Sul Telegraph Ambrose Evans Pritchard intervista Claudio Borghi, in cui vede il possibile ministro delle Finanze di un governo prossimo futuro, nato per portare l’Italia fuori dall’euro. Un governo incentrato su un’alleanza di scopo tra Lega Nord, Movimento Cinque Stelle e altri gruppi più piccoli. Tutti uniti dalla consapevolezza che senza una moneta propria valutata correttamente ogni sforzo di uscire dalla crisi in Italia è inutile. Anche se è molto dubbia la reale volontà del M5S di voler uscire dall’eurozona, la sola prospettiva di Claudio Borghi ministro dell’economia è sufficiente ad atterrire gli eurocrati di Bruxelles, e permette di iniziare a ragionare compiutamente sulle eventuali conseguenze. 

 

di Ambrose Evans Pritchard, 6 dicembre 2016

 

La prospettiva – un tempo improbabile e remota – di un governo anti-euro in Italia sta improvvisamente trasformandosi in una possibilità reale, che nel giro di settimane minaccia di scuotere l’Unione Europea fino alle sue fondamenta.

Gli eventi in Italia si stanno evolvendo alla velocità della luce. Diversi personaggi chiave nel Partito Democratico del premier Matteo Renzi si sono uniti al coro di chi richiede elezioni anticipate già a febbraio, per impedire che il Movimento Cinque Stelle prenda in mano l’iniziativa politica dopo la vittoria nel referendum dello scorso fine settimana.

Matteo Renzi  non ha ancora scoperto le sue carte, ma i suoi più stretti collaboratori dicono che è tentato di giocarsi il tutto e per tutto su un voto veloce, puntando sul fatto che gode ancora di un sostegno sufficiente a cavarsela per il rotto della cuffia, in un contesto spaccato da molti punti di vista, e sul fatto che i suoi avversari non sono pronti ad affrontare le elezioni.

Questa mossa potrebbe facilmente scappargli di mano, aprendo la strada a un’alleanza tattica tra Movimento Cinque Stelle e Lega Nord, più una manciata di piccoli gruppi, tutti in diverso modo critici nei confronti dell’euro.

L’uomo indicato come possibile ministro delle Finanze di qualsivoglia costellazione di ribelli è Claudio Borghi, ex broker per Merrill Lynch e Deutsche Bank, e ora professore presso l’Università Cattolica di Milano (Claudio Borghi ha rinunciato all’insegnamento con l’inizio del suo impegno in politica, ndVdE).

“Stiamo arrivando al punto in cui l’Italia deve prendere la vera decisione: siamo per o contro l’Europa?” ha detto al Telegraph .

“Quello che sta emergendo è una lista di quattro partiti o gruppi che hanno una cosa in comune: siamo tutti d’accordo che nulla è possibile fino a quando non usciamo dall’euro.”

“L’Europa ci ha condotto a una depressione peggiore di quella del 1929 e ha portato interi popoli, come i Greci, a essere spezzati e umiliati, tutto per mantenere in piedi lo strumento infernale che è l’euro. Questo completo disastro è stato mascherato con una catena di menzogne, gridate a voce sempre più alta per la paura che il colossale danno fatto venga scoperto”, ha aggiunto.

Claudio Borghi ha dichiarato che il risultato dirompente di 59 a 41 nel referendum è uno shock per i potenti interessi costituiti italiani, o “poteri forti”. “Sono assolutamente terrorizzati perché nessuno dei loro strumenti di controllo funziona più,” ha detto.

“Hanno investito un enorme prestigio nella campagna. Confindustria, le camere di commercio, e tutte le grandi aziende in Italia erano per il sì. Hanno detto che le banche sarebbero crollate, che avremmo perso tutti i nostri risparmi, e che avremmo scatenato l’inferno se avessimo votato no, ma non ha funzionato. È stato un “Brexit reloaded”, ha detto.

Il professor Borghi ha detto che l’uscita dall’euro potrebbe essere caotica, ma che ci sono modi per mitigarne gli effetti, in primo luogo creando e facendo circolare nella vita quotidiana una moneta parallela.

“Il Tesoro italiano ha 90 miliardi di euro di arretrati sui contratti. Questi potrebbero essere pagati con buoni del tesoro emessi per un minimo di 50, 20, 10, o anche 5 euro, dandoci il tempo di creare un seconda valuta. Quando arriva il momento, possiamo quindi passare alla nuova moneta. Può essere fatto elettronicamente. Non abbiamo nemmeno bisogno di stampare”, ha detto.

Claudio Borghi ha detto che l’opzione più pulita sarebbe che fosse la Germania a lasciare la zona euro. Se questo è impossibile, l’Italia può approvare una legge per convertire dall’oggi al domani il proprio debito in lire – o in fiorini, come preferisce chiamare la nuova moneta, rifacendosi ai giorni dell’ascesa di Firenze sotto i Medici.

