BEIJING, CHINA - OCTOBER 20: President of the Philippines Rodrigo Duterte (L) and Chinese President Xi Jinping (R) attend a welcoming ceremony at the Great Hall of the People on October 20, 2016 in Beijing, China. Philippine president Rodrigo Duterte is on a four-day state visit to China, his first since taking power in late June, with the aim of improving bilaterial relations.  (Photo by Thomas Peter-Pool/Getty Images)

Foreign Affairs: le Filippine a letto insieme con la Cina sono un disastro per gli Stati Uniti

Le Filippine, perno fondamentale della “prima catena insulare” nella strategia di contenimento della Cina da parte degli Stati Uniti, cambiano campo: l’autoritario neo-presidente Duterte, democraticamente eletto, durante la sua visita a Pechino dei giorni scorsi ha dichiarato che il suo paese abbandonerà l’alleanza con gli Stati Uniti per stringere forti legami con Cina e Russia. L’unica buona notizia dal punto di vista americano è che quello che sta facendo Duterte potrebbe essere annullato da un successore più razionale, secondo l’articolo di Foreign Affairs… a quando il regime change?

 

di Max Boot, 20 ottobre 2016

I teorici della persuasione “realistica” nelle relazioni internazionali amano affermare che gli Stati sono attori razionali che perseguono i propri interessi strategici in un mondo anarchico dove conta solo il potere. Questi pensatori non si preoccupano molto dell’ideologia e della politica interna; ritengono molto più probabile che la politica estera di una nazione sia plasmata da fattori come la geografia, la demografia e l’economia.

Questo è stato il punto di vista di Richard Nixon e Henry Kissinger, che notoriamente hanno cercato di riallineare la posizione della Cina da nemico ad amico degli Stati Uniti – non importa che il leader cinese con il quale hanno avuto a che fare fosse Mao Zedong, uno dei peggiori assassini di massa della storia. “Nixinger” riteneva, giustamente, che l’interesse della Cina nel contrastare il potere sovietico l’avrebbe portata ad avvicinarsi agli Stati Uniti.

Eppure nel caso della Cina l’applicabilità della visione realistica era limitata. La Cina cominciò la trasformazione che l’avrebbe resa una potenza economica e partner commerciale degli Stati Uniti solo dopo la morte di Mao, sostituito dal riformista Deng Xiaoping. Ancora oggi la Cina è più nemica che amica dell’America.

Oggi, le Filippine sono la principale prova dei limiti della concezione realistica, per la quale la politica estera è regolata da una logica strategica invariabile. Le Filippine hanno visto un cambiamento vertiginoso di politica estera da quando Rodrigo Duterte  è diventato presidente questa estate. Questo rozzo populista sta trasformando il rapporto delle Filippine con gli Stati Uniti in modo sostanziale e preoccupante.

Le Filippine sono l’alleato più antico dell’America in Asia, e fino a poco tempo fa uno dei più stretti. Gli Stati Uniti hanno governato le Filippine come potenza coloniale dal 1899 al 1942 e hanno impiantato la loro cultura in tutto l’arcipelago. Nella seconda guerra mondiale, le truppe statunitensi e filippine hanno combattuto fianco a fianco contro gli occupanti giapponesi. Nel 1951, Washington e Manila hanno firmato un trattato di difesa reciproca. Nei decenni successivi, le Filippine hanno ospitato due delle più grandi installazioni militari all’estero degli Stati Uniti, la Air Force Base a Clark e la Naval Base a Subic Bay. Queste basi sono state chiuse nel 1991 nel mezzo di una ondata di anti-americanismo, ma la presenza militare degli Stati Uniti si è intensificata di nuovo via via che le Filippine si sentivano sempre più minacciate dall’espansionismo militare cinese. Nel 2014, il presidente Barack Obama ha firmato un accordo con l’allora presidente Benigno Aquino III, che avrebbe permesso alle forze statunitensi un accesso più regolare alle basi nelle Filippine e di accelerare il ritmo delle esercitazioni e della cooperazione militare tra i due paesi.

Ora questi risultati appaiono sempre più lettera morta. Duterte questa settimana si è recato a Pechino per annunciare la sua “separazione dagli Stati Uniti” in termini militari ed economici. “L’America ha perso”, ha detto Duterte. Ha dichiarato che sarebbe emersa una nuova alleanza tra Filippine, Cina e Russia – “in tre contro il mondo”. Il suo ministro al commercio ha detto che le Filippine e la Cina stanno stipulando accordi commerciali per 13 miliardi di dollari; è un premio di ingaggio piuttosto corposo per cambiare schieramento. Duterte ha detto che la cooperazione militare con gli Stati Uniti finirà presto, nonostante l’opposizione delle sue forze armate.

