Financial markets expert Otmar Issing addresses a press conference with German Chancellor Angela Merkel and German Finance Minister Wolfgang Schaeuble (not in picture) at the chancellery in Berlin November 4, 2010, following a meeting with a group of experts on new structures of financial markets. AFP PHOTO / JOHN MACDOUGALL (Photo credit should read JOHN MACDOUGALL/AFP/Getty Images)

Otmar Issing: le banche centrali e la vendetta della politica

Otmar Issing, ex capo economista della BCE e uno dei padri fondatori dell’euro  (progetto dal quale ha già preso più volte le distanze), in un articolo su Project Syndicate  sfata il  mito dell'”indipendenza” delle banche centrali.  Dopo la cosiddetta “Grande Moderazione” degli anni ’80,  quando la situazione macroeconomica sembrava attraversare una fase di grande stabilità grazie all’azione regolatrice delle autorità monetarie indipendenti, il “Minsky Moment” della crisi finanziaria  globale ha mostrato con ogni evidenza i limiti della politica monetaria.  E man mano che la crescente deresponsabilizzazione del ceto politico fa  della banca centrale l’unico giocatore in campo,   la sua  pretesa “indipendenza”  mostra sempre di più il suo vero volto: un mito ben lontano dalla realtà. 

 

di Otmar Issing, 1 novembre 2016

La reputazione delle banche centrali ha sempre avuto i suoi alti e bassi. Per anni, il prestigio delle banche centrali è stato ad un livello alto quasi senza precedenti. Ma una correzione di rotta sembra ormai inevitabile, poiché l’indipendenza della banca centrale sta diventando un aspetto chiave fortemente contestato.

La reputazione delle banche centrali ha raggiunto un picco prima della fine del secolo scorso e all’inizio del nuovo, grazie alla cosiddetta Grande Moderazione.  Inflazione bassa e stabile, crescita sostenuta e un elevato livello di occupazione hanno portato molti a vedere le banche centrali come i padroni dell’universo, capaci, e anzi responsabili, della gestione dell’economia a beneficio di tutti. La rappresentazione di Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve, come “Maestro” esemplifica questa percezione.

La crisi finanziaria globale del 2008 ha inizialmente rafforzato la reputazione delle banche centrali. Con un’azione risoluta, le autorità monetarie davano il loro importante contributo per prevenire il ripetersi della Grande Depressione. Ancora una volta, venivano lodate come i salvatori dell’economia mondiale.

Ma i successi delle banche centrali hanno alimentato delle aspettative troppo elevate, incoraggiando la maggior parte dei decisori politici a lasciare la responsabilità della politica macroeconomica fondamentalmente nelle mani delle loro controparti monetarie. Tale sovraccarico “di aspettative” e, di conseguenza, “operativo”,  ha mostrato i veri limiti della politica monetaria.

In altre parole, la buona reputazione delle banche centrali ora sembra ritorcersi loro contro. E il “sovraccarico di celebrità” – che avviene quando la fiducia nel successo della politica monetaria si concentra sulla persona alla guida dell’istituzione – significa che probabilmente ne soffrirà anche la reputazione dei singoli leader.

Eppure le banche centrali non possono semplicemente abbandonare i loro nuovi oneri operativi, soprattutto per quanto riguarda la stabilità finanziaria, che, come ha nettamente dimostrato la crisi del 2008, non può essere mantenuta attraverso la sola stabilità dei prezzi. Al contrario, un periodo di tassi di interesse bassi e stabili può anche favorire la fragilità finanziaria, portando ad un “momento Minsky,” quando improvvisamente i valori delle attività collassano, facendo crollare l’intero sistema. I limiti dell’inflation targeting (strategia basata su un obiettivo di inflazione, ndt) sono ormai chiari, e questa strategia dovrebbe essere scartata.

Le banche centrali adesso devono conciliare la necessità di mantenere la stabilità dei prezzi con la responsabilità di ridurre la vulnerabilità finanziaria – indipendentemente dal fatto che ne abbiano il mandato legale.  Non sarà facile, anche a causa di un altro, nuovo onere operativo che è stato posto a carico di molte banche centrali: la vigilanza macroprudenziale e microprudenziale.

