trump

Flassbeck: La vittoria di Trump come reazione a tre decenni di neoliberismo negli Stati Uniti (e in Europa).

All’indomani delle elezioni negli Stati Uniti Heiner Flassbeck su Makroskop identifica nel fallimento totale delle politiche pro establishment le ragioni alla base della vittoria di Donald Trump. Gli elettori, ormai esasperati, si orientano verso quelli che i media mainstream e i soggetti politici al potere chiamano partiti “populisti”, rifiutandosi ancora una volta di cogliere la necessità di un cambiamento di rotta dopo anni di miseria economica.

 

di Heiner Flassbeck, via Makroskop, 09 Novembre 2016

traduzione di Stefano Solaro

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti e improvvisamente “siamo” tutti scioccati. Ma per quale motivo?
Le elezioni americane non hanno fatto altro che confermare la tendenza riscontrabile già da qualche tempo in molti paesi, ed evidenziata con forza dalla Brexit: quella parte della popolazione che da decenni si sente abbandonata – e che lo è davvero – è disposta a votare chiunque sia estraneo all’establishment e che gli prometta di prendere sul serio le loro preoccupazioni.

Tuttavia, l’elezione di un uomo che dell’establishment fa parte (e che attuerà le misure economiche più conservative che si possano immaginare) ci dice una cosa importante: il desiderio di sostituire i ciarlatani al potere è talmente forte che gli elettori voterebbero perfino un asino, se ragliasse abbastanza forte di volersi prendere cura della gente comune.

Come abbiano fatto i democratici a non accorgersi di questa tendenza, resta un mistero. L’incredibile riscontro ottenuto da Sanders nelle primarie era il chiaro segnale che gli elettori domandavano qualcosa di diverso. Volevano voce e partecipazione, volevano un ritorno alla democrazia dopo anni di plutocrazia. Cosa hanno ricevuto in cambio con Hillary Clinton? L’establishment plutocratico al cubo.

Trump ce l’ha fatta proprio grazie al suo anti-intellettualismo, grazie al suo linguaggio primitivo, alla sua capacità di dare l’impressione di non fare parte dell’establishment, anzi, di essere pronto a sfidarlo.
Tuttavia è improbabile che Trump lo faccia davvero. Non inizierà di certo una battaglia contro quelli che dai più profondi meandri ideologici del Partito Repubblicano sognano una società immune dall’ingombro dello Stato, dove gli imprenditori “liberi” sono i veri artefici del destino del popolo (l’oggettivismo di Ayn Rand è ancora tra noi).

“Populismo”, chiosa il coro dei media mainstream. Populista è Trump, populista è chiunque faccia anche solo finta di ascoltare le persone. Quanto è assurda l’accusa racchiusa in questa parola. La realtà è che questi politici sanno effettivamente ascoltare la popolazione, o gli fanno quantomeno credere che potrebbe pretendere qualcosa in più rispetto a quanto sta ricevendo.

Proprio di questo si tratta. Le persone possono e devono pretendere molto di più rispetto a quello che gli è stato concesso in tre decenni di neoliberismo negli Stati Uniti e in Europa. La partecipazione di tutti a un progresso costruito in modo congiunto è esattamente quello di cui si sente il bisogno a livello globale per superare la miseria economica. Una partecipazione intesa non come beneficio sociale, quanto piuttosto come necessità economica. Il fatto che a vincere questa volta sia stato qualcuno che sta solo fingendo di voler ridare voce a chi è rimasto indietro, è tema per un’altra discussione.

Lo sgomento dei sostenitori di “un mondo libero” s’intuisce da ogni frase che include la parola “populismo”.  A essere particolarmente scioccati sono prima di tutto quelli che hanno sempre creduto di trovarsi sul lato sinistro dello spettro politico. Eravamo finalmente riusciti a far credere ai cittadini che fosse tutto a posto così com’è ed ecco che arrivano questi populisti e gli promettono la luna. 

Quello che gli “anti-populisti” non capiscono, è che è proprio la loro ristretta visione del mondo ad aver creato il problema e aperto la porta ai “populisti”.

A suggello di questa ideologia politica, in Germania avremo presto un Presidente Federale che più di ogni altro incarna questo approccio insensato e fallimentare. Frank-Walter Steinmeier (Ministro degli Esteri tedesco, ndt.), “l’architetto” dell’Agenda-Politica, non solo non ha mai compreso quali fossero le alternative alla politica “senza alternativa”, ma si rifiuta ancora oggi di prendere atto delle sue disastrose conseguenze per l’Europa.

Ma noi continueremo ad andare avanti per la stessa strada.
Che i “populisti” conquistino pure un Land dopo l’altro, fino a sedersi, impersonificati da AFD, in tutti i parlamenti degli Stati Federali. Ha poca importanza. D’altronde come potrebbero mai i socialdemocratici, o perfino i verdi, schierarsi contro le forze della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica, contro il libero commercio e contro l’inevitabile solidità delle finanze pubbliche?

Su un punto è però probabile che il presidente Trump dia filo da torcere ai tedeschi, se rispetterà anche solo per metà il suo programma. Come già i presidenti repubblicani pre era-Bill Clinton, ovvero Ronald Reagan e George Bush, Trump non accetterà di buon grado l’enorme surplus commerciale tedesco e i deficit americani. Là dove l’amministrazione Obama si è limitata ad ammonire i politici tedeschi, Trump metterà sul tavolo le sanzioni, qualora la Germania non abbandonasse il suo mercantilismo.

Da una parte la “splendid isolation”, dall’altra il libero scambio; è già chiaro chi vincerà.

Allora avremo modo di vedere il significato di tutte le parole spese sui vincoli della globalizzazione. Se alla Germania blocchi il canale mercantilistico, allora il Paese si troverà costretto ad attuare una reale politica economica. In quel caso o ci si mette contro le imprese, o si assegna allo stato un ruolo diverso. In questo modo sapremo quanto “populismo” è necessario in un’economia ragionevolmente funzionante, perché solo un aumento dei salari, con la conseguente partecipazione dei cittadini, o un aumento degli investimenti pubblici, possono creare la domanda interna necessaria.

In questo modo lo shock americano di queste elezioni può essere addirittura salutare per la Germania. Ciò non significa però che un presidente come Trump sia esattamente ciò di cui il mondo avrebbe avuto bisogno di questi tempi.

Categories Fonti Nazioni Voci dall'estero