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Il Governo Invisibile: la guerra e la propaganda.

Un bellissimo excursus storico di Counterpunch mette in risalto le gravi responsabilità dei media nei confronti delle più grandi tragedie. Le guerre e le oppressioni più grandi non sarebbero state possibili senza la colpevole collaborazione di stampa, radio e/o televisione. Questi mezzi non vengono utilizzati per fare informazione, ma per travisare la realtà, preparando il pubblico ad accettare le mostruose decisioni prese dalle élite. Ed è così che una stampa asservita ai potenti ne diventa lo strumento più letale.

 

di John Pilger, 28 ottobre 2016

Il giornalista americano Edward Bernays viene spesso definito l’inventore della propaganda moderna.

Nipote di Sigmund Freud, il pioniere della psicanalisi, Bernays ha inventato il termine “pubbliche relazioni”, un eufemismo per indicare lo spin e i suoi inganni.

Nel 1929, convinse le femministe a raccomandare le sigarette alle donne, fumando durante la parata di Pasqua a New York – un comportamento che allora era ritenuto stravagante. Una femminista, Ruth Booth, dichiarò: “Donne! Accendete un’altra fiaccola di libertà! Combattete un altro tabù sessuale!

L’influenza di Bernays si estese ben al di là della pubblicità. Il suo maggior successo fu convincere il pubblico americano a partecipare al massacro della Prima Guerra Mondiale. Il segreto, disse, stava nel “plasmare il consenso” della gente, in modo da “controllarla e manovrarla secondo la nostra volontà, senza che la gente lo sappia”.

Bernays descrisse questo processo come “il vero potere di governo della nostra società” e lo chiamò “governo invisibile”.

Il governo invisibile non è mai stato tanto potente, e meno percepito, di come lo è oggi. Nella mia carriera di giornalista e produttore cinematografico, non ho mai visto la propaganda insinuarsi nelle nostre vite come accade ai nostri giorni, senza che nessuno reagisca.

Immaginate due città.

Entrambe sono sotto assedio da parte delle forze del loro stesso governo. Entrambe sono occupate da fanatici, che commettono terribili atrocità, come le decapitazioni.

Ma c’è una differenza essenziale. In uno degli assedi, i soldati governativi vengono descritti come liberatori dai giornalisti occidentali che sono tra loro e che raccontano con entusiasmo le battaglie e i raid aerei. Le prime pagine dei giornali riportano immagini di questi eroici soldati con 2 dita alzate in segno di vittoria. Si fa a stento menzione delle vittime civili.

Nella seconda città – in un Paese vicino – succede esattamente lo stesso. La forze governative assediano una città controllata dalla stessa stregua di fanatici.

La differenza è che questi fanatici vengono sostenuti, approvvigionati e armati da “noi” – dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra.  Hanno perfino un centro mediatico finanziato da Inghilterra e America.

Un’altra differenza è che i soldati governativi che assediano la città sono i cattivi, vengono condannati per aver assaltato e bombardato la città – ossia per aver fatto le stesse cose che i soldati buoni fanno nella prima città.

Strano? Proprio no. Questo è il normale doppio standard che sta alla base della propaganda. Mi riferisco naturalmente all’attuale assedio alla città di Mosul da parte delle forze governative in Iraq, sostenute da Stati Uniti e Inghilterra; e all’assedio di Aleppo da parte del governo della Siria, sostenuto dalla Russia. Un assedio è buono, l’altro è cattivo.

Quello che spesso non viene detto è che entrambe le città non sarebbero occupate dai fanatici e distrutte dalla guerra se Inghilterra e Stati Uniti non avessero invaso l’Iraq nel 2003.  Quell’impresa criminale si basava su bugie incredibilmente simili alla propaganda che ora distorce la nostra percezione della guerra civile in Siria.

Senza i tamburi della propaganda, camuffata da informazione, i mostruosi ISIS, Al-Quaeda, Al-Nusra e il resto dei gruppi jihadisti non esisterebbero, e il popolo siriano oggi non dovrebbe lottare per la propria sopravvivenza.

Qualcuno ricorderà che nel 2003 una serie di giornalisti della BBC apparirono in TV per dirci che Blair era stato scagionato per quello che si rivelò essere il crimine del secolo. La TV USA produsse un’analoga giustificazione per George W. Bush.  Fox News presentò Henry Kissinger che parlava con entusiasmo delle montature di Colin Powell.