“Le perdite si sposterebbero sulle banche centrali nazionali attraverso il sistema Target2,” spiega. Ciò significa che la Banca d’Italia restituirebbe 355 miliardi di passività alle altre banche centrali della zona euro (principalmente la Bundesbank) in lire svalutate. La Bundesbank si troverebbe ad affrontare immediatamente una perdita di valore contabile dei propri crediti – che interesserebbe 700 miliardi di euro, nel caso probabile che l’uscita dell’Italia portasse a un ritorno generale alle valute nazionali.

Queste somme però sono in un certo senso una finzione contabile. Il banco di prova è stato lo sganciamento del cambio del franco svizzero dall’euro nel gennaio 2015. Quando il franco si è rivalutato la Banca nazionale svizzera ha subito una grande perdita teorica sul suo debito nei confronti della zona euro, ma nessuno ha fatto una piega.

La scommessa è che le grandi somme tenute dagli italiani nelle banche di Londra, New York, Parigi, o Monaco, o nelle cassette di sicurezza in Svizzera, rientrerebbero nel sistema non appena si calmassero le acque e l’Italia tornasse al cambio flessibile. Gli investitori stranieri vedrebbero l’Italia con un futuro di competitività molto maggiore.

“Non vedo all’orizzonte nessun disastro. Non c’è modo di schiacciare la nostra moneta, visto che abbiamo un surplus commerciale. Se avessimo un tasso di cambio più debole avremmo un surplus ancora più grande”, dice Borghi.

Per gli euroscettici italiani un ritorno alla lira sarebbe una liberazione, dopo quindici anni di decadenza economica, che ha svuotato il nucleo produttivo del Paese. La produzione industriale è scesa ai livelli del 1980. Il PIL reale pro capite è sceso del 13% rispetto al suo picco massimo.

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Un report di questa settimana dell’ ISTAT mostra che il numero delle persone a rischio di povertà ed esclusione sociale l’anno scorso è salito al 28,7%, con un nuovo picco del 46,4 % nel Sud, e 55% in Sicilia – l’epicentro del no nel voto al referendum.

Uno studio di Mediobanca ha rilevato che il tasso di crescita in Italia ha ricalcato quasi esattamente quello della Germania per quasi trent’anni. Il percorso è cambiato con l’avvento dell’euro, che impedendo le svalutazioni ha portato a una perdita lenta, ma fatale, della competitività del lavoro – come un’aragosta bollita viva in una pentola.

La situazione è stata aggravata dalla contrazione fiscale e monetaria della zona euro tra il 2010-2014, un errore strategico che ha provocato la crisi del debito nell’UEM e ha portato a una doppia recessione. Questa a sua volta ha spinto l’Italia oltre il limite, spingendola in una crisi bancaria.

Uscire dall’euro darebbe al Paese la libertà di gestire i suoi conti pubblici per uscire dalla trappola della deflazione, e di salvare il suo sistema bancario con una ricapitalizzazione condotta dallo Stato, secondo l’esempio del programma TARP negli Stati Uniti – un’azione oggi proibita dalle leggi comunitarie sugli aiuti di Stato, a meno che l’Italia non accetti di sobbarcarsi i provvedimenti draconiani di un bail-out europeo (quello che ha avuto così buoni risultati in Grecia, ndVdE).

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Il professor Borghi dichiara che le nuove regole europee del “bail-in” devono essere spazzate via. “Non appena inizi a travolgere i risparmiatori e gli obbligazionisti – che non hanno tenuto comportamenti rischiosi – stai dicendo alla gente che i loro soldi in banca non sono al sicuro”, dice.

“Tutta quello che l’UE ha ottenuto è un crollo dei titoli bancari italiani dell’85% dallo scorso novembre. Bisogna intervenire per salvare il sistema bancario in crisi, altrimenti tutto sarà distrutto”, ha detto.

Il professor Borghi è responsabile della strategia economica per la Lega Nord, un partito collocato a destra, ma ciò che sta emergendo è un’alleanza tattica tra il suo partito e il Movimento Cinque Stelle, anche se questo ha più cose in comune con la sinistra. I due insieme nei sondaggi raggiungono il 44%. I loro economisti stanno lavorando insieme in quella che sta diventando una compatta scuola di euroscettici.

Fin dalle origini il Movimento Cinque Stelle è sempre stato ostile a stringere patti con qualsiasi altro gruppo, dato che considera l’intero sistema politico in Italia come marcio fino al midollo. Ma Grillo dice che il partito si sta avvicinando al potere e deve essere pronto a scendere a compromessi. “Siamo in una spirale che porta verso il governo”, ha detto.

Il professor Borghi non si fa illusioni che la sola uscita dall’euro dell’Italia possa risolvere i suoi problemi, che hanno radici profonde, ma l'”Italexit” è una condizione necessaria. “Sarà dura, ma senza la nostra moneta valutata correttamente non saremo mai in grado di fare nulla, per quanto ci sforziamo con ogni mezzo,” conclude.