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I populisti stanno vincendo

Da Eurointelligence una rassegna di commenti e un’analisi della risposta – o meglio non risposta – data alla elezione di Donald Trump da una Europa sempre più divisa e in cui tutti i nodi vengono al pettine. Al di là di solenni incontri e dichiarazioni, sostanzialmente non è stato fatto nulla. Quanto emerge è che abbiamo da tempo raggiunto i limiti di azione di un sistema intergovernativo. E la certezza che la Germania non è in grado di assumere un ruolo di leadership dell’area: è sempre stata attenta solo ai propri interessi.

14 novembre 2016

 

Qualsiasi cosa succeda, in questi giorni, la risposta dell’Europa consiste in incontri e solenni dichiarazioni. Ma quanto ad agire, niente. Frank-Walter Steinmeier aveva sperato di ripetere la piccola bravata che ha tirato fuori dopo il voto sulla Brexit, convocando una riunione di emergenza dei ministri degli Esteri, ma questa volta, sia il Regno Unito sia – si noti bene – la Francia hanno boicottato la cena di ieri sera (del 13 novembre, NdVdE), e a questo punto la metafora si è capovolta. L’UE mostra al mondo esterno che la sua reazione all’elezione di Trump è scoordinata, proprio il contrario di “dare un segnale di ciò che l’UE si aspetta” da Trump, come ha scritto il FT, citando un diplomatico anonimo.
La decisione di Boris Johnson di non partecipare è stata al centro dell’attenzione durante il fine settimana, mentre Jean-Marc Ayrault è rimasto a Parigi per incontrare Jens Stoltenberg, il Segretario generale della NATO. Nenche gli ungheresi hanno partecipato all’incontro, che hanno definito “isterico”. L’articolo cita un diplomatico che ha detto: “Quando il paese più potente dell’UE vuole comandare, non necessariamente gli altri Stati membri seguono”. Questo significa che abbiamo da tempo raggiunto i limiti di azione di un sistema intergovernativo. Affannarsi non li estenderà.

Nel frattempo, la squadra di Trump sta già facendo del suo meglio per mettere in risalto le divisioni in Europa. Oltre alla piccola trovata pubblicitaria di scegliere Nigel Farage come primo politico europeo in visita a Trump, durante il fine settimana è stata fatta circolare la voce che l’appena nominato consigliere speciale di Trump, Stephen Bannon, un suprematista bianco, aveva preso contatti con Marine Le Pen. Abbiamo notato un tweet della nipote della Le Pen, Marion Maréchal-Le Pen, che ieri ha twittato:

” Io rispondo di sì all’invito di Stephen Bannon… a lavorare insieme.”

Anche se non era chiaro se e quando era stato effettivamente rivolto un invito.

Altre critiche ha sollevato la decisione di Andrew Marr della BBC di intervistare Marine Le Pen il giorno dell’Armistizio (su questo stiamo dalla parte della BBC – Marine Le Pen è una seria contendente alla presidenza francese, e sarebbe scorretto nei confronti di tutti noi fingere che non sia così). In questa intervista, Marine Le Pen ha ribadito la sua determinazione a portare la Francia fuori dall’Unione europea, che, ha detto testualmente, non dovrebbe durare “ancora neanche due minuti”, e ha dichiarato che le posizioni del FN e dell’Ukip sono quasi incollate. Ha affermato anche che il suo obiettivo principale di politica estera è rendere l’UE meno dipendente dagli Stati Uniti e più aperta verso la Russia.

L’impatto della elezione di Trump in Italia è più complicato, come fa notare questo articolo. La destra in Italia è fortemente divisa. Benché il Movimento Cinque Stelle sia nella posizione migliore per intercettare il voto anti-establishment, soprattutto in un confronto diretto con il Partito Democratico, tuttavia all’interno del partito il supporto a Trump è basso. Non è quindi chiaro come potrebbe avere successo un impulso a sostegno di Trump all’interno del sistema politico italiano.

Timothy Garten-Ash  ha scritto un interessante commento in cui spiega che ci vuole tempo per capire i grandi cambiamenti ideologici.

“Non ci insegna nulla la storia, su questi fenomeni, simili a maree, che appaiono più o meno contemporaneamente in molti luoghi, in forme nazionali e regionali diverse, ma che hanno comunque caratteristiche comuni? Il populismo nazionalista ora, il liberismo globalizzato (o neoliberismo) negli anni ‘90, il fascismo e il comunismo negli anni ‘30 e ’40, l’imperialismo nel XIX secolo. Due lezioni, forse: che queste cose di solito impiegano un periodo di tempo significativo per risolversi e che per invertirle (se la marea è di un tipo che si desidera invertire) richiede coraggio, determinazione, coerenza, sviluppo di un nuovo linguaggio politico e nuove risposte politiche ai problemi reali “.

Non siamo d’accordo, però, con la sua conclusione, ovvero che Angela Merkel sia ora il leader del mondo libero. Come può essere, ci domandiamo, se non è nemmeno riuscita a garantire la leadership durante la crisi dell’Eurozona, mentre ha sempre dato la priorità agli interessi nazionali tedeschi? Ulrich Speck ( @ulrichspeck ) concorda con un tweet di questa mattina:

“Angela Merkel non può essere il leader europeo. Quello che può fare è mantenere europeizzata la politica estera tedesca e mediare compromessi a livello europeo.”

In un commento per NRC,  Caroline de Gruyter  riferisce che in una recente conferenza sulla sicurezza a Varsavia i delegati erano preoccupati per la prospettiva che Donald Trump e Vladimir Putin ridisegnassero e riconoscessero reciprocamente le loro sfere di influenza, in una ripetizione degli accordi di Yalta, ma senza la partecipazione britannica. Lo scenario riflette il timore degli ex satelliti russi che gli Stati Uniti possano essere disposti a lasciarli cadere di nuovo sotto il controllo russo. Ma la preoccupazione non era generalizzata. Secondo la De Gruyter l’Ungheria è più preoccupata per la minaccia dei rifugiati.
Gli Stati dell’UE sono in disaccordo praticamente su tutto, e in particolare non riescono a trovare un accordo su come dovrebbero rispondere alla possibilità di perdere il sostegno militare degli Stati Uniti. La leadership anche in questo campo può cadere per default su una Germania riluttante, visto che il Regno Unito si sta ritirando dall’UE e la Francia e l’Italia sono sempre più ripiegate su se stesse. Caroline De Gruyter conclude con una riflessione: l’UE ha bisogno di rispondere alla domanda di come organizzare la propria difesa. Altrimenti sarà ogni paese per se stesso, senza più gli Stati Uniti che vengono a raccogliere i pezzi.

 

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