Durante lo stesso anno, poco dopo l’invasione, ho filmato a Washington un’intervista a Charles Lewis, il rinomato giornalista investigativo americano. Gli ho chiesto: “Cosa sarebbe successo se i media più liberi del mondo avessero seriamente messo in discussione quello che si rivelò poi essere una grezza propaganda?

Mi rispose che se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, “c’è una probabilità molto, molto alta che non saremmo andati in guerra in Iraq”.

Una dichiarazione scioccante, sostenuta da altri famosi giornalisti a cui ho posto la stessa domanda – Dan Rather della CBS, David Rose dell’Observer e giornalisti e produttori della BBC, che hanno preferito rimanere anonimi.

In altri termini, se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, se avessero messo in discussione e indagato la propaganda anziché amplificarla, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sarebbero ancora vivi, e non esisterebbe l’ISIS,  né l’assedio di Aleppo o di Mosul.

Non sarebbero avvenute atrocità come quella della metropolitana di Londra del 7 luglio 2005.  Non ci sarebbero stati milioni di rifugiati; non ci sarebbero stati i campi di miserabili.

Quando nel novembre 2015 a Parigi  avvennero le atrocità del terrorismo, il Presidente Hollande mandò immediatamente gli aeroplani a bombardare la Siria – e come prevedibile ne seguì altro terrorismo, provocato dalla retorica di Hollande per il quale la Francia era “in guerra” e “non avrebbe mostrato pietà”. Il fatto che la violenza di stato e la violenza jihadista si alimentano a vicenda è una verità che nessun leader nazionale ha il coraggio di ammettere.

Quando la verità viene sostituita col silenzio” disse il dissidente sovietico Yevtushenko, “il silenzio diventa una bugia”.

L’attacco all’Iraq, alla Libia, alla Siria, sono avvenuti perché i leader di tutti questi paesi non erano fantocci nelle mani dell’occidente. Le violazioni dei diritti umani di Saddam e Gheddafi erano irrilevanti. Non hanno obbedito agli ordini e lasciato ad altri il controllo del loro paese.

La stessa sorte toccò a Slobodan Milosevic non appena si rifiutò di firmare un “accordo” che richiedeva l’occupazione della Serbia e la sua conversione ad un’economia di mercato. La sua gente fu bombardata, e lui fu perseguito all’AIA. Un’indipendenza di questo tipo era intollerabile.

Come ha rivelato WikiLeaks, il leader siriano Bashar Al-Assad venne attaccato non appena rifiutò nel 2009 la costruzione di una condotta petrolifera attraverso il territorio siriano dal Qatar all’Europa.

Da quel momento, la CIA ha cominciato a pianificare la distruzione del governo della Siria, sfruttando i fanatici jihadisti – gli stessi fanatici che attualmente tengono in ostaggio i cittadini di Mosul e Aleppo.

Perché tutto questo non fa notizia? L’ex funzionario dell’ufficio degli affari esteri inglese, Carne Ross, ai tempi responsabile per le sanzioni operative contro l’Iraq, mi ha detto: “davamo in pasto ai giornalisti simil-fatti manipolati dai servizi segreti, oppure li lasciavamo al’oscuro. Ecco come funzionava.

Il cliente medioevale dell’occidente, l’Arabia Saudita – al quale gli Stati Uniti e l’Inghilterra vendono miliardi di dollari di armamenti – sta attualmente distruggendo lo Yemen, un paese talmente povero che, anche in tempo di pace, metà dei suoi bambini sono malnutriti.

Cercate su Youtube e vedrete che razza di terribili bombe – le “nostre” bombe – i sauditi usano contro questi poveri villaggi, e contro i matrimoni o i funerali.

Le esplosioni sembrano piccole bombe atomiche. Gli addetti alle bombe in Arabia Saudita lavorano fianco a fianco con funzionari britannici.  Ma la notizia non appare in nessun notiziario.

La propaganda funziona al meglio quando il nostro consenso viene manipolato da gente con un’ottima istruzione – Oxford, Cambridge, Harvard, Columbia – e con carriere alla BBC, al Guardian, al New York Times o al Washington Post.

