Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph analizza lo scenario politico francese martoriato da anni di crisi economica inflitta dall’euro e dalle regole fiscali europee. Non c’è solo il Front National della Le Pen, più che mai forte; anche all’interno dei partiti dell’establishment si sentono voci sempre più drastiche contro l’UE, mentre i sondaggi mostrano un’opinione pubblica francese perfino più sfavorevole al progetto “europeo” di quanto lo sia quella britannica.

 

di Ambrose Evans-Pritchard, 25 agosto 2016

Il “dramma” Brexit potrebbe essere presto pareggiato e messo in ombra dal cristallizzarsi degli eventi in Francia, dove la lunga crisi sta per riscuotere il suo tributo, politicamente parlando.

Una democrazia può sopportare le politiche deflazionistiche solo per un po’ di tempo. L’effetto di attrito ha mandato in pezzi prima il centro-destra e poi il centro-sinistra francese, e ora minaccia la stessa Quinta Repubblica.

La crisi che sta maturando rimanda a quella del 1936, quando il popolo francese, stanco dei “decreti deflazionisti” si rivolse al Front Populaire, prima impensabile, distruggendo ciò che restava del Gold Standard.

L’ex presidente gollista Nicolas Sarkozy è tornato alla ribalta mediatica questa settimana, lanciando la scommessa del proprio ritorno sulla scena con la proposta di un pacchetto di politiche di ultra-destra mai viste in tempi recenti nelle democrazie europee occidentali.

Ma il tumulto della Sinistra è altrettanto rivelatore. Arnaud Montebourg, l’enfant terrible del movimento socialista, ha lanciato la propria sfida per il Partito Socialista con una critica feroce che merita di essere presa in esame.

L’ex ministro dell’economia francese aveva votato per un manifesto politico di sinistra quattro anni fa ma alla fine abbiamo avuto un “regime politico da destra tedesca“. Questo è oggettivamente vero. Il voto è stato inutile.

Penso che l’Unione Europea sia arrivata a fine corsa, e la Francia non ha più alcun interesse a farvi parte. L’Unione Europea ci ha lasciati impantanati in una crisi anche molto tempo dopo che il resto del mondo ne era uscito“, ha detto.

Montebourg taglia corto sull’ipotesi “Frexit” ma chiede una sospensione unilaterale delle leggi europee sul lavoro. “Per quanto mi riguarda, gli attuali trattati sono scaduti.

Mi ispirerò alla politica del generale de Gaulle sulla ‘sedia vuota’, uno sciopero contro l’UE. Non sono a favore di una Brexit francese ma non possiamo più accettare questa Europa“, ha detto.

In altre parole se ne vuole andare da dentro – come stanno già facendo la Polonia e l’Ungheria – cioè senza sollevare nessuna clausola tecnica o legale.

Montebourg probabilmente non andrà molto lontano, ma la sua accusa contro il presidente François Hollande è devastante.

La dirigenza del partito ha più volte avvertito in modo empatico che le politiche di contrazione avrebbero inevitabilmente portato a milioni di persone disoccupate, ma la questione economica è stata messa da parte.

Non si sono mai smossi dal loro catechismo e dalle loro false certezze“, ha detto Montebourg.

I Socialisti hanno pagato un prezzo salato per la loro cieca arroganza. Hanno ottenuto solo il 15 percento dei voti dalla classe lavoratrice nelle recenti elezioni locali. Lo stesso dato per il Front National di Marine Le Pen è stato del 55 percento, e si tratta certamente della voce della “Francia dal basso”.

Anche quelli di noi che hanno sempre sostenuto che l’unione monetaria è disfunzionale sono rimasti scioccati dagli errori politici commessi cinque anni fa, quando la doppia contrazione fiscale e monetaria ha gettato la già prostrata economia dell’eurozona in una seconda recessione.

Come mi ha detto un premio Nobel per l’economia, gli storici ridicolizzeranno [“getteranno catrame e piume“] la Banca Centrale Europea che per due volte ha alzato i tassi di interesse nel 2011.

Tutto ciò è stato aggravato da una stretta fiscale che è andata ben oltre qualsiasi possibile dose terapeutica, ed è stata imposta da un ministro delle finanze tedesco accecato da un’ideologia pre-moderna, e seguita servilmente da tutti gli altri.

La Francia avrebbe forse potuto mobilitare una maggioranza di paesi europei per bloccare questa follia, ma né Sarkozy né Hollande sono stati disposti ad affrontare Berlino. Entrambi sono rimasti legati religiosamente all’accordo franco-tedesco, o almeno alla sua illusione totemica.

Il risultato è stato un decennio perduto – qualcosa che nell’aggregato è stato peggio degli anni ’30 – e una retrocessione del lavoro che ridurrà le prospettive di crescita dell’eurozona per molti anni ancora.

Non sapremo mai se la disoccupazione giovanile di massa nei quartieri nordafricani delle città francesi ha avuto un ruolo nella diffusione della metastasi jihadista lo scorso anno, ma certamente è stato uno degli ingredienti.

L’austerità fiscale è terminata, ma l’economia francese non è ancora abbastanza forte da risolvere le patologie sociali che tormentano il paese. Nel secondo trimestre la crescita è ritornata a zero. Il grande danno politico, comunque, si è già consumato.