Come spiegare questa trasformazione da far girar la testa? Gli interessi strategici ed economici di Manila non sono cambiati. Anche se la Cina è il secondo più grande partner commerciale delle Filippine, il primo è il Giappone, buon alleato americano e nemico dell’espansionismo cinese. Il terzo partner commerciale sono gli Stati Uniti. Il quarto è Singapore, un altro alleato degli Stati Uniti preoccupato delle vaste ambizioni territoriali della Cina e del suo comportamento aggressivo. Il 42,7% delle esportazioni totali delle Filippine sono dirette verso Giappone, Stati Uniti e Singapore, mentre solo il 10,5% verso la Cina e l’11,9% verso Hong Kong. Il 16,1% delle importazioni provengono dalla Cina; quasi tutto il resto viene dagli Stati Uniti e dai loro alleati, tra cui il Giappone, Taiwan, Singapore e Corea del Sud. Quindi per le Filippine non c’è un motivo economico particolarmente pressante per riallinearsi dagli Stati Uniti alla Cina.

C’è invece un pressante motivo strategico per non farlo. La Cina continua a rivendicare la propria sovranità nel Mar Cinese Meridionale in violazione dei diritti  reclamati dalle Filippine, e confermati da un tribunale internazionale nel mese di luglio in una causa promossa dal predecessore di Duterte. La Cina vuole prendere per sé quelle che potrebbero essere risorse naturali del valore di miliardi di dollari, dal pesce al petrolio, nel Mar Cinese Meridionale.

Inoltre, la popolazione filippina rimane in gran parte filo-americana. L’inglese è la lingua franca delle Filippine. Le Forze Armate delle Filippine hanno molti decenni di cooperazione con gli Stati Uniti e sono state organizzate a immagine dell’esercito degli Stati Uniti; non hanno alcuna esperienza nell’operare con l’Esercito Popolare di Liberazione della Cina. Inoltre, nonostante la disgustosa retorica e gli attacchi personali di Duterte, gli Stati Uniti continuano ad esprimere il proprio desiderio di proteggere le Filippine.

Questo notevolissimo spostamento geopolitico è interamente opera di Duterte. Non può essere spiegato in altro modo. Si tratta di un prodotto della sua peculiare psicologia.

Duterte è stato a lungo ideologicamente ostile agli Stati Uniti – ha chiamato Obama “figlio di puttana” – e sente una certa affinità ideologica con i governanti autoritari della Cina. Anche se eletto democraticamente, Duterte è un uomo forte in formazione. Ha già violato lo stato di diritto per scatenare squadroni della morte che si dice abbiano ucciso almeno 1.900 persone, tra cui un bambino di 5 anni, in nome della lotta contro la droga. Ha citato Hitler come suo modello: “Hitler massacrò 3 milioni di ebrei. Ora ci sono 3 milioni di tossicodipendenti. Sarei felice di massacrarli“. Ha anche detto “non me ne frega un cazzo dei diritti umani“. I governanti cinesi non espongono la loro visione del mondo così grossolanamente, ma anche loro non si preoccupano molto per i diritti umani. Il matrimonio Duterte-Xi Jinping sembra quindi un abbinamento naturale.

Dal punto di vista americano, la retromarcia di Duterte – ammesso che porti a un cambiamento strategico durevole – è un potenziale disastro. Allineate con gli Stati Uniti ed i suoi alleati regionali, le Filippine sono in grado di fornire una piattaforma vitale per opporsi all’aggressione cinese nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale.

Se le Filippine diventano una satrapia cinese, al contrario, Washington si troverà a tenere a fatica la “prima catena insulare” nel Pacifico occidentale, che comprende “l’arcipelago giapponese, le isole Ryukyu, Taiwan e l’arcipelago delle Filippine”. Difendere quella linea di isole-barriera è stato uno dei pilastri della strategia degli Stati Uniti dai tempi della Guerra Fredda. Ora potrebbe essere annullato a causa dei capricci di un leader pazzo.

La Cina potrebbe o neutralizzare questo vitale alleato americano o perfino trasformare potenzialmente le Filippine in una base della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione per minacciare gli alleati degli Stati Uniti come Taiwan, Giappone e Australia. Per lo meno, la marina americana troverà molto più difficile proteggere le più importanti rotte marittime del mondo; ogni anno 5.3 miliardi di dollari di merci passa attraverso il Mar Cinese Meridionale, compresi 1.2 miliardi di dollari di commercio degli Stati Uniti.

L’opposizione sta già cogliendo l’occasione del viaggio di Duterte in Cina. Un giudice della Corte Suprema di Manila ha avvertito il presidente che, se rinunciasse alla sovranità sulla secca di Scarborough, questo potrebbe provocare il suo impeachment. L’unica buona notizia dal punto di vista americano è che quello che sta facendo Duterte potrebbe essere annullato da un successore più razionale, partendo dal presupposto che la democrazia nelle Filippine sopravviva a questa dura prova.

 

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