Queste organizzazioni sono universalmente riconosciute come media liberali. Si presentano come tribunali progressisti illuminati del politicamente corretto. Sono antirazzisti, femministi e pro-LGBT (sigla utilizzata come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender, ndt). E amano la guerra.

Mentre intervengono a favore del femminismo, sostengono guerre rapaci che distruggono i diritti di innumerevoli donne, incluso il loro diritto alla vita.

Nel 2011, la Libia, uno stato moderno, venne distrutto col pretesto che Gheddafi stava per commettere un genocidio ai danni del suo stesso popolo. Questa ipotesi era incessantemente su tutti i notiziari; anche se non esisteva alcuna prova. Si trattava di una bugia.

Infatti l’Inghilterra, l’Europa e gli Stati Uniti volevano quello che chiamano un “cambio di regime” in Libia, il più grande produttore africano di petrolio. L’influenza di Gheddafi sul continente e, soprattutto, la sua indipendenza, erano intollerabili.

Quindi venne pugnalato alla schiena dai fanatici sostenuti dall’America, dall’Inghilterra e dalla Francia. Hillary Clinton applaudì davanti alla telecamera il suo atroce assassinio, dichiarando  “siamo arrivati, abbiamo visto, è morto!

La distruzione della Libia è stato un trionfo mediatico. Mentre risuonavano i tamburi di guerra, Jonathan Freedland scriveva sul Guardian: “Anche se ci sono rischi molto concreti, le ragioni per intervenire rimangono forti”.

Intervenire – che parola educata, benigna, da parte del Guardian; il suo reale significato, per la Libia, è stato guerra e distruzione.

Secondo i suoi stessi archivi, la Nato ha lanciato 9.700 attacchi aerei contro la Libia, dei quali più di un terzo erano diretti verso obiettivi civili. Sono state usate anche testate all’uranio impoverito. Guardate le fotografie delle macerie di Misurata e Sirte, e le sepolture di massa identificate dalla croce rossa. Il rapporto Unicef sui bambini uccisi dice che “molti avevano meno di 10 anni”.

Come diretta conseguenza, Sirte è diventata la capitale dell’ISIS.

L’Ucraina è un altro trionfo mediatico. I rispettabili giornali liberali come il New York Times, il Washington Post e il Guardian, e i canali mainstream come BBC, NBC, CBS, CNN hanno giocato un ruolo fondamentale nel condizionare il pubblico ad accettare una nuova e pericolosa guerra fredda.

Tutti loro hanno travisato gli eventi in Ucraina come se si trattasse di un atto ostile russo quando, di fatto, il colpo di stato in Ucraina del 2014 è stato opera degli Stati Uniti, aiutati dalla Germania e dalla NATO.

Questo capovolgimento della verità è stato così pervasivo che le intimidazioni militari di Washington nei confronti della Russia non vengono riportate tra le notizie; vengono soppresse dietro una campagna diffamatoria e intimidatrice che avevo già visto all’opera ai tempi della prima guerra fredda. Ancora una volta, i Russi stanno venendo a prenderci, guidati da un nuovo Stalin, che l’Economist rappresenta con i tratti del diavolo.

La soppressione della verità sull’Ucraina è uno dei più completi blackout di informazione che io possa ricordare. I fascisti che hanno progettato il colpo di stato a Kiev sono della stessa risma di quelli che sostennero l’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel 1941. Con tutti gli allarmi lanciati sull’affermazione del fascismo anti-semita in Europa, nessun leader si degna di menzionare i fascisti in Ucraina – salvo Vladimir Putin, ma lui non conta.

Molti nei media occidentali si sono dati molto da fare per rappresentare l’etnia ucraina che parla la lingua russa come stranieri nel loro stesso paese, agenti di Mosca, praticamente mai come semplici ucraini che vorrebbero una federazione ucraina e come cittadini ucraini che si oppongono a un colpo di stato orchestrato dall’estero contro il loro governo eletto.

C’è quasi la joie d’esprit di una riunione di classe di guerrafondai.

I rullo dei tamburi del Washington Post che incita alla guerra con la Russia proviene dai medesimi autori degli editoriali che pubblicarono la menzogna delle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein.

Per molti di noi, la campagna presidenziale americana è stato un circo mediatico dell’assurdo, nel quale Donald Trump impersona il più cattivo di tutti.