La vigilanza microprudenziale, in particolare, comporta il rischio di pressioni politiche, interferenze con l’indipendenza delle banche centrali, e conflitti tra le diverse politiche, tutte cose che potrebbero influenzare il comportamento degli intermediari finanziari, incoraggiandoli ad esporsi a più alti rischi. Essi sanno che la  loro autorità di vigilanza ha a sua disposizione strumenti potenti – per esempio, può ridurre i costi di finanziamento, proteggendo in questo modo le banche (almeno per un po’) – e ha un forte interesse a proteggere la sua reputazione. Ma, dato il sovraccarico delle banche centrali, la difesa della reputazione può andare oltre la loro possibilità.

Anche se questo è un fenomeno globale, la Banca centrale europea ne è particolarmente gravata. Come banca centrale dei 19 stati membri dell’Unione monetaria europea (UEM), la BCE affronta anche dei “sovraccarichi extra-istituzionali”. Ciò è diventato evidente nel maggio 2010, quando la BCE si è assunta la responsabilità di acquistare titoli di stato di paesi che altrimenti avrebbero sperimentato un sostanziale aumento dei tassi di interesse a lungo termine.

Questo intervento è stato per la BCE una di quelle mosse in cui tutti perdono.  L’intervento è stato essenzialmente motivato dalla politica: la BCE ha agito al posto dei decisori politici che non volevano adempiere ai loro obblighi. Ma se la BCE si fosse rifiutata di intervenire, i mercati finanziari avrebbero potuto trovarsi ad affrontare notevoli turbolenze, per le quali, a torto o a ragione, sarebbe stata incolpata la banca centrale.

Da quel momento, tuttavia, la BCE si è assunta il ruolo politico di garantire non solo la sopravvivenza della moneta unica, ma anche la continuità dell’appartenenza all’euro di tutti i paesi membri. Nel 2012, il presidente della BCE Mario Draghi ha consolidato questa responsabilità impegnandosi a fare “tutto il necessario” per preservare l’euro. “E credetemi”, ha affermato, “sarà sufficiente”.

Questa presa di posizione ha portato molti ad accusare la BCE di andare oltre il suo mandato e di violare i trattati europei. Ma la Corte europea di giustizia e la Corte costituzionale tedesca hanno tutto sommato  respinto questo punto di vista, anche se sono ancora in corso controversie legali sulle misure non convenzionali di politica monetaria della BCE.

In questo contesto, forse non è sorprendente che l’indipendenza della banca centrale – de jure o de facto – sia ancora una volta in discussione. Lo scopo dell’indipendenza della banca centrale è sempre stato quello di consentire alla politica monetaria di concentrarsi sul mantenimento della stabilità dei prezzi, senza essere soggetta a pressioni politiche. Anche se questo approccio è sempre stato controverso, dato che comporta di dover consegnare il controllo sostanziale dell’economia a dei tecnocrati non eletti, gli episodi inflazionistici del passato hanno favorito un ampio consenso sull’indipendenza della banca centrale.

Quando i mandati delle banche centrali vanno oltre la stabilità dei prezzi, tuttavia, la loro indipendenza può sembrare sempre più fuori luogo in una società democratica. Ciò è particolarmente vero per la BCE:  più forte diventa forte la percezione del legame tra l’estensione del mandato della BCE e la politica,  maggiori saranno le critiche che il suo status di indipendenza dovrà affrontare.

La mancanza di un’azione adeguata da parte dei politici eletti  – in particolare in alcuni paesi della zona euro – ha trasformato le banche centrali nell’unico giocatore a disposizione.  E ciò si sta rivelando essere più una minaccia alla loro indipendenza che un fattore di prestigio.  La BCE, in particolare, dovrà affrontare una crescente opposizione al suo status indipendente, a prescindere dal fatto che riesca a “salvare” la UEM. Dopo tutto, dovrebbe essere abbastanza potente per avere successo – troppo potente per essere tollerata da qualsiasi democrazia.

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