Non serve aggiungere che la Francia ha anche una serie di problemi economici che non c’entrano con l’UE. Il modello sociale è basato su tasse punitive sull’occupazione e crea uno dei peggiori cunei fiscali al mondo.

Appena un quarto dei francesi tra i 60 e i 64 anni lavorano, rispetto al 40 percento della media OCSE. Questo è dovuto a incentivi per il pensionamento precoce. Lo Stato spende il 56 percento del PIL, cioè l’equivalente dei paesi nordici, senza però avere la flessibilità del lavoro che c’è nei paesi nordici.

Ci sono 360 diverse tasse, alcune delle quali in vigore da prima della rivoluzione francese. I sindacati hanno per legge un presidio in tutte le aziende oltre i 50 dipendenti, eppure hanno un tasso di partecipazione di appena il 7 percento. “È un inferno che purtroppo non ha nemmeno la poesia di Dante“, ha detto Brigitte Granville, economista francese alla Queen Mary University London.

Le dure riforme sono state evitate dalle dirigenze di tutti i partiti di governo. Si è tergiversato per tutti gli anni del boom dell’euro e ora è troppo tardi. Ora la Francia è intrappolata nella camicia di forza dell’unione monetaria.

Il controllo effettuato in giugno dal Fondo Monetario Internazionale ha stabilito che il tasso di cambio reale è sopravvalutato del 9 percento. Rispetto alla sola Germania è sopravvalutato del 16 percento circa.

L’unico modo pratico con cui la Francia può riguadagnare competitività è tramite una profonda deflazione rispetto al resto dell’eurozona, ma questo prolungherebbe la crisi e sarebbe devastante per il PIL e la dinamica del debito. Sarebbe autolesionista.

Non c’è davvero nessuna possibilità di una vera reflazione fiscale nell’eurozona, tantomeno di un New Deal keynesiano. Montebourg ha ragione a concludere che la Francia sarà paralizzata fino a che non riprenderà gli strumenti della propria sovranità.

Sarkozy sta aggirando questo elemento essenziale. Il suo manifesto shock chiede la fine del primato legale UE rispetto alla legge francese e chiede l’abrogazione del Trattato di Lisbona, quello stesso trattato che lui, Sarkozy, aveva introdotto con prepotenza al parlamento francese dopo che era stato respinto dagli elettori francesi in un referendum sotto la guisa di “Costituzione Europea“.

Ma il suo maggior ardore è riservato alla guerra culturale e alla “riduzione drastica” del numero degli stranieri. Sarkozy promette di porre sotto controllo l’Islam in Francia, con gli imam che dovrebbero riferire [le proprie attività] al ministero degli interni. “Siamo in guerra con un nemico che non conosce limiti“, ha detto.

L’appello aperto di Sarkozy alla “identità francese” punta direttamente al Front National, e questo dice molto sulla devastazione dello scenario politico dopo anni di depressione.

Marine Le Pen è davanti a Sarkozy nei sondaggi, con un sostegno dell’elettorato vicino al 30 percento grazie a un impetuoso mix di ricette economiche di sinistra e nazionalismo di destra, con un richiamo diretto agli anni ’30. Marine Le Pen ha promesso di “far finire l’incubo dell’Unione Europea” e anche questo ci dice molto sul calcolo fatto dai populisti.

Un sondaggio di Pew in Europa in giugno ha trovato che il 61 percento degli elettori francesi ha un’opinione “sfavorevole” dell’UE, un dato addirittura più alto che in Gran Bretagna. Sondaggi di questo genere continuano a saltar fuori in Francia, ma vengono continuamente scartati come fasulli.

Il professor Thomas Guénolé della Sciences Po di Parigi avverte contro le pie illusioni. “Per quanto possa sembrare incredibile, un referendum sul ‘Frexit’ verrebbe probabilmente perso dalla fazione europea. Come nel Regno Unito, il ‘leave’ vincerebbe“, ha detto.

Il Brexit ha cambiato profondamente la situazione. I sostenitori della costruzione europea avevano preso l’abitudine di difendere l’Europa con argomenti catastrofisti, con l’idea che l’uscita provocherà nuove guerre o collassi economici. Ma ora la Gran Bretagna sta uscendo ed è evidente che non avverrà nessun cataclisma economico e nessuna grossa crisi geopolitica“, ha detto a Le Figaro.

François Heisbourg, presidente dell’International Institute for Strategic Studies a Parigi, nonché colonna dell’establishment francese, tre anni fa ha pubblicato un libro profetico intitolato “La Fine del Sogno Europeo”.

Sosteneva che il “cancro dell’euro” deve essere estirpato per salvare quel che resta del progetto europeo, e ammoniva che l’attuale corso della crisi continua finirà con un “esaurimento nervoso“.

Il sogno è diventato un incubo. Non ci basterà negare la realtà per evitarlo, e Dio sa quanto la negazione sia stato il modo di operare delle istituzioni europee per lungo tempo.

Il prof. Heisbourg è stato ignorato, ma gli eventi si stanno svolgendo esattamente come lui temeva.