Ma Trump viene odiato dai detentori del potere negli Stati Uniti per ragioni che hanno ben poco a che vedere col suo comportamento e le sue opinioni odiose. Per il governo invisibile di Washington, l’imprevedibile Trump è un ostacolo ai progetti dell’America per il XXI secolo.

Mantenere il dominio degli Stati Uniti e soggiogare la Russia e, se possibile, la Cina.

Per i militari di Washington, il vero problema di Trump è che, nei suo momenti di lucidità, lui sembra non volere la guerra con la Russia; vuole parlare con il presidente russo, non combatterlo; dice di voler parlare anche col presidente della Cina.

Nel primo dibattito con Hillary Clinton, Trump ha promesso che non sarebbe stato il primo a utilizzare ordigni nucleari in qualsivoglia conflitto. Ha detto: “Certamente non sarei il primo a colpire. Una volta che si sceglie l’opzione nucleare, è tutto finito”. Ma nessun notiziario ne ha parlato.

Ci credeva veramente? Chi lo sa? Spesso si contraddice. Ma quello che è chiaro è che Trump viene considerato un rischio serio per lo status quo della vasta macchina della sicurezza nazionale che governa gli Stati Uniti, a prescindere da chi sia l’inquilino alla Casa Bianca.

La CIA vuole che perda. Il Pentagono vuole che perda. I media vogliono che perda. Persino il suo stesso partito vorrebbe vederlo perdere. E’ una minaccia per i potenti del mondo – a differenza della Clinton che non ha lasciato alcun dubbio sul fatto di essere pronta ad andare a una guerra nucleare con la Russia e la Cina.

La Clinton ne ha lo spirito, cosa di cui si vanta spesso. D’altronde, il suo passato parla per lei. Da senatrice, ha sostenuto il bagno di sangue in Iraq. Da avversaria di Obama nel 2008, ha minacciato di “cancellare totalmente” l’Iran. Da Segretario di Stato, ha partecipato alla distruzione dei governi in Libia e Honduras e ha dato il via alle tensioni con la Cina.

Al momento è impegnata a sostenere una No Fly Zone in Siria – una provocazione di guerra diretta nei confronti della Russia. La Clinton potrebbe tranquillamente diventare il Presidente degli Stati Uniti più pericoloso della mia generazione – un premio che non difetta di eccellenti candidati.

Senza uno straccio di prova, ha accusato la Russia di sostenere Trump e di avere hackerato le sue e-mail. Rese pubbliche da WikiLeaks, queste mail ci rivelano che quello che la Clinton dice in privato, quando parla ai ricchi e potenti, è l’opposto di quanto dice in pubblico.

Ecco perché è così importante mettere a tacere e minacciare Julian Assange. Come editore di WikiLeaks, Assange conosce la verità. E lasciatemi tranquillizzare chi se ne preoccupa: Assange sta bene, e WikiLeaks sta lavorando a pieno regime.

Oggi, è in corso il più grande raggruppamento di forze sotto controllo americano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale – nel Caucaso e nell’Europa orientale, al confine con la Russia,  in Asia e nel Pacifico, dove il bersaglio è la Cina.

Ricordatevene quando il circo delle elezioni presidenziali raggiungerà l’apice l’8 novembre. Se la vincitrice sarà la Clinton, un coro unanime di commentatori imbecilli celebrerà la sua incoronazione come un grande passo avanti per le donne. Nessuno ricorderà le vittime della Clinton: le donne della Siria, le donne dell’Iraq, le donne della Libia. Nessuno ricorderà le esercitazioni militari in corso in Russia. Nessuno ricorderà le “fiaccole della libertà” di Edward Bernays.

Una volta, il portavoce di George Bush chiamò i media “collaborazionisti complici”.

Detto da un alto funzionario di un’amministrazione le cui bugie, propagandate dai media, hanno causato tanta sofferenza, la definizione diventa un avvertimento della storia.

Nel 1946, il procuratore del Tribunale di Norimberga disse dei media tedeschi: “prima di ogni aggressione importante, essi avviavano una campagna di stampa rivolta a indebolire le vittime e preparare psicologicamente il popolo tedesco all’attacco.  Nel sistema della propaganda, la stampa e la radio erano le armi più importanti”.

 

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