titoli del debito — una moneta unica è diventata solo un meccanismo per produrre squilibri.

Tutto ciò si accorda poco col pensiero di Cobden, e di più col pensiero di John Maynard Keynes, che in una lezione a Dublino nel 1933 sosteneva che il libero commercio combinato con la libera circolazione dei capitali internazionali è la ricetta per “tensioni e inimicizie”.

Dalla sua fondazione fino ad oggi, l’UE ha certamente raggiunto molti traguardi. Ma l’idea che essa sia stata la forza principale che ha garantito pace e stabilità nell’Europa post-bellica è decisamente eccessiva, e la crescente interdipendenza economica dovuta all’unione monetaria è diventata oggi la strada per una crescente turbolenza economica e politica. Ora che l’élite politica sta assitendo alla crescita dei populismi di destra, dovrebbe ricordarsi quanto spesso nella Storia europea l’identità è venuta prima degli interessi. La guerra tra i paesi europei rimane oggi impensabile per i motivi non-mitici elencati prima. Un ritiro nel protezionismo, che sarebbe dannoso, è un’altra questione.